Antica Roma: tra bellezza e acconciatura

Nel corso della storia di Roma, diverse acconciature si susseguirono nella moda femminile. In epoca repubblicana le pettinature erano semplici, in genere lunghe trecce fermate sulla nuca con nastri di stoffa. In età imperiale invece le acconciature divennero elaborate e si diffuse anche la moda di arricciare e tingere i capelli, di biondo, di nero o di rosso. I riccioli potevano essere trattenuti da reticelle intessute d'oro o da diademi preziosi. Le donne benestanti portavano anche molti gioielli: anelli, orecchini, bracciali, cavigliere. Inoltre dedicavano molto tempo al trucco: con il gesso sbiancavano la carnagione, con la fuliggine annerivano il contorno degli occhi e con la feccia di vino accentuavano il rosso di guance e labbra. In seguito al contatto con il mondo ellenistico e all'enorme afflusso di ricchezze riversatosi su Roma dopo la conquista dell'Oriente e dell'Africa, si verificò un profondo mutamento del costume e del tenore di vita dei ceti che più avevano goduto dei vantaggi dell'espansione ; i ricchi abbandonarono la tradizionale austerità di costumi per veder al lusso e alla raffinatezza.

Di conseguenza i censori iniziarono ad emanare periodicamente leggi suntuarie (cioè contro il fatto eccessivo), cercando con scarsi risultati, di ostacolare la corsa al lusso e di limitare le importazioni di prodotti orientali. La lex Oppia del 215 a.C., per esempio, fissava di mezzo oncia (circa 27 grammi) il peso di gioielli che ogni matrona era autorizzata a portare addosso e, nel frattempo, vietava l'uso di vesti colorate e della carrozza per le strade di Roma, se non per recarsi a pubblici sacrifici. Le leggi suntuarie furono numerose e periodicamente rinnovare (praticamente ogni ventennio), il che ci fa comprendere quanto poco fossero applicate! Il discorso fatto fin qui vale naturalmente per le classi elevate. Come si vestivano invece coloro che, liberi o schiavi, di dedicavano a lavori manuali, più o meno faticosi? A causa delle loro attui lavoratori indossavano abiti che lasciassero un'ampia libertà di movimento; per i lavori più gravosi si utilizzava il subligar, una semplice fascia di stoffa avvolta intorno ai fianchi. Il capo di abbigliamento più diffuso tra servi, pastori e contadini era tuttavia l'exomis, una tunica lunga fino al ginocchio e fissata alla spalla sinistra, che lasciava scoperta l'altra per agevolare i movimenti delle braccia. In alternativa era usata l'alicula, una tunica corta, con o senza maniche, talvolta stretta ai fianchi da una cintura.
Per proteggersi dal freddo o dalla pioggia si usava un pesante mantello con cappuccio, il birrus, che copriva l'intera persona. Una mantella più modesta, la paenula, portata aperta sul davanti, era invece indossata dai servi. Il capo si copriva con il pilleus, un berretto di forma conica in feltro, lana o pelle. Molto comune era anche il petasus, un cappello a falde larghe, in paglia o cuoio, che si indossava per ripararsi dal sole o dalla pioggia. Un tipo di copricapo pesante, molto utile per i braccianti che si difendevano in questo modo dalle intemperie, era il cucullus, una sorta di cappuccio. Anche le donne del popolo, oltre a occuparsi della tessitura erano impegnate anche in altri mestieri, come pettinatrice, fornaia, inserviente. Per tali arridesse normalmente indossavano una tunica corta e senza maniche, fermata sulle spalle da fibbie, che consentiva ampia libertà di movimento.

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