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Il terribile conflitto che durò più di tre anni è chiamato bellum sociale poiché si coalizzarono contro Roma i socii dell’Italia centro-meridionale. I ribelli pur divisi in due gruppi, guidati a nord dai Marsi e a sud dai Sanniti, si strinsero in una confederazione secessionista cui diedero il nome di Italia. Fu creato un nuovo senato di 500 membri con poteri eccezionali; furono eletti due consoli e dodici pretori; fu scelta come capitale la città di Corfinio e ribattezzata Italica, in Abruzzo a nord di Sulmona, presso l’Aquila; furono coniate nuove monete su cui era impreso il toro, simbolo delle genti italiche, che colpiva con le corna la lupa romana. Per tutta risposta a Roma fu varata una legge, la Lex Varia, con cui si incolpavano di alto tradimento chiunque avesse invitato alla rivolta. La guerra fu combattuta con estremo accanimento, perché il poderoso e ben addestrato esercito degli insorti fu in grado di infliggere varie sconfitte alle forze romane, nonostante Roma mettesse in campo i migliori generali di cui disponeva, a cominciare da Mario che fu richiamato dal volontario esilio in Africa. Fu una vera lotta fratricida fra uomini che per lungo tempo avevano militato sotto le medesime insegne e che erano stretti fra loro da vincoli d’interesse e di amicizia. Del resto lo stesso Mario, sebbene avesse conseguito alcuni successi tra i Marsi, permetteva ai soldati di fraternizzare con il nemico. Solo Umbri ed Etruschi ne rimasero fuori, perché si concesse loro la cittadinanza, inviando al tempo stesso due eserciti a presidiare l’area.

A nord, nell’ 89 a.C. il console Pompeo Strabone, ricco e nobile proprietario che aveva enormi proprietà e clienti nel Piceno, fra le Marche e l’Abruzzo, sostenne vittorioso la più grande battaglia del conflitto sul fiume Tronto e dopo lungo assedio espugnò la città di Ausculum. Per ricompensare alcuni cavalieri spagnoli che avevano combattuto nelle sue file, Strabone concesse loro la cittadinanza romana, come attesta una lastra di bronzo che ha conservato il suo decreto. Interessante notare che nella prima parte del testo compaiono fra i suoi ufficiali nomi di origine italica, a dimostrazione che quanti fra gli italici godevano già della cittadinanza romana non solidarizzavano con i ribelli. Inoltre nell’elenco figura il nome del figlio di Strabone, il futuro Pompeo Magno e quelli di Lucio Sergio Catilina, che farà molto parlare di sé nei decenni successivi, entrambe giovani alle prime esperienze militari.
Intanto a sud, Silla riuscì a bloccare Nola e Pompei penetrando nel Sannio. Ma nonostante questi successi, Roma non era in grado di abbattere le resistenze, senza contare che in Asia si stava aprendo un altro pericoloso fronte di guerra contro Mitridate, re del Ponto. Questi aveva espulso qualche anno prima i re della Bitinia e della Cappadocia, riconosciuti da Roma, con l’intenzione di occupare le terre attorno al Bosforo fino al mar nero. Quando poi nel 90 a.C. Roma aveva reintegrato militarmente i legittimi sovrani, pretendendo che Mitridate indennizzasse il re di Bitinia, il re del Ponto aveva rifiutato, citando la lunga lista di senatori romani da lui comprati. Così la guerra si era resa inevitabile. Anche per questo il senato romano per la prima volta nella storia dovette sostanzialmente cedere al nemico interno alla penisola: inizialmente si accordò la cittadinanza a qualche soldato e reparto di Italici; poi nell’89 a.C. con una legge proposta dal proconsole Strabone si concesse lo ius Latii alle città della Gallia Cisalpina e infine con un’altra legge, la lex Plautia Papiria si accordò la cittadinanza agli alleati che ne avessero fatto richiesta entro sessanta giorni, deponendo le armi. Ciò determinò la riduzione delle schiere degli insorti, così che Silla, console nell’88 a.C. riuscì ad assoggettare altri ribelli nelle zone appenniniche, mentre la stessa Corfinium-Italica fu espugnata e i Marsi si arresero. I Romani nell’ultima fase del conflitto si abbandonarono a molte operazioni di sterminio, specie nel Sannio, cosicché la resistenza si protrasse solo in Lucania grazie agli aiuti ricevuti dal re del Ponto Mitridate. Comunque alla fine gli abitanti di tutta l’Italia centro-meridionale godettero in pienezza del diritto di cittadinanza: il oro centri divennero municipia civium Romanorum, comunità di cittadini romani dotati di amministrazione autonoma e di propri magistrati locali, e la penisola italica, dal fiume Rubicone allo stretto di Messina, venne a costituire uno stato saldamente unitario, di cui Roma era la capitale, non più la città egemone. Certo, se si fosse seguita la via indicata decenni prima da Caio Gracco sarebbero bastati pacifici provvedimenti legislativi, e si sarebbe potuto evitare un conflitto sanguinoso e pacifici provvedimenti legislativi, e si sarebbe potuto evitare un conflitto sanguinoso e logorante che ebbe l’effetto di accrescere a discapito delle istituzioni repubblicane, l’autorità dei generali, veri “signori della guerra”. Infatti nel corso delle operazioni militari, nei soldati delle legioni, ormai riempite di stranieri e di schiavi, si andava progressivamente sostituendo alla disciplina militare e alla fedeltà allo stato la devozione interessata verso il comandate vittorioso che assicurava lucrosi bottini e favori. Si erano insomma poste le premesse per lo scatenarsi di ben più gravi scontri civili.

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