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Chi è l'operatore socio-sanitario


L’operatore socio-sanitario, detto anche OSS, è colui che ha scelto come lavoro di prendersi cura degli altri. L’OSS di fronte alla persona bisognosa di aiuto deve porsi con professionalità e competenza e instaurare una relazione di aiuto professionale, cioè una situazione in cui una persona in stato di bisogno si rivolge ad un’altra ritenuta competente per risolvere il proprio problema. L’aiuto professionale non fornisce istruzioni, ma accompagna e sostiene la persona nel proprio percorso di soddisfazione dei bisogni e superamento delle difficoltà. Lo psicologo Rogers concepì la relazione di aiuto come una situazione di “facilitazione” per il cliente, cioè una situazione in cui la persona, con l’aiuto del terapeuta, riscopre le proprie risorse per far fronte ai problemi. I principi su cui si basa la relazione di aiuto professionale secondo Rogers sono: l’interesse aperto, ossia la disponibilità senza pregiudizi a incoraggiare l’espressione dell’altro; l’assenza di giudizio, cioè l’accettazione di tutto ciò che l’altro porta nella relazione, senza critiche, consigli o colpevolizzazioni; la non direttività, ossia permette all’altro di presentare il problema e direzionare l’itinerario di aiuto secondo la propria iniziativa; l’intenzione autentica di comprendere la persona, cioè lo sforzo di capire il cliente nei suoi linguaggi espressivi; l’impegno a rimanere obiettivi, ossia lo sforzo di controllare che tutto ciò che viene detto sia in funzione della persona e delle sue problematiche. Da questi principi derivano quattro condizioni fondamentali per chi ha la funzione di aiutare: l’autenticità, che consiste nell’essere se stesso, senza fingere e al tempo stesso non inquinare la conversazione con le problematiche personali; la considerazione positiva incondizionata, che riguarda la disponibilità ad accogliere tutti i sentimenti della persona, sia positivi che negativi; l’empatia cioè sapersi mettere al posto dell’altro; infine il decentramento cognitivo, cioè mettere da parte il proprio punto di vista. Questo tipo di lavoro mette a dura prova il benessere dell’OSS, il quale può andare incontro al rischio di stress professionale, detto anche burnout. Questa sindrome si divide in tre fasi: la prima comincia con il deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro, la seconda è la perdita delle emozioni originariamente associate al lavoro e infine la terza peggiora con il disadattamento nel lavoro che impedisce all’OSS di rispondere adeguatamente alle richieste. I sintomi di questo disturbo sono l’esaurimento emotivo, senso di mancata realizzazione personale, depersonalizzazione e cinismo, e la persona per sfuggire all’ambiente lavorativo fa un elevato numero di assenze e dimostra scarso entusiasmo ed empatia. Nei casi peggiori insorgono sintomi psicosomatici come l’insonnia e psicologici come la depressione. Le cause del burnout sono il disadattamento, che si verifica quando si crea uno squilibrio tra le richieste del lavoro e le possibilità della persona di accontentarle; il crollo del senso di comunità che avviene quando la persona percepisce mancanza di sostegno, fiducia e rispetto dall’ambiente lavorativo, o quando il proprio lavoro non viene riconosciuto, da qui comincia a dominare un senso di impotenza. Le conseguenze a questo disadattamento sono atteggiamenti negativi verso se stessi come l’autocolpevolizzazione, o l’incapacità di esprimere empatia, con conseguente perdita di salute e benessere.
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