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Interpretazioni della devianza


Proprio quest’ultimo aspetto della devianza è forse alla base della grande presa che i comportamenti trasgressivi hanno sull’immaginario di tutte le società, che ne danno, infatti, rappresentazioni di ogni tipo: dalle azioni del cosiddetto trickster (dall’inglese “ingannatore”) della mitologia (personaggio trasgressivo per definizione, ma dalle cui azioni disastrose si determinano le condizioni per i mutamenti che creano la vita, l’essere umano, o le risorse indispensabili per la sopravvivenza), fino alle grandi serie televisive e cinematografiche centrate sulle imprese di criminali di ogni sorta. Anche gli studiosi si sono dedicati alla devianza, fornendo ovviamente molte interpretazioni, alcune decisamente fantasiose, come quelle basate sulla biologia, tendenti a collegare i comportamenti devianti a elementi biologici e fisici (come il patrimonio genetico oppure i tratti somatici). Celebre, fra questi tentativi, la teoria del medico italiano Cesare Lombroso (1835-1909), il quale riteneva che la conformazione cranica fosse un particolare indice della propensione a delinquere di un individuo. Inutile specificare che queste tesi non hanno il benché minimo supporto scientifico, ma sono solo costruzioni ideologiche che risentono del clima intellettuale di un particolare periodo; tuttavia sono idee che attecchiscono molto tenacemente nel tessuto sociale perché colpiscono l’immaginazione, tanto che ancora oggi non è raro sentire apostrofare un individuo che ha commesso un reato (o che è anche solo accusato di averlo commesso), di cui è pubblicata la fotografia sul giornale, per esempio, con l’espressione “ha proprio la faccia da delinquente!”. Più fondate sono invece altre interpretazioni sociologiche del fenomeno “devianza”. Tra queste, particolarmente importante è quella elaborata nell’ambito della scuola di Chicago dal sociologo Robert Park (1864-1944). I ricercatori di questa scuola sociologica studiarono le condizioni sociali e ambientali entro cui si assimila la cultura che porta al comportamento deviante, focalizzando il loro lavoro nella città di Chicago, basandosi sull’idea che la devianza si apprende, come del resto la “normalità”, nel contesto in cui si vive. I comportamenti criminali e di devianza in genere non sono allora ereditari o legati a particolari personalità “socialmente pericolose”, ma si imparano entro gruppi specifici come per esempio le bande giovanili, che hanno una loro cultura e loro norme per cui la normalità diventa il comportamento “deviante”. Queste riflessioni, in particolare nella versione di Edwin Sutherland, uno dei principali studiosi di criminologia del Novecento, si basano sul concetto di subcultura, molto utile per mettere a fuoco la compresenza di più culture entro una stessa unità sociale, per esempio una città, ciascuna dotata di valori, pratiche e norme di comportamento specifici; le subculture criminali sono quelle entro cui si impara il comportamento illegale. Secondo questa interpretazione, allora, chi commette reati non è deviante perché agisce secondo la normalità del gruppo cui appartiene, secondo motivazioni fondate e in modo non differente dal modo in cui agisce chi rispetta le norme.
Un altro modo di analizzare la devianza è quello del sociologo funzionalista Merton, che riprese la tesi di Émile Durkheim dell’anomia, secondo la quale certe azioni criminali erano dovute alla mancanza di regole sociali che limitassero i comportamenti devianti. Vale a dire, in assenza di regole certe e chiare riguardo a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, circa i limiti da non oltrepassare, gli individui deviano più frequentemente. Merton sostiene allora che l’anomia è a sua volta prodotta dalla distanza fra la struttura culturale e quella sociale, fra gli ideali culturali, potremmo anche dire, e i supporti sociali disponibili per realizzarli. Quando le strade istituzionali per raggiungere certi obiettivi appaiono troppo difficili o addirittura non percorribili, per esempio nel caso di persone svantaggiate, si crea lo spazio per i comportamenti devianti, come dei modi alternativi o più veloci per raggiungere gli agognati obiettivi. L’innovazione, la ribellione, il rifiuto, la contestazione sono tutte modalità proprie dell’anticonformismo (forme di devianza dunque).
Per esempio, in una società come quella statunitense (ma anche nella nostra), tutti gli individui - qualsiasi sia la loro condizione - sono spinti verso l’obiettivo culturale ideale, una brillante carriera e il relativo successo economico, e i mezzi legittimi per arrivarci sono lo studio, l’impegno sul lavoro, la lealtà e la correttezza ecc. Non tutti però hanno gli stessi mezzi per riuscire.
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