
Epicuro diceva: “Arriverà un momento in cui crederai che tutto sia finito. Questo sarà l'inizio”. Almeno è stato così per Federica Brignone che nella giornata di ieri si è fatta trovare pronta all’appuntamento con la storia.
Trecentoquindici giorni dopo il gravissimo infortunio (frattura scomposta del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra) riportato nel gigante dei Campionati Italiani in Val di Fassa, la fuoriclasse azzurra ha infatti conquistato la medaglia d’oro nel super-G femminile, ultima gara veloce di questa Olimpiade, e il 14° podio dell’Italia Team nella rassegna di casa.
Un'impresa che sa di capolavoro – l'ennesimo firmato dalla milanese classe '90 – ma che è stata resa possibile solo grazie alla sua dedizione, resilienza e tenacia.
Una lezione che meriterebbe di essere affissa sugli stipiti delle porte delle scuole. Perché questa non è la solita favola della principessa che cade e si rialza. È qualcosa di più scomodo per il sistema scolastico italiano: una prova vivente che il fallimento non è la fine, ma il punto di partenza.
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La lezione che la scuola non ti darà mai
Tutti lo abbiamo visto succedere. Il compagno di banco che prende 4 in matematica e diventa automaticamente "quello scarso con i numeri". La compagna che sbaglia la versione di latino e viene marchiata come "negata per le lingue latine".
Il sistema scolastico italiano ha un'abilità incredibile: trasformare un errore o un momento di difficoltà in un'etichetta che ti si appiccica addosso e non va più via. Basta un giorno storto e tanti cari saluti.
Per Federica l’infortunio del 3 aprile 2025 è stato un po’ come fallire una verifica o un’interrogazione, soltanto con tempi di recupero decisamente più lunghi.
La frattura pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone, unita alla rottura del legamento crociato anteriore, è un tipo di infortunio che, per i comuni mortali, coinciderebbe con la fine della carriera. Ma non se ti chiami Federica Brignone.
La cultura del fallimento vs la cultura della rinascita
E qui arriviamo al punto: perché nelle scuole italiane si parla della sofferenza di Leopardi ma non della fatica, della tenacia che nascono in risposta al fallimento? Perché passiamo mesi a studiare a memoria le sconfitte ma non celebriamo le “rinascite”?
Ammettiamolo: il problema non è il 4, ma la serie di eventi concatenata al brutto voto.
A scuola, quando prendi 4, parte il protocollo standard: recupero forzato, umiliazione soft davanti alla classe, magari un bel discorsetto del tipo "devi impegnarti di più".
Mentalità "provinciale": massima cultura della vergogna, valorizzazione del singolo non pervenuta. E il messaggio che leggi tra le righe è: hai fallito, quindi c'è qualcosa che non va in te.
Brignone invece ha trasformato quello che era un momento devastante in carburante puro. Dieci mesi di riabilitazione, dolore costante, dubbi quotidiani. Ha rimesso gli sci ai piedi solo a novembre. Ha gareggiato appena tre volte prima delle Olimpiadi.
E ieri ha battuto tutte quelle che erano in forma smagliante mentre lei aveva ancora male.
I prof prendano nota
La storia di Federica dovrebbe essere insegnata nelle scuole (non come motivational speech stile TED Talk del lunedì mattina): come si gestisce il fallimento? Come si ricostruisce la fiducia in sé stessi?
Qui arriva la parte scomoda: questa lezione non serve solo agli studenti, serve anche ai professori. Forse soprattutto a loro.
Quanti insegnanti archiviano mentalmente uno studente dopo il primo 4? Quanti pensano "questo è un caso perso" e smettono di investire energie? Quanti vedono il voto basso come conferma di un'incapacità strutturale invece che come un singolo momento di difficoltà?
E allora la storia di Brignone dimostra una cosa semplice: il fallimento non è un'etichetta da portarti appresso per sempre. È semplicemente parte del gioco. Dello sport, in questo caso. Della vita, sempre.
Il dolore che ne scaturisce fa parte del processo, certo, ma non può essere la scusa per fermarsi. E soprattutto: il ritorno vale esattamente quanto la vittoria finale. A volte anche di più.