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Cooperazione e conflitto


Lewin definisce, il conflitto come una situazione in cui forze di valore approssimativamente uguali, ma dirette in senso opposto, agiscono simultaneamente sull’individuo. La ricerca in campo psicologico sociale ha dimostrato inequivocabilmente come spesso a determinare un conflitto non sia un oggetto od una particolare attività, ma un modello di comportamento, un insieme di atteggiamenti e di valori, cioè un “ruolo”. L’appartenenza ad un gruppo – e quindi a diverse categorie di sesso, età, classe sociale, professione – impone delle regole di comportamento che contribuiscono a creare situazioni conflittuali tra gruppi diversificati.
La cooperazione può essere invece definita come forma di interazione tra individui che dal reciproco rapporto traggono mutuo vantaggio.
In psicologia sociale l’autore che si occupò maggiormente dello studio del conflitto e della cooperazione fu Sherif.

Nel 1954, Sherif e collaboratori elaborarono una teoria riguardante il conflitto intergruppi grazie ad un originale esperimento. L'obiettivo era quello di ricreare e studiare, in una situazione reale ma controllata, la formazione dei gruppi sociali, il conflitto e la cooperazione. Essi organizzarono un campo estivo al quale parteciparono 22 bambini di 11 anni, che vennero suddivisi in due squadre (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”) che presero parte a delle attività competitive. Gli autori ebbero modo di osservare che i ragazzi svilupparono un forte attaccamento nei confronti del proprio gruppo, stabilirono delle norme interne e scelsero un leader; vennero amplificate le differenze esistenti tra “noi”(in-group) e “loro”(out-group) e nacquero soprannomi dispregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato avversario. Con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in reciproci atti di teppismo. In sintesi, tra i due gruppi emersero delle ostilità mentre, nel contempo, cresceva la coesione all’interno di ciascun gruppo. I primi tentativi fatti dagli autori per appianare le ostilità tra i due gruppi (facendoli incontrare per mangiare insieme o per vedere un film) si rivelarono fallimentari: i due gruppi continuarono a prendersi in giro reciprocamente e a mantenere le distanze. Per sanare il conflitto, allora, gli autori fecero in modo che i due gruppi cooperassero per il perseguimento di obiettivi superordinati, ossia di traguardi aventi un forte potere di richiamo per i componenti di ciascun gruppo ma impossibili da raggiungere se non con l’impegno congiunto di tutti. Ciò permise effettivamente di far avvicinare i soggetti appartenenti alle due fazioni.
Riassumendo, secondo Sherif, conflitti ed ostilità tra gruppi sono una conseguenza “normale” di situazioni in cui gli individui interagiscono come membri di due gruppi diversi in competizione. L’unica condizione necessaria e sufficiente per produrre un miglioramento della relazione fra i due gruppi è quella di favorire la cooperazione fra i membri dei due gruppi in vista di un obiettivo comune, raggiungibile solo con una reciproca collaborazione (scopo sovraordinato). Questa ricerca ha il merito di aver stimolato la psicologia ad interrogarsi su una serie di fattori in grado di produrre sentimenti e comportamenti competitivi tra gruppi.
I fattori che contribuiscono ad alimentare il conflitto tra i gruppi possono essere così descritti: il primo fattore è noto come fenomeno di polarizzazione di gruppo. Consiste nell’accentuarsi della posizione iniziale del gruppo in seguito all’interazione intercorsa tra le persone che ne fanno parte;altro fattore capace di alimentare il conflitto è la scarsa comunicazione tra i gruppi, spesso peraltro improntata all’uso della minaccia.
Al fine di placare i pregiudizi, l’antagonismo e i conflitti intergruppi, la ricerca, attingendo dalle premesse teoriche racchiuse nell’ipotesi del contatto di Allport [1954], ha messo a punto delle strategie di intervento alcune delle quali hanno raccolto dei validi riscontri empirici:
1) la decategorizzazione: Dal momento che, in un conflitto intergruppi, la caratteristica saliente è la categoria sociale d’appartenenza propria e altrui, rendendo questo aspetto meno rilevante, si dovrebbe assistere a una riduzione di stereotipi, pregiudizi e comportamenti negativi nei confronti di altre persone, viste in questo modo nella loro unicità individuale piuttosto che come membri dell’outgroup rivale [Brewer e Miller 1984].
2) la ricategorizzazione: se si vuole giungere a una relazione intergruppi improntata quantomeno alla tolleranza reciproca occorre operare una ricategorizzazione. Bisogna fare in modo che i membri dei due schieramenti opposti giungano a considerarsi come componenti della stessa categoria superordinata.
3) gli obiettivi superordinati (Sherif): La cooperazione per il raggiungimento di obiettivi superordinati, ossia di traguardi ambiti dai componenti di entrambi i gruppi ma conseguibili solo grazie all’impegno comune di tutti, costituisce una strategia utile per la risoluzione del conflitto intergruppi.
In ambito applicativo la teorizzazione di Sherif trova applicazioni in situazioni conflittuali in ambito lavorativo e scolastico. In quest’ultimo la cooperazione per il raggiungimento di scopi sovraordinati risulterebbe di particolare efficacia in situazioni di bullismo.

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