Prove INVALSI 2021: cosa sono, a cosa servono e perché sono utili

Speciale INVALSI
In collaborazione con Speciale INVALSI
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Anche per il 2021 arriverà il momento in cui gli studenti affronteranno le prove INVALSI. I primi a iniziare, dall’1 al 31 marzo, i ragazzi dell’ultimo anno delle superiori. Dal 7 al 30 aprile sarà la volta degli alunni della terza media. A maggio toccherà alle due classi delle primarie (seconda e quinta) e alla seconda superiore.
Non tutti però hanno chiaro quale sia lo scopo di queste prove.
Anzi, spesso le informazioni parziali di studenti, scuole e famiglie danno adito a qualche fraintendimento. Ci sono ragazzi, infatti, che pensano che le prove siano un modo come un altro per valutare la loro preparazione. Ma è davvero così? Cerchiamo di capire meglio cosa sono le prove INVALSI, ma soprattutto la loro utilità!

Prove INVALSI, cosa sono?


Le prove INVALSI sono delle prove standardizzate che gli studenti svolgono in diverse fasi del loro percorso scolastico, per individuare il loro livello di competenze su scala nazionale. Sono prove che vengono ripetute annualmente in modo, quindi, da tracciare uno storico sulle competenze e conoscenze degli studenti. Sono preparate dall’Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (INVALSI), un ente di ricerca vigilato dal Ministero dell’Istruzione. Le prove INVALSI sono obbligatorie. I ragazzi di terza media, seconda e quinta superiore sostengono le prove online grazie ai computer messi a disposizione dalle scuole.

Qual è l’obiettivo delle prove INVALSI, e perché sono utili?


Le Prove INVALSI, come detto, misurano le competenze acquisite dai ragazzi su determinate materie in diversi momenti del loro percorso formativo. Tutti gli studenti delle classi interessate affrontano la prova di italiano e quella di matematica, invece i ragazzi dalla scuola media in su (ad eccezione degli studenti del secondo anno della scuola secondaria di secondo grado) sostengono anche una prova di lingua inglese, divisa in due parti: listening e reading. Tuttavia, il tipo di competenze misurate dalle prove non sono di tipo nozionistico: per affrontarle è necessario soprattutto usare il ragionamento. L’INVALSI rileva quindi il livello di comprensione degli studenti in alcune aree fondamentali del sapere, quelle che servono loro per affrontare consapevolmente le più disparate situazioni della vita nella nostra società. Infatti l’INVALSI non esprime una valutazione del singolo studente in voti, ma usa i cosiddetti “livelli”, ognuno dei quali corrisponde a una ben precisa descrizione delle capacità e delle competenze raggiunte. Uno studente che termina le superiori con il livello 1 o 2, potrebbe, nonostante il diploma conseguito, non essere in grado di comprendere un libretto di istruzioni o non riuscire a interpretare un grafico o una tabella che magari viene riportata sulla sua busta paga. Attraverso questi dati, è possibile così fornire un quadro che possa dipingere in modo quanto più oggettivo possibile la situazione scolastica italiana attuale, nonché l’evoluzione nel corso degli anni. Le prove, quindi non sono altro che un punto di partenza dal quale prende il via un accurato lavoro di ricerca, che possa individuare le tendenze e i punti di forza, nonché di debolezza, della nostra scuola. Il fine ultimo è quello di fornire informazioni importanti per chi ci governa per migliorare tutto ciò che nella didattica odierna rende poco o può essere migliorato, attraverso la presentazione di annuali rapporti.

La scuola italiana vista dall’INVALSI


A partire dal 2019, c’è stata una novità molto importante: le prove INVALSI hanno coinvolto per la prima volta anche i ragazzi dell’ultimo anno della scuola superiore, fornendo così una fotografia completa della scuola, dalle elementari fino all’ultimo anno delle superiori. Il Rapporto INVALSI del 2019, l’ultimo pubblicato (perché le Prove del 2020 non hanno avuto luogo causa pandemia) ha così analizzato i risultati di oltre 2.675.000 studenti che hanno partecipato alle prove in tutta Italia, evidenziando le variazioni tra regione e regione, nonché le differenze legate al contesto socio-economico, al genere o all’istituto frequentato (il cosiddetto “effetto scuola”). Da questo rapporto è emerso per la prima volta un fenomeno fino ad ora sconosciuto, quello della dispersione scolastica implicita: parliamo di studenti che nel secondo quadrimestre della quinta superiore risultano aver acquisito un livello molto basso di competenze, pari a quelle di un allievo di terza media. Come se non avessero mai frequentato 5 anni di scuola. Nel 2019, si è trattato del 7% dei circa 500 mila maturandi che dopo qualche mese avrebbero affrontato l’esame di Stato. Un aspetto finora sotterraneo, portato alla luce da INVALSI, che dovrà essere al centro dell’attenzione di chi amministra la nostra scuola e di tutto il Paese.