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La scuola tra il VI secolo e il X secolo

Nei secoli VI e VII la maggioranza del popolo era costituita da analfabeti e l’istruzione era rivolta ad una minoranza. Ma quella minoranza era costituita da giovani e ragazzi delle grandi famiglie destinati alla carriera dei pubblici uffici e i giovani che avrebbero lavorato per i grossi commercianti.
Per questi giovani erano però necessarie delle scuole in cui si potesse imparare il diritto e varie nozioni utili, servendosi di quel latino imbastardito che costituiva la lingua comune.
Durante il VII secolo aveva cominciato a diffondersi e ad affermarsi in Europa il monachesimo benedettino. Nei monasteri vennero attivate delle scuole: per gli allievi interni l’insegnamento era gratuito mentre per gli allievi esterni era necessario pagare una parcella.
Nelle scuole monastiche la disciplina era molto rigida, mirava alla realizzazione di un tipo di uomo caratterizzato dalle virtù dell’umiltà e dell’’ubbidienza, che si acquisivano attraverso un complesso di buone abitudini. Per garantire l’osservanza delle disposizioni vi erano turni di sorveglianza continui di tre o quattro pedagoghi per circa 10 alunni.
Tutti i monasteri erano dotati dello scriptorium, un locale dove lavoravano gli amanuensi diretti da un caposala. Questi monaci avevano il compito di trascrivere su codici di pergamena i manoscritti di filosofia, storia, retorica.
Nell’VIII secolo erano sorte molte scuole vescovili, nelle quali era impartita un’istruzione di grado medio, con la prevalenza delle arti del trivio, cioè le materie letterarie.
Nei secoli VIII e IX l’aristocrazia militare e la gerarchia ecclesiastica non manifestavano quei bisogni formativi ai quali le scuole laiche avevano fatto fronte. Così un po per volta le scuole laiche vennero chiuse; la cultura sempre di più diventò monopolio esclusivo della Chiesa.
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