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E. Kant: il pensiero pedagogico


Il pensiero pedagogico di Kant deriva dalla sua morale. La morale kantiana si fonda su di un forte rigorismo, cioè nega che l’uomo possa fare il bene con piacere. L’uomo deve seguire unicamente la legge morale, cioè il dovere, che necessariamente appare come una costrizione. Tuttavia questa costrizione è scelta liberamente ed è quindi autonoma, altrimenti sarebbe priva di ogni forma di valore. L’uomo può seguirla o non seguirla: in questa possibilità di non seguire tale costrizione consiste il male radicale dell’uomo, ineliminabile perché eliminarlo significherebbe togliere all’uomo ogni merito morale. Il sentimento di rispetto per la legge morale comporta un sentimento di dolore: a questo punto ci possiamo porre una domanda: Com’è possibile educare ad assumere come movente delle nostre azioni il dolore? Questo è possibile quando saremo persuasi che il nostro modo di agire e quello che possiamo desiderare che tutti seguano perché il questo modo la convivenza sarà più rispettosa della libertà degli altri. Questa è l’intuizione pedagogica fondamentale di Kant che potrebbe essere accusata di eudemonismo in quanto propugna come legittima l'aspirazione dell'uomo alla felicità, e come scopo fondamentale della vita il suo raggiungimento. Questo non toglie, tuttavia, che all’interno del pensiero pedagogico di Kant non sussista un ottimismo di stampo illuministico in cui convergono l’ispirazione di Rousseau e la saggezza di Locke.
Kant afferma che le due arti più difficili sono l’arte di governare gli uomini e l’arte di educarli, due arti che devono essere fondate su di una scienza effettiva e non continuare a basarsi su principi empirici molto spiccioli, anche perché l’uomo può diventare un vero uomo solo per mezzo dell’educazione. La vera educazione non è quella che adatta il giovane alle condizioni di fatto, cosa di cui, in genere si accontentano i genitori, e nemmeno essa consiste nell’addestrare i cittadini a diventare buoni sudditi, come desiderano i prìncipi. L’educazione vera deve mirare ad un avvenire migliore dell’umanità ed aver quindi un carattere mondiale. In sintesi si può affermare che per Kant l’educazione si identifica con il bene generale, che non significa affatto che il bene generale possa costituire un danno per il nostro bene particolare: infatti, in questo caso, operando una qualche rinuncia, ci troviamo a lavorare meglio per il bene del nostro stato presente e per quello futuro degli altri.
A questa affermazione si aggiunge il concetto della bontà della natura dell’uomo che si identifica con il pensiero di Rousseau: nelle disposizioni naturali dell’uomo non esiste alcun principio del male e tali germi di bontà devono essere sviluppati al massimo. La sola causa del male sta nel sottoporre la natura a delle norme. Un elemento discosta Kant dagli altri illuministi: il pessimismo che scaturisce dal concetto secondo cui i poteri pubblici sono sempre meno rivolti al bene del mondo per fare solo quello dello Stato. É questo motivo egli auspica che alcuni privati, preoccupati del pubblico bene universale si occupino di sperimentazione pedagogico e di fondare scuole sperimentali prima di pensare a quelle normali ed indica un esempio nell’ Istituto di Dessau di Basedow, massimo esponente del filantropistico settecentesco.
Kant è favorevole all’educazione pubblica perché è l’unica azione educativa che veramente formi il cittadino, ma a tal scopo è necessario conciliare la sottomissione all’autorità legittima con l’uso della libertà: ciò si ottiene soltanto rendendo consapevole ogni giovane della funzione liberatrice di ogni vicolo a cui il docente lo sottopone.
Kant divide l’educazione in fisica e pratica. L’educazione fisica riguarda le cure della vita corporea ed è in comune con gli animali, mentre l’educazione pratica è sinonimo di educazione morale, cioè di educazione alla libertà. Quella che chiamiamo educazione intellettuale rientra nell’educazione fisica che l’uomo ha in comune con gli animali, poiché il vero tratto distintivo dell’uomo rispetto all’animale non è il grado di intelligenza, bensì la capacità di darsi una legge morale. Egli critica tutti quei pedagogisti che intendono ridurre a gioco ogni forma di educazione: il bambino deve avere sì i suoi momenti di gioco, ma soprattutto deve imparare a lavorare. Non si tratta di rigorismo perché Kant dimostra anche che l’uomo ha bisogni di occupazioni e se non fa nulla di impegnativo cade nell’ozio.
A proposito delle punizione, egli riprende l’idea di Rousseau: sostiene che non si devono infliggere altre punizioni di quelle che derivano dal male compiuto perché moralità e punizioni non si accordano; invece di punire occorre abituare il bambino alla sincerità, senza ricorrere all’emulazione che spesso produce invidia. Nel bambino deve essere sviluppato il timore della propria coscienza ed il movente principale delle sue azioni non deve essere il timore del castigo degli uomini o di Dio.
In fatto direligione, egli afferma che la devozione deve essere serena e condotta con un animo lieto, senza essere cupa e selvaggia. La religione è vista come un completamento della morale e Dio deve essere presentato con un padre pieno di amore che ha uguale cura per tutti i tuoi figli .
Nel campo dell’educazione intellettuale, Kant dà anche alcune indicazioni metodologiche: il miglior modo per comprendere è il fare ed è preferibile il metodo socratico, basato sulla discussione e sul dialogo, al posto dell’insegnamento cattedratico, mnemonico e passivo.

Globalmente si può affermare che l’ideale educativo di Kant è costituito dall’educazione all’autonomia di giudizio necessaria per la formazione di una coscienza morale libera da ogni condizionamento.

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