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Leon Battista Alberti e l’educazione


L’esilio, imposto per ragioni politiche a tutta la sua famiglia (il bando verrà tolto nel 1428), costrinse Leon Battista Alberti (1406-1472) a frequenti trasferimenti e lo pose di fronte a uomini, idee e circo-stanze differenti. Ciò contribuì ad aprire la sua personalità e a rafforzare la fiducia in se stesso.
L’astensione obbligata dalla vita politica favorì in lui una propensione verso un atteggiamento individualistico e lo portò a vedere nella famiglia l’espressione fondamentale della vita associata.Tale convinzione venne espressa nel trattato I libri della famiglia composto nel 1432-33. L’opera è articolata in quattro libri. Nel primo si parla dei doveri reciproci tra adulti e bambini e si espongono i principi generali della buona educazione. Nel secondo si parla della vita coniugale e si fissano le condizioni della buona armonia familiare. Nel terzo si fissano i criteri della sana amministrazione. Nel quarto si affronta il problema dei rapporti tra le varie famiglie e tra la famiglia e lo Stato.
Il trattato di Leon Battista Alberti si distingue dalla maggior parte degli scritti pedagogici del tempo, per il tono realistico. Alberti è uomo del suo tempo e sa di esserlo; i suoi insegnamenti pedagogici mirano alla formazione di uomini concreti in un ambiente concreto: la città-stato italiana del periodo di transizione fra Medioevo ed Età moderna.
Il fine della vita, e quindi dell’educazione, è “bene et beate vivere”: la vita buona e beata non può essere realizzata da chi segua sfrenatamente gli impulsi più bassi, né chi disprezzi e trascuri il corpo e il mondo terreno. Alberti rifiuta la tesi ascetica della indegnità del corpo: il corpo è inteso come lo strumento dell’anima, alla quale potrà servire tanto meglio quanto più sarà agile, robusto e sano. La perfezione consiste nell’armonia, nella proporzione, nell’equilibrio. La sincerità, il dominio di sé, la religiosità intesa come obbedienza alla volontà divina nell’impegno di realizzare il benessere comune: queste sono le virtù fondamentali che l’educazione deve promuovere.
Per Alberti la vita deve essere dedicata all’azione e non alla contemplazione. La vita religiosa e quella dedita allo studio sono incomplete, se non s’impegnano all’accrescimento del benessere sociale. Saper leggere, scrivere e far di conto non sono sufficienti neppure per chi si dedica ai commerci e alle attività economiche. C’è nell’uomo una curiosità di conoscere le “note” e i “segni” della Natura, una tendenza a scoprire “le infinite et occultissime ragioni” dei vari fenomeni, unita a una “meravigliosa forza” di distinguere il bene dal male. Questo impulso non troverebbe risposte se l’educazione fosse limitata alle nozioni utili a una professione. La differenza fra l’uomo incolto e l’uomo che conosce la storia e sa trovare soddisfazione nelle arti, nelle lettere, nelle scienze è paragonabile a quella che è fra il bambino e l’adulto pienamente sviluppato.
Sulla base di questa formazione universalmente “umana” sarà poi necessario innestare l’orientamento e la preparazione più specificatamente professionale. Alberti è sensibile ai diritti della persona e consapevole dell’infinita varietà dei caratteri individuali: raccomanda al padre di osservare bene il figlio, a partire dai primissimi giochi infantili, per capirne le tendenze. L’educazione consentirà il miglioramento delle capacità naturali per mezzo della disciplina, che si realizzerà come esercizio. Il motivo dell’educazione come esercizio, ripreso dalla pedagogia moderna, è fondamentale nell’opera dell’Alberti. L’esercizio può trasformare un soggetto “languido e cascaticcio” in “fresco e gagliardo” e un soggetto “scostumato et vitioso” in “onesto et continente”. L’educazione e l’impegno autoeducativo acquistano un valore enorme, superiore alle attitudini innate, pur importanti. L’uomo si pone come creatore di se stesso, artefice del proprio destino, dominatore della Fortuna.
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