studente stressato

L’esame si avvicina, il programma sembra infinito e non sai se ce la farai. Ma ecco la (non) notizia: l’ansia da prestazione non è certo nata con la Gen Z.

Quello che sembra essere cambiato, però, è il peso attribuito all’errore. Per molti studenti non ottenere il massimo non significa più semplicemente aver affrontato male una prova: può sembrare la dimostrazione di non essere abbastanza preparati, produttivi o adatti al percorso scelto.

A suggerirlo è uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Psychological Bulletin. I ricercatori hanno riunito i dati di 307 campioni e 82.939 studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, raccolti tra il 1989 e il 2024.

Il risultato è netto, e non proprio positivo dal punto di vista del benessere psicologico di studentesse e studenti: diverse forme di perfezionismo sono aumentate nel corso del tempo e alcune hanno iniziato ad accelerare dai primi anni Duemila.

Indice

  1. Quando gli altri si aspettano risultati impeccabili da te
  2. Quanto pesano disuguaglianze e competizione?
  3. Perché è anche un problema di salute pubblica

Quando gli altri si aspettano risultati impeccabili da te

Non si parla soltanto dell’ambizione di prendere un voto alto o di raggiungere obiettivi importanti.

Il perfezionismo può presentarsi in modi differenti. C’è chi impone a se stesso standard quasi impossibili, chi giudica ogni risultato con estrema severità e chi continua a rivedere un compito perché non lo considera mai abbastanza buono.

La forma cresciuta maggiormente è il cosiddetto perfezionismo prescritto socialmente, aumentato del 33%. Si verifica quando una persona è convinta che gli altri si aspettino da lei risultati impeccabili e che qualsiasi errore possa provocare delusione, critica o esclusione.

Lo studente può quindi percepire professori, famiglia, amici e società come costantemente esigenti. Anche quando nessuno chiede esplicitamente la perfezione, resta la sensazione di essere osservati e valutati in continuazione.

Questo porta a diventare ancora più duri con se stessi. Un esame non superato può sembrare una prova di incapacità, una correzione del docente può essere vissuta come un giudizio personale e persino un buon risultato può lasciare insoddisfatti perché distante dal massimo possibile.

Aumentano anche i dubbi sul proprio lavoro: tornare più volte su una risposta, chiedersi continuamente se un elaborato sia fatto abbastanza bene oppure rimandare una consegna perché non sembra mai pronta.

Secondo i ricercatori, più gli studenti percepiscono gli altri come esigenti, più finiscono per alzare le richieste rivolte a se stessi.

Quanto pesano disuguaglianze e competizione?

Per capire da dove possa arrivare questa pressione, gli autori hanno confrontato i dati psicologici con alcuni indicatori economici relativi allo stesso periodo.

È emersa un’associazione tra l’aumento delle disuguaglianze economiche e la crescita delle forme più ansiose di perfezionismo. Nei contesti in cui la distanza tra le persone più ricche e quelle con meno risorse diventa maggiore, sembra aumentare anche il timore di non riuscire a raggiungere gli standard richiesti.

Un altro collegamento riguarda la crescita economica. Quando diminuisce la ricchezza prodotta per abitante, tende ad aumentare la ricerca ossessiva di risultati elevati.

L’interpretazione proposta dai ricercatori è che, in una società percepita come più instabile e competitiva, i giovani possano sentire di avere meno margine per sbagliare.

Laurearsi, ottenere voti alti, costruire un curriculum ricco di esperienze e distinguersi dagli altri diventano strumenti per conquistare sicurezza economica e riconoscimento sociale.

In questa prospettiva, il perfezionismo non nasce soltanto da una caratteristica individuale. Può essere anche una risposta a un ambiente nel quale le opportunità sembrano limitate e la competizione per ottenerle appare sempre più intensa.

Un esame finisce così per assumere un peso molto più grande del suo significato reale. Non viene vissuto soltanto come una verifica delle conoscenze, ma come una tappa capace di condizionare la media, l’accesso a una borsa di studio, una magistrale, un tirocinio o il futuro ingresso nel lavoro.

La pandemia ha probabilmente contribuito ad amplificare insicurezza, isolamento e difficoltà psicologiche. Il fenomeno, però, era già visibile da molti anni: non può quindi essere spiegato soltanto attraverso il Covid o con la diffusione dei social network.

Le piattaforme possono rendere il confronto ancora più continuo. Online appaiono soprattutto lauree festeggiate, esperienze all’estero, stage prestigiosi e risultati eccellenti, mentre restano meno visibili gli esami non superati, i cambi di corso e i periodi di blocco.

Lo studio individua comunque delle associazioni e non permette di affermare che disuguaglianza o rallentamento economico provochino direttamente il perfezionismo in ogni singolo studente. I dati indicano però che queste condizioni si muovono spesso nella stessa direzione.

Perché è anche un problema di salute pubblica

I ricercatori hanno analizzato anche il rapporto tra perfezionismo, ansia e depressione, chiedendosi se questo legame si fosse indebolito nel tempo.

La risposta è negativa. L’associazione tra perfezionismo e difficoltà psicologiche è rimasta sostanzialmente stabile. Di conseguenza, se aumenta il numero degli studenti perfezionisti, può crescere anche quello delle persone esposte a conseguenze negative sul benessere mentale.

Essere ambiziosi, naturalmente, non significa sviluppare automaticamente ansia o depressione. Voler ottenere un buon risultato può motivare a studiare, organizzarsi e migliorare.

Il problema nasce quando il raggiungimento di standard elevati diventa l’unico modo per sentirsi adeguati. In questi casi, ogni errore viene vissuto come una minaccia e l’autostima dipende quasi completamente da voti, approvazione e risultati.

Il perfezionismo può portare a studiare senza concedersi pause, perdere il sonno, evitare un appello per paura di non essere pronti oppure rimandare un lavoro perché non sembra mai perfetto.

In alcuni casi provoca una vera paralisi: si pretende talmente tanto da se stessi da non riuscire più a iniziare o concludere un compito.

Per questo gli autori invitano a non considerare il fenomeno come una semplice abitudine delle persone molto competitive. La sua diffusione tra gli studenti e il legame con il disagio psicologico possono trasformarlo in una questione di salute pubblica.

Il supporto psicologico e le strategie personali restano importanti. Imparare a riconoscere pensieri eccessivamente rigidi, costruire obiettivi realistici e separare il proprio valore dai risultati può aiutare molti studenti.

Secondo la ricerca, però, non basta chiedere ai singoli di gestire meglio l’ansia. Occorre intervenire anche sulle condizioni culturali ed economiche che da decenni alzano la posta per chi studia e prova a costruirsi un futuro.

Le università, per esempio, possono contribuire offrendo servizi psicologici accessibili, tutoraggio e feedback che aiutino a migliorare senza trasformare ogni errore in una bocciatura personale, si legge nello studio.

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