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Immagine realizzata con AI generativa

Un satellite grande quanto un frigorifero sta per partire verso l'orbita terrestre. Dentro ci sono quattro processori per l'intelligenza artificiale, pronti a essere messi alla prova in un ambiente molto diverso da quello terrestre.

L'iniziativa si chiama Project Suncatcher e nasce da un'idea del 2023 di Blaise Agüera y Arcas, uno dei responsabili dello sviluppo AI di Google: spostare i data center nello Spazio per aggirare il problema del consumo elettrico crescente legato all'intelligenza artificiale.

A distanza di tre anni quell'intuizione diventa un test concreto in orbita.

Il progetto coinvolge nomi noti del settore tech: Sundar Pichai e Sergey Brin hanno dato il via libera alle fasi successive, mentre la collaborazione con Planet Labs ha permesso di costruire il satellite in tempi rapidi. Sullo sfondo c'è anche la concorrenza di altre aziende, da xAI a SpaceX, che guardano allo stesso settore.

Indice

  1. Il primo satellite testerà i chip AI e Gemini in orbita
  2. Radiazioni e calore, gli ostacoli tecnici dello Spazio
  3. Perché Google punta ai data center orbitali

Il primo satellite testerà i chip AI e Gemini in orbita

Il satellite dimostrativo verrà trasportato in orbita giovedì 1° ottobre, con l'obiettivo di sperimentare l'elaborazione dei dati direttamente nello Spazio. Non si tratta ancora di un data center vero e proprio, ma di un primo banco di prova.

I quattro processori a bordo hanno una capacità di calcolo simile a quella di un solo server terrestre, quindi rappresentano appena una piccola parte delle migliaia di macchine presenti in un vero data center.

Durante i test i chip verranno usati anche per far generare a Gemini, il sistema di intelligenza artificiale di Google, risposte a domande relativamente semplici. Lo scopo non è la potenza di calcolo, ma capire se l'hardware regge in condizioni estreme.

Radiazioni e calore, gli ostacoli tecnici dello Spazio

A inizio 2025 un prototipo era già stato bombardato con particelle ad alta energia in un laboratorio californiano, per simulare le radiazioni presenti in orbita, dove manca l'atmosfera che protegge la Terra.

Il test ha riprodotto un carico di particelle equivalente a quello che ogni processore riceverebbe in cinque anni, la durata prevista per ciascun satellite. I chip hanno retto bene, con errori di calcolo entro livelli tollerabili.

Il problema più delicato resta il calore: nello Spazio non ci sono aria né acqua per raffreddare i server, quindi il calore si disperde solo tramite radiazioni infrarosse, un processo lento e poco efficiente.

Nel prototipo attuale, quindi, i processori restano operativi per circa 15 minuti, dopodiché devono essere spenti per poter raffreddarsi. È un limite che oggi impone test brevi e mirati.

Perché Google punta ai data center orbitali

Dietro il progetto c'è il peso crescente dei data center sulla Terra: entro il 2030 potrebbero arrivare a consumare tra l'8% e il 10% dell'elettricità mondiale, con un impatto che rende la loro costruzione sempre più contestata dalle comunità locali.

Google guarda già oltre il primo test: sono in lavorazione altri due satelliti previsti già nel 2027, e l'azienda ha in programma lo sviluppo di altre 80 unità, un primo nucleo che potrebbe costituire un vero data center in orbita.

Il piano finale prevede più satelliti collegati tramite impulsi laser, capaci di far lavorare insieme migliaia di processori come avviene oggi nei data center terrestri. Un mercato che, secondo le stime, potrebbe valere 1,77 miliardi di dollari entro il 2029 e arrivare a 39,09 miliardi entro il 2035.

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