tassa cloud

Hai Google Drive, iCloud o Dropbox? Bene, perché da oggi potresti trovarti a pagare una tassa solo per il fatto di averli. Non per quello che ci carichi, né per quello che scarichi: semplicemente perché quello spazio esiste e, in teoria, potresti usarlo per caricarci un file protetto da copyright.

Per una volta siamo primi in qualcosa: l’Italia, infatti, è l’unico Paese al mondo ad aver fatto questa scelta.

Resta da vedere se si tratterà di una scelta lungimirante o dell'ennesima prova che quando si parla di digitale, questo Paese preferisce regolamentare ciò che non capisce piuttosto che capire ciò che vorrebbe regolamentare.

Indice

  1. Tassa sul cloud, cosa è successo esattamente?
  2. Per Google Italia si tratta di una scelta assurda
  3. La misura divide anche le associazioni di categoria

Tassa sul cloud, cosa è successo esattamente?

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha firmato il decreto che aggiorna le tariffe sull'equo compenso per le opere tutelate da diritto d'autore, quella roba per cui quando compri un telefono o un hard disk paghi già una quota forfettaria che va agli artisti.

Succede perché il ragionamento del legislatore è questo: compri un dispositivo con cui potresti copiare contenuti protetti da copyright - una canzone, un film - quindi paghi in anticipo una sorta di compenso forfettario agli artisti per quella copia potenziale.

Non importa se poi quel dispositivo lo usi solo per Excel e le foto del cane. Paghi comunque, per precauzione. Fin qui, niente di nuovo. La novità è che per la prima volta nella storia questo sistema viene esteso anche allo spazio cloud. Un unicum mondiale, appunto.

I numeri, in attesa della pubblicazione ufficiale in Gazzetta, sarebbero questi secondo quanto riportato da Wired: 0,0003 euro per ogni GB fino a 500 GB, 0,0002 euro per ogni GB aggiuntivo oltre quella soglia, con un tetto massimo di 2,40 euro al mese per utente.

Nessun importo previsto, invece, se si parla di uno spazio sotto 1 GB

Per Google Italia si tratta di una scelta assurda

Diego Ciulli, head of Government affairs di Google Italia, che su LinkedIn non le ha mandate a dire: "Sembrava una proposta senza alcuna base invece l'hanno approvata davvero: il ministero della Cultura ha deciso che i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta 'copia privata' anche sullo spazio cloud.

Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata. L'Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, commenta.

È una decisione contro tutte le evidenze che mostrano che le persone sul cloud caricano le proprie foto, i propri documenti, non i contenuti protetti da diritto d'autore che negli ultimi anni la fruizione di contenuti legali in streaming è cresciuta costantemente.

E soprattutto, che la copia privata viene già pagata quando si acquista un telefono o un computer. E non è possibile accedere al cloud senza un dispositivo”.

La misura divide anche le associazioni di categoria

La levata di scudi è stata trasversale e rumorosa. E persino dentro Confindustria si è aperta una spaccatura: Confindustria Cultura applaude al decreto, Anitec-Assinform, che raggruppa le imprese tech e dell'elettronica di consumo, lo considera un errore, definendo le misure anacronistiche e pericolose.

Ancora più dure Aiip (Associazione italiana internet provider) e Assintel (Associazione nazionale delle imprese Ict di Confcommercio), che oltre a chiedere un tavolo tecnico urgente stanno valutando concretamente un ricorso. 

I rischi che mettono nero su bianco sono precisi: doppia imposizione per chi ha già pagato su dispositivi fisici, tassazione indiscriminata sui servizi cloud B2B - che includono backup aziendali, continuità operativa e sicurezza informatica - e un vantaggio competitivo regalato su un piatto d'argento alle grandi piattaforme internazionali, difficili da raggiungere con questi meccanismi di controllo.

E mentre gli operatori italiani si fanno carico dei costi, Amazon e Microsoft ringraziano.

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