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Il 2 giugno l’Italia celebra la nascita della Repubblica.

Quel giorno, nel 1946, gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica e a eleggere l’Assemblea Costituente: fu il voto che aprì la strada alla nuova democrazia dopo il ventennio fascista, la Seconda Guerra Mondiale e l'occupazione del suolo italiano da parte dei nazisti.

Ma la Repubblica non è stata al sicuro una volta per tutte dal giorno della sua nascita. Nel corso della sua storia ha attraversato attentati, tentativi di golpe, terrorismo, poteri occulti e stragi mafiose.

Facciamo subito chiarezza: non sempre si può dire che la Repubblica stesse per finire, almeno non in senso letterale. Però ci sono stati momenti in cui l’ordine democratico, le istituzioni e la fiducia dei cittadini sono stati messi sotto pressione.

Ecco 7 passaggi della storia italiana che vale la pena ricordare proprio il 2 giugno.

Indice

  1. Il 2 giugno 1946: la Repubblica nasce in un Paese diviso
  2. Il Piano Solo del 1964: la paura di una svolta autoritaria
  3. Piazza Fontana e la strategia della tensione
  4. Il golpe Borghese del 1970
  5. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro
  6. La strage di Bologna del 1980 e la lunga stagione degli attentati
  7. La P2 e le stragi mafiose del 1992-1993

1. Il 2 giugno 1946: la Repubblica nasce in un Paese diviso

Il primo momento delicato è proprio quello della nascita. Il referendum istituzionale del 1946 sancì la vittoria della Repubblica, ma non con un margine enorme: secondo Treccani, la Repubblica ottenne il 54,3% dei voti, contro il 45,7% della monarchia.

Il voto spaccò geograficamente il Paese: il Nord e il Centro votarono in maggioranza per la Repubblica, mentre nel Sud e nelle isole prevalse la monarchia.

Questo non toglie legittimità al risultato, ma aiuta a capire una cosa: la Repubblica italiana nasce da una scelta democratica fortissima, ma dentro un Paese ancora segnato dalla guerra, dalle divisioni politiche e dal difficile passaggio dalla monarchia alla nuova forma di Stato.

scheda voto referendum 1946
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2. Il Piano Solo del 1964: la paura di una svolta autoritaria

Nel 1964 l’Italia attraversò una crisi politica molto delicata, legata anche alle tensioni intorno al primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro. In quel contesto emerse il cosiddetto Piano Solo, predisposto dal generale Giovanni De Lorenzo, allora comandante generale dell’Arma dei Carabinieri.

Il nome dice già molto: “Solo” perché, in caso di grave emergenza per l’ordine pubblico, il piano avrebbe affidato solo ai Carabinieri il controllo dei punti nevralgici dello Stato.

In pratica, il piano prevedeva misure molto pesanti: il controllo di sedi istituzionali e infrastrutture strategiche, la gestione dell’ordine pubblico da parte dell’Arma e l’eventuale “enucleazione”, cioè il prelevamento di persone considerate pericolose in caso di emergenza.

Proprio per questo, anche se non venne mai attuato, il Piano Solo è rimasto nella memoria repubblicana come uno dei momenti in cui il confine tra tutela dell’ordine pubblico e pressione autoritaria apparve più sottile. 

Non si arrivò a un colpo di Stato, ma il Piano Solo è rimasto nella memoria repubblicana come uno dei momenti in cui la democrazia italiana sembrò più esposta al rischio di pressioni autoritarie. 

3. Piazza Fontana e la strategia della tensione

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano, causando 17 morti e 88 feriti. Fu la strage di Piazza Fontana, considerata generalmente l’inizio della cosiddetta strategia della tensione.

L’espressione indica una strategia eversiva basata su attentati pensati per creare paura, instabilità e richiesta di ordine, fino a rendere possibile o desiderabile una svolta autoritaria.

È qui che la Repubblica viene colpita nel suo punto più fragile: la fiducia dei cittadini nello Stato e nella possibilità di vivere in una democrazia sicura. 

4. Il golpe Borghese del 1970

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si consumò il tentativo passato alla storia come golpe Borghese, dal nome di Junio Valerio Borghese. Treccani lo definisce un tentativo di colpo di Stato promosso da Borghese, poi non portato a compimento.

È uno degli episodi più espliciti quando si parla di rischi per l’ordine repubblicano: non solo violenza politica, non solo terrorismo, ma un progetto direttamente orientato a interrompere il normale funzionamento democratico.

Anche se fallì, resta uno dei simboli più inquietanti degli anni delle trame eversive.

5. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro

Il 16 marzo 1978, giorno del varo del quarto governo Andreotti, Aldo Moro fu rapito in via Fani da un commando delle Brigate Rosse, che uccise gli uomini della sua scorta. Dopo 55 giorni di prigionia, Moro venne assassinato il 9 maggio.

Fu uno degli attacchi più gravi al cuore dello Stato repubblicano. Le Brigate Rosse non colpirono soltanto un leader politico: colpirono un uomo centrale nel dialogo tra le principali forze politiche italiane, in un momento delicatissimo della vita istituzionale.

Da poco, infatti, Aldo Moro aveva trovato un'intesa con l'opposizione di Enrico Berlinguer, al fine di firmare il cosiddetto Compromesso Storico tra destra e sinistra. Una "pacificazione" che non ci fu mai proprio a causa della scomparsa del leader della DC: la Repubblica resistette, ma ne uscì profondamente ferita.

6. La strage di Bologna del 1980 e la lunga stagione degli attentati

Il 2 agosto 1980 una bomba esplose alla stazione di Bologna. La strage causò 85 vittime ed è ancora oggi una delle ferite più profonde della storia repubblicana.

Pur avendo oggi sentenze definitive sugli esecutori materiali, sulla strage restano ancora nodi e interrogativi che pesano sulla memoria nazionale.

La storiografia individua nello stesso Stato - o meglio, in una parte delle sue componenti - il responsabile di quell'atto terroristico. Diverse fonti, tra cui la stessa Treccani, attribuiscono la paternità dell'attacco a terrorismo nero, coadiuvato da una parte dei servizi segreti italiani.

Bologna arrivò dopo altri attentati che avevano già insanguinato il Paese, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, fino al treno Italicus. Per questo, più che un episodio isolato, rappresenta il punto più drammatico di una stagione in cui la violenza terroristica cercò di destabilizzare la vita pubblica italiana.

7. La P2 e le stragi mafiose del 1992-1993

Negli anni Ottanta emerse anche il caso della loggia P2, una rete segreta capace di penetrare in settori della politica, dell’economia, dell’esercito e delle istituzioni.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, fu istituita proprio per accertarne origine, finalità, organizzazione, collegamenti e possibili influenze sulle funzioni pubbliche.

Pochi anni dopo, la Repubblica fu scossa da un’altra offensiva: quella di Cosa Nostra. Le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992 uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte.

Poi arrivarono gli attentati del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Treccani collega quel passaggio alla fine della cosiddetta Prima Repubblica, dentro una crisi già profondamente segnata da Tangentopoli, che da lì a breve avrebbe scosso le fondamenta del Parlamento italiano. 

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