
Cento anni fa il calcio aveva già regole, tifosi e rivalità molto accese, ma l’esperienza di una partita era decisamente più spartana.
Si scendeva in campo con cinque attaccanti, palloni di cuoio che sotto la pioggia diventavano pesantissimi e nessuna possibilità di effettuare sostituzioni. Se un giocatore si faceva male, la squadra restava semplicemente con un uomo in meno.
Il 1926, in particolare, fu un anno importante: a Milano aprì San Siro, a Torino venne inaugurato il Filadelfia e diverse squadre italiane iniziarono a trasferirsi dai semplici campi cittadini verso impianti costruiti appositamente per il calcio.
Ecco come si giocava davvero a calcio 100 anni fa.
Indice
Cinque attaccanti e un fuorigioco diverso
La formazione più diffusa nei primi decenni del Novecento era il 2-3-5, chiamato anche “Piramide”: due difensori, tre centrocampisti e ben cinque attaccanti. L’Inter del primo Scudetto, conquistato nel 1910, giocava proprio con questo schieramento.
Il modo di attaccare cambiò ulteriormente nel 1925, quando la regola del fuorigioco venne modificata. Per tenere in gioco un attaccante non furono più necessari tre avversari tra lui e la porta, ma due, come avviene ancora oggi. Una novità che aprì più spazi e favorì il gioco offensivo.
Anche l’attrezzatura rendeva tutto più complicato. I palloni erano realizzati in cuoio e, quando il campo si bagnava, assorbivano acqua diventando molto più pesanti. Le scarpe erano alte, rigide e costruite con pelle spessa: alcuni modelli degli anni Venti potevano pesare circa un chilo.
Niente cambi, cartellini o rigori finali
Nel 1926 un allenatore non poteva rivoluzionare la partita facendo entrare giocatori freschi dalla panchina. Le sostituzioni non erano previste: se un calciatore si infortunava e non riusciva a continuare, la squadra restava con un uomo in meno.
In Italia il primo cambio ammesso arrivò soltanto nel 1965 e riguardava il portiere infortunato.
Anche ammonizioni ed espulsioni erano molto meno presenti. L’arbitro poteva richiamare o allontanare un giocatore, ma non estraeva cartellini colorati: il sistema con giallo e rosso sarebbe stato introdotto soltanto ai Mondiali del 1970.
Il portiere, inoltre, poteva raccogliere con le mani un retropassaggio volontario effettuato da un compagno. Una possibilità che favoriva il possesso difensivo e permetteva anche di perdere parecchio tempo. Il divieto di prendere con le mani i retropassaggi intenzionali arrivò nel 1992.
Non esistevano neppure i calci di rigore per decidere una partita terminata in parità. A seconda della competizione si ricorreva a una nuova partita oppure, nei casi più estremi, al sorteggio. La serie dal dischetto venne adottata dall’IFAB soltanto nel 1970.
Infine, vincere valeva meno in classifica: una squadra conquistava due punti, contro il punto assegnato per il pareggio. In Italia i tre punti per la vittoria sarebbero arrivati soltanto nel 1994.
Juventus: dal campo di Corso Sebastopoli a Corso Marsiglia
Prima degli stadi moderni, la Juventus cambiò diverse case, restando però quasi sempre nella stessa zona di Torino. Giocò a Piazza d’Armi, al Velodromo Umberto I e nel campo di Corso Sebastopoli.
Nel 1922 si trasferì nello stadio di Corso Marsiglia, dove sarebbe rimasta fino al 1933. L’impianto poteva accogliere circa 25mila spettatori ed era considerato molto moderno: fu il primo stadio italiano del suo genere costruito in cemento armato e disponeva persino dell’illuminazione artificiale.
Milan e Inter: quando San Siro era solo rossonero
All’inizio del 1926 il Milan giocava ancora nel campo di Viale Lombardia. L’ultima partita di campionato disputata lì risale al 4 luglio dello stesso anno, poche settimane prima dell’apertura di San Siro.
Oggi sembra strano, ma inizialmente il nuovo stadio era utilizzato soltanto dal Milan. L’Inter giocava soprattutto nel campo di via Goldoni e, successivamente, all’Arena Civica.
I nerazzurri si trasferirono stabilmente a San Siro soltanto nel 1947. Il primo derby giocato nel nuovo impianto, però, arrivò già il 19 settembre 1926 e terminò 6-3 per l’Inter.
Torino: nasce il Filadelfia
Il 17 ottobre 1926 il Torino inaugurò il Filadelfia con una vittoria per 4-0 contro la Fortitudo Roma.
Quello stadio sarebbe diventato uno dei luoghi più importanti del calcio italiano e, negli anni successivi, la casa del Grande Torino. Rispetto ai primi terreni improvvisati, il Filadelfia rappresentava già una nuova idea di calcio: un impianto legato in modo profondo alla squadra, al quartiere e ai suoi tifosi.
Genoa e Bologna: Marassi e lo Sterlino
Genova era già molto avanti rispetto a tante altre città. Dal 1911 il Genoa disponeva infatti di un impianto costruito appositamente per il calcio nel quartiere di Marassi, dove ancora oggi sorge lo stadio Luigi Ferraris.
Il Bologna, invece, giocava allo Sterlino, inaugurato nel 1913. Il campo era famoso anche per una caratteristica poco comoda: il terreno era visibilmente in pendenza.
Dopo la Prima guerra mondiale venne ristrutturato e dotato di una tribuna in cemento armato con terrazza pensile, una soluzione rarissima per l’epoca.
A Roma, prima di Campo Testaccio
Nel 1926 la Roma non esisteva ancora: sarebbe nata l’anno seguente dalla fusione di tre società cittadine. La Lazio giocava invece nel campo della Rondinella, nel quartiere Flaminio, un impianto che durante la Prima guerra mondiale era stato trasformato in un orto per aiutare la popolazione.
Campo Testaccio, destinato a diventare uno dei simboli del primo calcio romano, sarebbe stato inaugurato soltanto il 3 novembre 1929. La Roma vi giocò fino al 1940, costruendo un legame fortissimo tra la squadra e il quartiere.
Il calcio di cento anni fa era più lento nelle strutture, ma non necessariamente nelle emozioni. I tifosi si stringevano attorno a campi spesso incastrati tra case e strade cittadine, mentre le squadre iniziavano a trasformarsi da gruppi di appassionati in grandi club.
Molti di quegli impianti oggi non esistono più. I loro nomi, però, continuano a raccontare il momento in cui il calcio italiano cominciò a diventare quello che conosciamo.