Studentessa indecisa

Ci sono aspetti della scuola italiana apparentemente immutabili e refrattari a qualsiasi riforma: la scansione dei cicli di istruzione secondo il modulo 5-3-5, per usare il gergo calcistico, sembra essere una di quelle.

Così ci ritroviamo a dover “costringere” i nostri 13enni a decidere cosa saranno da grandi, scegliendo un percorso formativo che da quel momento in poi inizierà a caratterizzare in maniera quasi irrevocabile la “cassetta degli attrezzi” con cui affronteranno la vita da adulti.

Non stupisce, quindi, che per molti di loro la decisione, col senno di poi, risulterà sbagliata. A evidenziarlo è il Rapporto sul Profilo dei Diplomati 2025 targato AlmaDiploma. 

Arrivati al traguardo della Maturità, infatti, moltissimi ragazzi - circa 1 su 2 - si guardano indietro e si scoprono "pentiti". E quindi, se potessero riavvolgere il nastro, cambierebbero del tutto o almeno in parte il percorso intrapreso cinque anni prima.

Indice

  1. Quasi la metà degli studenti cambierebbe percorso
  2. Chi si pente di più: record nei professionali, i più "fedeli" nei tecnici
  3. Le motivazioni alla base del pentimento
  4. Il nodo dei professori e il "paradosso" finale

Quasi la metà degli studenti cambierebbe percorso

I numeri delineano un quadro preoccupante sull'efficacia dell'orientamento in uscita dalle medie. A fronte di un 54,7% di studenti che confermerebbe in pieno la propria scelta, c'è un massiccio 44,7% che, se tornasse ai tempi dell'iscrizione, modificherebbe sicuramente qualcosa.

Le sfumature di questo pentimento sono diverse: il 12,2% sceglierebbe lo stesso indirizzo ma cambierebbe istituto scolastico, il 9,1% resterebbe nella stessa scuola ma cambierebbe corso di studi.

Ma il dato più rilevante è quello che vede il 23,4% degli intervistati - quasi un quarto dei diplomati - sostenere che, potendo tornare indietro, farebbe addirittura tabula rasa, cambiando sia la scuola sia l'indirizzo.

A mostrarsi più critiche e propense al ripensamento sono le studentesse: cambierebbero percorso nel 46,8% dei casi, contro il 42,2% dei compagni maschi.

Grafico 1

Chi si pente di più: record nei professionali, i più "fedeli" nei tecnici

Il livello di insoddisfazione non è distribuito, però, in modo omogeneo ma varia profondamente a seconda dell’indirizzo scolastico scelto dopo la licenza media.

Il record assoluto spetta agli studenti degli Istituti Professionali, dove la quota dei "pentiti" sfonda il muro della metà del campione, attestandosi al 50,9%. Tra questi, inoltre, il pentimento è così radicato che quasi un terzo (il 31,2%) cambierebbe sia l'indirizzo sia la scuola.

All'estremo opposto, troviamo i diplomati degli Istituti Tecnici, che si rivelano i più "fedeli" e convinti della propria scelta iniziale: la quota di chi vorrebbe cambiare qualcosa si ferma al 43,7%, registrando il tasso di conferma del percorso più alto tra i tre macro-indirizzi (55,6%).

Nel mezzo si posizionano i licei, con un dato medio di insoddisfazione del 44,4%. Questo numero, tuttavia, nasconde al suo interno disparità clamorose. Da un lato c'è il liceo classico, che registra il tasso di soddisfazione più alto e la quota di pentiti più bassa: 37,7%, comunque non poco.

Dall'altro lato, però, spicca il caso, per certi versi sorprendente, del liceo linguistico: qui la quota di chi cambierebbe rotta è altissima e tocca il 54,1%, con ben il 26,5% degli studenti che vorrebbe cambiare sia istituto sia indirizzo.

Le motivazioni alla base del pentimento

Ma cosa spinge una ragazza o un ragazzo a rinnegare ben cinque anni di studi? La motivazione principale è la scoperta, in corso d’opera, di avere attitudini e inclinazioni diverse rispetto a quando hanno iniziato le superiori: il 33,9% cambierebbe proprio per studiare materie differenti, un'esigenza sentita in particolar modo dai diplomati degli istituti tecnici (37,3%).

Subito dopo, emergono i dubbi sulla qualità della preparazione ricevuta in vista delle sfide future. Il 13,9% degli scontenti avrebbe voluto fare studi che preparassero meglio all'università, mentre il 12,1% avrebbe gradito un percorso che preparasse meglio all’ingresso nel mondo del lavoro.

Un senso di inadeguatezza, questo, che colpisce (di nuovo) soprattutto i diplomati dei professionali, che si sentono meno preparati degli altri sia per fare il salto accademico (22,2%) sia per provare a darsi subito da fare nel mercato del lavoro (15,9%).

È interessante notare, poi, anche una netta spaccatura di genere nelle motivazioni: le ragazze si rammaricano in misura maggiore di aver svolto studi che non le hanno preparate a sufficienza per l'università, mentre i ragazzi lamentano soprattutto una scarsa preparazione pratica per il mondo del lavoro.

Grafico 2

Il nodo dei professori e il "paradosso" finale

In questo quadro, non mancano critiche dirette al sistema e alle persone. Circa un diplomato su dieci (il 9,5%) cambierebbe per trovare un'organizzazione scolastica e infrastrutture. Un altro 9,3% lo farebbe per avere docenti più preparati o per instaurare rapporti migliori con il corpo insegnante. 

Un’insofferenza, quella verso i professori, che si concentra in particolar modo nei licei (10,3%), toccando una punta di criticità del 13,1% tra gli studenti del liceo classico.

Eppure, l’analisi si chiude con un apparente paradosso: nonostante quasi un diplomato su due ammetta che cambierebbe percorso, il 57,0% di questo stesso gruppo si dichiara comunque "soddisfatto" del corso di studi appena concluso. Come si spiega tale approccio?

Secondo i ricercatori di AlmaDiploma, questo avviene perché, quando i ragazzi valutano l'ipotesi di re-iscriversi, lo fanno guardando alle loro attuali prospettive e difficoltà future (università e lavoro), che pesano molto più del semplice ricordo della loro esperienza vissuta in classe, che invece sembra essere buono.

Un dato che rafforza l'idea che la scuola non debba solo "insegnare", ma accompagnare attivamente verso ciò che aspetta i neodiplomati fuori dal cancello di scuola.

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