punizioni scuola

Un piede pestato, una scarpa da pulire, poi – secondo l’accusa – la presa al collo e la conseguente caduta a terra. È la ricostruzione al centro dell’inchiesta che coinvolge un docente di un liceo scientifico di Latina, indagato per lesioni e abuso dei mezzi di correzione nei confronti di uno studente minorenne.

Secondo quanto riportato da diverse fonti, il ragazzo sarebbe stato “steso” con una mossa riconducibile al judo dopo aver pestato la scarpa dell’insegnante durante il cambio dell’ora. La difesa, invece, parla di un gesto “giocoso” e non aggressivo.

Sarà l’inchiesta a stabilire che cosa sia realmente accaduto in classe. Ma, da qualunque angolazione la si guardi, la vicenda riporta al centro una domanda scomoda: che cosa succede quando il rapporto educativo tra docente e studente oltrepassa il limite del confronto verbale e diventa contatto fisico?

Oggi episodi di questo tipo finiscono immediatamente al centro della cronaca giudiziaria: denunce, sospensioni, indagini, responsabilità disciplinari e possibili conseguenze penali. Ed è proprio questo a segnare la distanza con il passato.

Perché c’è stato un tempo, non così lontano, in cui il confine tra “correzione”, “disciplina” e violenza era molto più sfumato.

Un tempo in cui uno schiaffo, una bacchettata sulle mani, una tirata d’orecchie o una punizione umiliante potevano essere liquidati come metodi severi, magari discutibili, ma comunque parte della normale vita scolastica. Il paradosso? Le punizioni corporali erano vietate già da molto tempo.

Indice

  1. Punizioni corporali vietate già nell’Ottocento, almeno sulla carta
  2. Dalla bacchetta sulle mani ai ceci sotto le ginocchia: cosa accadeva davvero in classe
  3. La svolta tra anni Sessanta e Settanta
  4. E oggi?

Punizioni corporali vietate già nell’Ottocento, almeno sulla carta

Partiamo da un presupposto che vale sempre la pena ricordare: nessuna forma di violenza può essere considerata un metodo educativo.

Ma, per arrivare fin qui, la scuola italiana ha attraversato una lunga zona grigia: quella in cui le punizioni corporali erano già vietate sulla carta, ma ancora presenti nella vita quotidiana di molte classi. 

La vera domanda allora è: fino a quando la scuola italiana ha continuato, nella pratica, a tollerare le punizioni corporali?

La risposta può sorprendere: sulla carta, le punizioni corporali erano vietate già dall’Ottocento. Nel Regolamento scolastico del 1860, l’articolo 98 stabiliva che erano vietate parole ingiuriose, percosse, segni di ignominia e pene corporali.

Eppure, nella quotidianità scolastica, pratiche come la bacchetta sulle mani, le orecchie d’asino e l’inginocchiarsi sui ceci continuarono a essere utilizzate ancora a lungo.

Il divieto venne poi ribadito anche nel Regio Decreto del 1928, che elencava le sanzioni disciplinari possibili per gli alunni: ammonizione, censura sul registro, sospensione, esclusione dagli scrutini o dagli esami, espulsione.

Subito dopo, il testo precisava che era vietata qualsiasi forma di punizione diversa da quelle indicate. Insomma: schiaffi, bacchettate e castighi fisici non erano certo strumenti ammessi dalla norma. 

Dalla bacchetta sulle mani ai ceci sotto le ginocchia: cosa accadeva davvero in classe

Il problema è che la scuola “reale” non coincideva sempre con quanto scritto nei regolamenti.

La ricerca storico-pedagogica “Memorie di scuola: le punizioni nelle aule marchigiane attraverso le testimonianze di ex-maestri e alunni tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento” - a cura delle ricercatrici Sofia Montecchiani e Lucia Paciaroni dell’Università di Macerata - sulle aule marchigiane tra gli anni Trenta e Sessanta, basata sulle testimonianze di ex maestri ed ex alunni, documenta la presenza di percosse, bacchettate e genuflessione sui ceci almeno fino alla fine degli anni Sessanta.

Lo studio sottolinea anche un aspetto chiave: questi metodi, pur vietati e condannati dalla pedagogia ufficiale, erano diventati nel tempo una vera e propria consuetudine scolastica. 

Le punizioni corporali, quindi, non sono scomparse quando sono state vietate, ma quando hanno smesso progressivamente di essere considerate accettabili.

Perché il divieto non bastò? Per due motivi principali. Primo: la scuola, un tempo, era molto più “gerarchica”. Per generazioni, la figura del maestro o della maestra era circondata da un’autorità quasi intoccabile.

Una bacchettata sulle mani, uno schiaffo, una tirata d’orecchie o un’umiliazione davanti alla classe potevano essere letti non come abuso, ma come “correzione”.

In secondo luogo, in molti casi, le famiglie stesse faticavano a contestare quel modello, perché lo condividevano o perché lo consideravano parte inevitabile del processo educativo. 

La svolta tra anni Sessanta e Settanta

Il cambiamento arriva lentamente, soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, quando il rapporto tra adulti e minori, tra scuola e famiglia, tra autorità e diritti inizia a trasformarsi.

La scuola non è più soltanto il luogo dell’obbedienza, ma anche quello della crescita personale, della tutela psicologica, della dignità dello studente. E ciò che prima veniva liquidato come severità comincia a essere riconosciuto per quello che è: violenza.

Oggi, infatti, la giurisprudenza è molto più netta. La Cassazione ha ribadito che la violenza fisica o psicologica non può essere considerata un mezzo educativo lecito, nemmeno se l’adulto sostiene di aver agito con finalità correttive.

Per parlare di abuso dei mezzi di correzione, il “mezzo” usato deve essere in sé consentito; colpire, tirare i capelli, trascinare o usare la forza fisica esce da questo perimetro e può rientrare in altre ipotesi di reato, come percosse, lesioni o maltrattamenti, a seconda del caso concreto.

E oggi?

La vicenda di Latina è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. A Bologna, nel novembre 2025, un insegnante di un noto istituto scolastico cittadino ha colpito uno studente al collo durante una lezione, con il ragazzo poi visitato al pronto soccorso e l’avvio di misure disciplinari.

Nel Barese, a marzo 2026, una maestra di scuola dell’infanzia è stata sospesa per sei mesi nell’ambito di un’indagine su presunti schiaffi, strattonamenti e punizioni ritenute non consone al contesto educativo.

E ancora: a Potenza, nell’ottobre 2025, tre educatrici di un asilo nido sono state sospese per un anno con l’accusa di schiaffi e forti scossoni ai danni di 36 bambini sotto i tre anni.

A Morbegno, nell’ottobre 2024, un professore è stato sospeso dopo aver colpito con uno schiaffo un alunno, spingendolo e facendolo cadere.

A Lecce, nel marzo 2025, una maestra di scuola dell’infanzia è stata condannata a tre anni per maltrattamenti, in un caso che riguardava offese, minacce, sculacciate e ceffoni ai danni di bambini tra i 3 e i 5 anni.

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