Servizio civile obbligatorio: un anno perso o occasione per il futuro?

Marcello G.
Di Marcello G.

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Un passo indietro di dieci anni? Non è detto, ma la riflessione da fare è di quelle importanti, approfondite, lungimiranti. La proposta con cui la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, ha paventato il ritorno a una qualche forma di leva obbligatoria ha aperto un dibattito sull’opportunità di ‘costringere’ nuovamente i ragazzi a ‘regalare’ un periodo della propria vita allo Stato. Anche se, per ora, nessuno ha parlato di servizio militare ma di servizio civile. Quali ricadute sociali potrebbe però avere una decisione del genere? I costi e le conseguenze sulla formazione (e sul lavoro) dei neomaggiorenni sarebbero sicuramente i principali nodi da sciogliere. Ma forse è meglio andare per gradi.

Servizio civile obbligatorio: pro e contro

“Da un lato, per le missioni internazionali – ha dichiarato la Pinotti durante il raduno nazionale degli Alpini, a Treviso – abbiamo bisogno di militari professionalmente preparati e qui la leva obbligatoria non sarebbe lo strumento più idoneo”. Ma l’idea di riproporre a tutti i giovani un momento unificante, non più solo nelle forze armate ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti ed in cui i giovani possono scegliere dove esercitarlo, ha sottolineato la Ministra “è un filone di ragionamento che dobbiamo cominciare ad avere; vi sono molti ambiti nella Difesa che si possono prestare anche a una presenza volontaria in forme che vanno delineate”. Da qui allo scontro tra due scuole di pensiero ben radicate nel Paese – pro e contro l’obbligatorietà del servizio alla Nazione - il passo è stato breve.

Quando il servizio militare diventò facoltativo

La leva obbligatoria, nel nostro Paese, è rimasta in vita fino al 2005 quando venne abolita da una legge del Parlamento – votata a larghissima maggioranza – per far posto a un esercito di professionisti. Anche perché, dal punto di vista dei ragazzi, la naja era ormai diventata qualcosa di obsoleto, agonizzante. Soprattutto per chi aveva in mente, una volta raggiunta la maggiore età, di continuare gli studi all’Università, il servizio militare si riduceva all’annuale incombenza di presentare la richiesta di rinvio (solo chi non raggiungeva un numero minimo di esami sostenuti doveva partire). Stessa cosa per chi voleva subito andare a lavorare: i contatti con le divise si limitavano a una mattina in fila per consegnare la domanda di deroga. Ecco che, dunque, le caserme si riempivano di giovani che vedevano nelle forze armate un anno sabbatico, in attesa di capire cosa volessero fare della propria vita. Veramente pochi quelli che credevano fermamente nella formazione militare.

Tanti in fila per un posto da volontario: ma è vera solidarietà?

Ma, specie nelle situazioni di emergenza, la società civile si è dimostrata fondamentale come supporto all’attività dell’esercito. Tanto da indurre, forse, la Ministra a un’esternazione del genere. Le premesse ci sono tutte, il numero dei giovani che ogni anno partecipano ai bandi per svolgere il Servizio Civile, nelle attività più disparate di volontariato, è sicuramente da non sottovalutare: 35.247 solo nel 2015 (ultimi dati ufficiali disponibili); oltre 377mila se prendiamo come riferimento il periodo 2001-2015. Ma, attenzione, non è tutt’oro quel che luccica. Specialmente nell’ultima fase storica, contraddistinta dalla crisi occupazionale che ha colpito soprattutto le nuove generazioni, il Servizio Civile è diventato (quasi paradossalmente) una scialuppa di salvataggio.

Al Sud il servizio civile è uno dei tanti modi per cercare lavoro

Basta un dato: a presentare il maggior numero di domande sono i ragazzi del Sud (Sicilia e Sardegna comprese) che, in totale, hanno superato il 56% delle richieste (al Nord e al Centro si sono fermate, rispettivamente, al 23% e al 19%). Un trend costantemente in crescita negli ultimi anni. Il motivo? Lo stesso che ha spinto molti giovani a diventare Volontari in ferma prefissata (VFP) all’indomani della legge che rendeva facoltativo il servizio militare: i soldi. A chi svolge il Servizio Civile, infatti, viene corrisposto un compenso giornaliero: in base all’ultime tabelle è di 14,46€ al giorno (433,80€ al mese), cui va aggiunta una cifra ulteriore in caso di attività svolte all’estero. Decisamente un’ottima alternativa temporanea per chi il lavoro non lo trova. Ma sarebbe ingeneroso dire che le nuove generazioni hanno trasformato il volontariato solo in un ‘lavoro’ retribuito grosso modo quanto tante altre occupazioni non qualificate. Da un sondaggio di Skuola.net, effettuato qualche tempo fa, è emerso che il 27% dei ragazzi ha impiegato il proprio tempo almeno una volta per aiutare il prossimo e 1 su 10 lo fa abitualmente.

Da volontari a corpi specializzati: un’ipotesi percorribile

Bisognerebbe allora trovare un giusto compromesso. Se dovesse diventare un passaggio obbligatorio nella vita di ogni ragazzo vien da sé che sarebbe a titolo gratuito (ma lo Stato non risparmierebbe affatto, perché i costi a carico lieviterebbero, dovendo ‘mantenere’ centinaia di migliaia di ragazzi ogni anno). In più, costringere un ragazzo svogliato non servirebbe a raggiungere i risultati sperati. Meglio pochi ma convinti. Inoltre, un anno da impiegare nel servizio civile alla fine della scuola, potrebbe provocare un ulteriore ritardo per i giovani italiani rispetto ai coetanei europei, visto che si "allungherebbe" di un anno il percorso formativo, posticipando ancora l'inserimento nel mondo universitario e quindi lavorativo. E allora, sfruttando proprio lo spirito volontaristico di molti giovani, non sarebbe forse il caso di prevedere – al di là della libera scelta sulla destinazione – forme di carriera interna ai corpi civili? Creare una sorta di ‘volontari di professione’ – che inizialmente prestano la propria opera gratuitamente per poi specializzarsi in un settore d’intervento - darebbe sicuramente un supporto migliore non solo alle forze armate ma all’intera società. Generando occupazione, impegno, responsabilità. Senza dare l’impressione che sia solo una perdita di tempo.
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