
Nel film Lei (Her), il protagonista Theodore Twombly (interpretato da Joaquin Phoenix) instaura una relazione profonda, intima e sentimentale con Samantha, un sistema operativo basato su un'intelligenza artificiale avanzata e cosciente, capace di conversare, ascoltare e rispondere alle emozioni del protagonista.
Era il 2013 e quello scenario sembrava tanto lontano quanto difficile da immaginare. Poco più di dieci anni dopo, invece, la distanza tra finzione e realtà si è accorciata parecchio.
Secondo un’indagine di Skuola.net condotta su 1.000 giovani tra i 14 e i 25 anni, infatti, il 42% ha già utilizzato almeno una volta un sistema di intelligenza artificiale per questioni legate all’amore e alle relazioni.
E non si tratta soltanto di chiedere come scrivere il messaggio giusto alla propria crush.
Tra chi usa questi strumenti per questioni sentimentali, il 66% li consulta per confrontarsi su problemi e delusioni, mentre tra gli utenti più assidui il 67% dice di essersi sentito almeno una volta compreso da un chatbot meglio che da una persona reale.
Her, insomma, potrebbe essere meno lontano di quanto pensassimo. E lo stesso vale per molti altri mondi immaginati dalla fantascienza: dalle città di Blade Runner alle simulazioni di Matrix, passando per le tecnologie predittive di Minority Report.
Fermati un attimo e pensaci: quanto del futuro raccontato dal cinema è già entrato nel nostro presente?
È proprio attorno a questa domanda che ruota “Synthetic Tomorrow: AI // CYBERPUNK”, l’evento in programma il 25 settembre alle 20:00 al Teatro Costanzo Parioli, nell’ambito della Rome Future Week.
Un incontro gratuito fino ad esaurimento posti che metterà insieme cinema, cultura cyberpunk e tecnologie oggi molto reali – dall’intelligenza artificiale generativa al voice cloning – per capire dove finisce la fantascienza e dove, invece, comincia il mondo in cui stiamo già vivendo.
E ci saremo anche noi di Skuola.net, con il direttore Daniele Grassucci, pronti a portare sul palco il punto di vista delle nuove generazioni: quelle che l’intelligenza artificiale non la osservano da lontano, ma la stanno già usando per studiare, informarsi, creare contenuti e persino affrontare dubbi personali e relazionali.
Indice
Dalle videochiamate agli assistenti vocali: quando la fantascienza ha anticipato la tecnologia
Alcune intuizioni del cinema di fantascienza, viste oggi, fanno quasi sorridere per quanto sono diventate normali.
In 2001: Odissea nello spazio, uscito nel 1968, compaiono videochiamate, schermi piatti portatili e un’intelligenza artificiale, HAL 9000, con cui gli esseri umani possono parlare usando il linguaggio naturale.
Tecnologie che all’epoca appartenevano a un futuro lontanissimo e che oggi, almeno nelle loro versioni meno fantascientifiche, fanno parte della quotidianità.
Lo stesso vale per Star Trek. I comunicatori utilizzati dall’equipaggio dell’Enterprise sono stati spesso accostati ai primi telefoni cellulari a conchiglia, mentre i dispositivi PADD della serie ricordano molto da vicino i tablet.
Persino l’abitudine di rivolgersi a un computer semplicemente parlando con lui sembra decisamente meno esotica nell’epoca degli assistenti vocali e dei chatbot.
Poi c’è Ritorno al futuro - Parte II, che nel 1989 immaginava il 2015 tra hoverboard e automobili volanti. Su questi due fronti siamo ancora parecchio indietro.
Ma il film mostrava anche videochiamate, dispositivi indossabili, comandi vocali, droni e sistemi biometrici, tutte tecnologie che nel frattempo hanno trovato applicazioni molto concrete.
Anche Demolition Man, uscito nel 1993 e ambientato nel 2032, costruiva il suo futuro attorno a videochiamate, automobili sempre più automatizzate e abitazioni controllate attraverso la voce.
Non tutto ciò che compare sullo schermo si è avverato, ovviamente, ma il modo in cui immaginava un ambiente sempre più connesso non appare più così remoto. Perfino Blade Runner, ambientato nel 2019, può essere riletto sotto questa luce.
Non abbiamo replicanti indistinguibili dagli esseri umani che camminano per le nostre città, ma conviviamo già con immagini sintetiche, voci artificiali, identità digitali e sistemi capaci di imitare comportamenti umani.
Il film non aveva previsto ChatGPT o i deepfake: aveva però posto con decenni di anticipo una domanda che oggi è diventata molto più concreta. Come facciamo a distinguere ciò che è umano da ciò che è artificiale?
Da Minority Report a Matrix: più che le invenzioni, il cinema aveva anticipato i problemi
Le coincidenze diventano ancora più interessanti quando la fantascienza smette di indovinare gli oggetti del futuro e comincia ad anticipare il rapporto che avremmo avuto con la tecnologia.
Minority Report, uscito nel 2002 ma ambientato nel 2054, immagina una società in cui l’identità viene riconosciuta attraverso dati biometrici, la pubblicità cambia in base alla persona che la sta guardando e enormi interfacce digitali vengono controllate attraverso i gesti.
Il cuore del film è ancora più radicale: un sistema tenta di prevedere i crimini prima che vengano commessi.
Siamo molto lontani dalla “PreCrime” raccontata da Spielberg, ma riconoscimento biometrico, profilazione degli utenti, pubblicità personalizzata e sistemi algoritmici utilizzati per valutare comportamenti e rischi fanno ormai parte del dibattito contemporaneo.
Qualche anno prima, The Truman Show aveva costruito un’intera storia sull’idea di una vita trasformata in spettacolo e osservata continuamente da milioni di persone.
Non parlava di social network - Facebook sarebbe arrivato sei anni dopo - ma oggi il confine tra quotidianità privata e contenuto da condividere pubblicamente è diventato molto più sottile.
Matrix, nel 1999, aveva invece portato all’estremo un’altra domanda: che cosa succede quando non riusciamo più a distinguere perfettamente esperienza reale ed esperienza digitale?
Non viviamo dentro una simulazione controllata dalle macchine, ma tra realtà virtuale, ambienti immersivi, avatar e contenuti generati dall’intelligenza artificiale la questione è diventata decisamente meno astratta.
E poi c’è A.I. - Intelligenza artificiale, arrivato al cinema nel 2001. Il protagonista David è un bambino robot progettato per provare amore e costruire un legame emotivo con gli esseri umani.
Un’idea estrema, certo, che però anticipava un tema oggi sempre più discusso: può nascere un rapporto affettivo tra una persona e un sistema artificiale che simula empatia, attenzione e comprensione?
La stessa linea porta direttamente a Her, che nel 2013 ha fatto un passo ulteriore eliminando perfino il corpo della macchina. Samantha è soltanto una voce, un sistema operativo capace di conoscere Theodore sempre meglio attraverso le loro conversazioni.
Proprio per questo, visto oggi, il film appare forse ancora più vicino al presente rispetto a molte pellicole piene di robot e astronavi. Altri titoli hanno esplorato aspetti diversi dello stesso problema.
Total Recall giocava con ricordi artificiali e identità manipolate; Johnny Mnemonic immaginava informazioni custodite direttamente nel cervello umano; The Running Man estremizzava il rapporto tra spettacolo televisivo, violenza e pubblico; Gattaca costruiva invece una società in cui il destino delle persone veniva deciso sulla base del loro patrimonio genetico.
Mondi molto diversi, accomunati però dalla stessa intuizione: una tecnologia abbastanza potente non cambia soltanto gli strumenti che utilizziamo, ma può cambiare il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, scegliamo e perfino definiamo noi stessi.
“Synthetic Tomorrow”: il cyberpunk esce dallo schermo e arriva sul palco
Ed è proprio questo cortocircuito tra immaginazione e realtà al centro di “Synthetic Tomorrow: AI // CYBERPUNK”, in programma il 25 settembre alle 20:00 al Teatro Costanzo Parioli di Roma, nell’ambito della Rome Future Week.
L’evento parte dall’immaginario costruito da opere come Blade Runner, Matrix, Minority Report, Johnny Mnemonic, Altered Carbon e The Peripheral per confrontarlo con tecnologie che oggi non appartengono più soltanto alla finzione: intelligenza artificiale generativa, voice cloning, immagini e videoclip sintetici, musica prodotta con l’AI e identità digitali.
L’obiettivo sarà quindi fare qualcosa di diverso dalla classica discussione sui film del futuro: mostrare direttamente quanto alcuni strumenti che fino a pochi anni fa avremmo associato al cyberpunk siano già utilizzabili nel presente.
Tra gli ospiti ci sarà Monica Calcagni, che affronterà il rapporto tra AI, identità, sessualità e affettività fino a confrontarsi sul palco con un proprio clone digitale generato dal vivo.
Interverrà anche l’esperto di cybersecurity e intelligenza artificiale Francesco Morelli, mentre Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, porterà l’attenzione su un altro terreno su cui questa trasformazione è già iniziata: quello dei giovani, dello studio, dell’apprendimento e del rapporto con la conoscenza.
E alla fine sarà il pubblico stesso a provare a fare ciò che il cinema di fantascienza ha fatto per decenni: immaginare il mondo che verrà. Da sette parole scelte dagli spettatori nascerà infatti in diretta Roma 2099, con concept art, colonna sonora, trailer e voce narrante realizzati attraverso strumenti di intelligenza artificiale.
La differenza rispetto a Kubrick, Spielberg o Ridley Scott è tutta qui: loro avevano bisogno di costruire il futuro davanti a una macchina da presa. Oggi possiamo chiedere a una macchina di aiutarci a immaginarlo.
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