Ominide 1474 punti

Il rapimento di Criseide: esercizio di riscrittura


E’ sorprendente come in certe situazioni le emozioni e i pensieri del momento ti impediscano di riflettere, di vedere i fatti i maniera lucida, consapevole. Giocano un ruolo fondamentale. Da sempre mi sforzo di capire come separare i sentimenti dal pensiero razionale. Sarebbe un aiuto indispensabile per affrontare certe situazioni: mettere per un attimo a tacere la paura, la preoccupazione, l’eccitazione e la frenesia da cui si è inevitabilmente colti, come se per un attimo il cuore si potesse fermare e il pensiero si focalizzasse su un solo problema, che verrebbe così trattato in modo più distaccato, maturo. Ma forse è troppo tardi per sperare in un cambiamento del genere, e anche se mi si presentasse di nuovo l’occasione di poter mettere alla prova la mia capacità di controllare le emozioni penso che il risultato non cambierebbe: sarei sopraffatta da quello che provo senza puntare ad una visione oggettiva dei fatti, senza pensare a quali sarebbero le vere conseguenze di quell’avvenimento e agirei di conseguenza: in modo istintivo, impulsivo e completamente imprudente. Per alcuni l’anima è davvero padrona di tutto, dei pensieri e delle azioni e non c’è modo di agire altrimenti. Per mia sfortuna io rientro in questo genere di persone. Da ragazza ho sempre pensato che il mio fosse coraggio, e in parte era vero, ma quando al coraggio si unisce l’immaturità e la voglia di dimostrare qualcosa al mondo, i rischi che si corrono sono straordinariamente grandi. Tuttavia, data la mia esperienza, penso che alcune volte agire d’istinto possa portare, seppur in maniera indiretta o involontaria, a risultati migliori di quelli che avremmo ottenuto affidandoci alla ragione, perché in effetti nessuno ci assicura che le decisioni prese con la testa siano quelle più adatte.
Successe tutto una mattina di agosto. Quel giorno mi ero svegliata tardi rispetto al solito e avevo trovato la casa completamente vuota. Inizialmente ero rimasta molto turbata non vedendo nessuno aggirarsi tra le ampie stanze come accadeva di consueto ma poi mi ero ricordata che quel giorno sarebbe iniziata la vendemmia e tutti i servi dovevano evidentemente trovarsi nei campi intorno alla casa. Mio padre era via da qualche giorno: doveva recarsi in uno dei suoi dannati santuari per fare i suoi soliti sacrifici. Quella volta doveva essere particolarmente distante da casa perché mi aveva detto che il viaggio sarebbe durato più del solito e non sarebbe tornato se non dopo qualche settimana. Non avevo fatto altro che annuire con sguardo assente, perché non ne potevo più di templi e offerte. Con questo non voglio assolutamente giudicare la nostra religione, poiché anche io, come mio padre, e del resto come ogni cittadino che si rispetti sono profondamente devota agli dei. Ciò nonostante ritenevo che la mia strada fosse un’altra e l’ultima cosa che avrei voluto era seguire le orme di mio padre e diventare sacerdotessa, anche se era ormai chiaro che quello sarebbe stato il mio destino e molto presto si sarebbe realizzato. Con questi pensieri nella testa indossai il mio abito color pesca e mi avviai lungo la strada che portava in città. Camminavo in fretta, stando attenta a non farmi riconoscere, poiché sapevo bene che una ragazza della mia età che camminava da sola per le vie del centro non era ben vista dagli abitanti della città. Ogni tanto la gente mi lanciava di sottecchi degli sguardi di disapprovazione, ma mi limitavo a voltarmi dalla parte opposta e proseguire con passo veloce. Era capitato solo una volta che qualcuno avesse riportato a mio padre di avermi vista da sola in città, ed era stato un vero disastro, perciò da quel momento facevo attenzione ad uscire sono quando lui era fuori e non c’era il rischio che ne venisse al corrente. Mi aveva ripetuto molte volte che il mio posto era a casa e ogni volta che uscivo senza di lui stavo disonorando non solo me stessa ma l’intera famiglia, facendo la figura della ragazza miserevole, che senza soldi è costretta a vagare in cerca di qualche moneta per mantenersi. Il mio problema era che attiravo l’attenzione: ero bella, slanciata e avevo lunghi capelli castani che cadevano sulla schiena, legati in trecce e acconciature elaborate. Fortunatamente, però, l’acutezza e l’esperienza mi permettevano di dileguarmi velocemente e senza troppa difficoltà dalle situazioni spiacevoli. In conclusione, riuscivo ad muovermi di nascosto senza che mio padre lo venisse a sapere e questa era l’unica cosa che mi rendeva davvero felice, poiché mi si prospettava un futuro malinconico e monotono. Il fatto di trasgredire le regole, di contravvenire agli ordini di mio padre mi distraeva dal pensiero di come sarebbe stata la mia vita di lì a pochi anni e manteneva in me una sottile speranza di poter evitare anche questo infausto destino, nello stesso modo in cui disobbedivo a quelle regole. Quando uscivo di casa generalmente mi recavo nel bosco, dove facevo lunghe passeggiate a piedi scalzi, canticchiando e saltando nel prato. Ancora oggi mi piace sentire il profumo dell’erba, mi piace ascoltare i versi degli animali, che come timidi strumenti compongono una melodia singolare. E’ un’enorme orchestra fatta di piccoli musicisti: nessuno di loro prevale sull’altro e nessuno di loro sa di farne parte. Mi piace pensare che le cose migliori nascono quando il fine non è quello di superare gli altri, di dimostrarsi i migliori, bensì quando l’unico obiettivo è dare il meglio e superare se stessi, per il piacere delle persone e ti ascoltano o ti stanno accano. Stare nel bosco mi metteva tranquillità e mi permetteva di estraniarmi per un attimo dai problemi della vita della casa. Quando non mi recavo lì andavo generalmente in città, un mondo completamente diverso da quello appena descritto, ma non per questo meno affascinante. La cosa che preferivo era il mercato: mi sedevo in disparte e da un angolino della piazza osservavo il via vai di gente che comprava e vendeva le proprie merci. I bambini giocavano per le strade e si rincorrevano e intanto un inebriante profumo di spezie e prodotti stranieri aleggiava nell’aria. C’era un’atmosfera di dialogo e scambio ed era in quei momenti che mi sentivo veramente orgogliosa di far parte di quel popolo, di quella comunità ed ero capace di passare giornate intere seduta nel mio angolino, desiderando di potere essere libera come tutta quella gente e di scegliere cosa farne della mia vita.
Era proprio lì che mi stavo recando quel giorno, ma nell’ultimo periodo l’atmosfera era cambiata. A poco a poco i commercianti si erano ritirati dalla città e stava scomparendo quell’aria di spensieratezza e leggerezza che regnava prima. Da ben nove anni, infatti, gli achei attaccavano e saccheggiavano le città della Troade, puntando su Troia, ma nessuno dei due eserciti era ancora riuscito a prevalere sull’altro e una guerra feroce si trascinava ormai da lungo tempo. Le conseguenze sulle città vicine erano state catastrofiche: i raccolti erano stati distrutti e il bestiame ucciso o rubato. Non c’era più alcuna città completamente illesa, poiché tutte avevano subito almeno un incursione nemica, e si erano difese come meglio potevano, ma la maggior parte era stata schiacciata dalla forza selvaggia dei Danai. Solo Troia sembrava resistere, sbaragliando ogni giorno le linee nemiche sotto le sue possenti mura. Non sapevo per quanto ancora la guerra sarebbe andata avanti, ma in realtà non mi importava, perché quando era iniziata ero una bambina e non avevo vissuto a pieno gli anni di pace che l’avevano preceduta, per cui non c’era in me alcun desiderio di tornare a quel periodo. Da qualche giorno, però, qualcosa in città era cambiato: le persone erano spaventate, si diceva che l’esercito nemico era vicino alla città e di lì a poco avrebbe attaccato. Io non mi curavo di tutte queste questioni, che sentivo molto distanti e quasi irrealizzabili, e pensando esclusivamente ai miei problemi, cosa che mi costò davvero cara, perché quando l’attacco avvenne mi ritrovai assolutamente impreparata. Come dicevo, quel giorno mi stavo recando in piazza, approfittando dell’assenza di mio padre, quando improvvisamente si sentì un assordante boato provenire dalla porta Ovest. Non realizzai subito quello che stava accadendo, ma nel giro di pochi minuti mi ritrovai schiacciata in mezzo ad una folla urlante che si riversava per la strada principale, diretta verso l’uscita opposta. Vedevo bambini che piangevano uomini e donne d ogni lato che gridavano e correvano in cerca di una via di fuga. Ad un tratto un urlo straziante si sollevò nell’aria e rimanemmo ammutoliti, prima che un terrore ancora più profondo si impadronisse di noi: erano riusciti a superare le mura e probabilmente i nostri uomini, che già una volta erano caduti sotto la potenza degli achei, non sarebbero riusciti a fermarli. In un momento di lucidità riuscii a ragionare sul da farsi: per prima cosa dovevo cercare di separarmi dal resto della folla, perché era impossibile pensare di salvarsi restando schiacciati in quel modo come topi.
Hai bisogno di aiuto in Iliade?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email