Ithaca di Ithaca
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Il discorso di Odisseo, parafrasi

Testo tratto dalla fonte Iliade - Traduzione dal greco di Vincenzo Monti


Allora il saggio diè principio: Atride,
Questi Achivi di te vonno far oggi
Il più infamato de’ mortali. Han posto
Le promesse in obblío fatte al partirsi
D’Argo alla volta d’Ilïon, giurando
Di non tornarsi che Ilïon caduto.
Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa
Di vedovelle sospirar li senti,
E a vicenda plorar per lo desío
Di riveder le patrie mura. E in vero
Tal qui si pate traversía, che scusa
Il desiderio de’ paterni tetti.
Se a navigante da vernal procella
Impedito e sbattuto in mar che freme,
Pur di un mese è crudel la lontananza
Dalla consorte, che pensar di noi
Che già vedemmo del nono anno il giro
Su questo lido? Compatir m’è forza
Dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è turpe
Vôti di gloria ritornar. Deh voi,
Deh ancor per poco tollerate, amici,
Tanto indugiate almen, che si conosca
Se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
Le divine parole, e voi ne foste
Testimoni, voi sì quanti la Parca
Non aveste crudel. Parmi ancor ieri
Quando le navi achee di lutto a Troia
Apportatrici in Aulide raccolte,
Noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
Sagrificando sui devoti altari
Vittime elette ai Sempiterni, all’ombra
D’un platano al cui piè nascea di pure
Linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
Subitamente. Un drago di sanguigne
Macchie spruzzato le cerulee terga,
Orribile a vedersi, e dallo stesso
Re d’Olimpo spedito, ecco repente
Sbucar dall’imo altare, e tortuoso
Al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
In cima a quello i nati tenerelli
Di passera feconda, latitanti
Sotto le foglie: otto eran elli, e nona
La madre. Colassù l’angue salito
Gl’implumi divorò, miseramente
Pigolanti. Plorava i dolci figli
La madre intanto, e svolazzava intorno
Pietosamente; finchè ratto il serpe
Vibrandosi afferrò la meschinella
All’estremo dell’ala, e lei che l’aure
Empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co’ figli anco la madre,
Del vorator fe’ il Dio che lo mandava
Nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
La meraviglia, e a noi, che dell’orrendo
Portento fra gli altari intervenuto
Incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
Perché muti così? Giove ne manda
Nel veduto prodigio un tardo segno
Di tardo evento, ma d’eterno onore.
Nove augelli ingoiò l’angue divino,
Nov’anni a Troia ingoierà la guerra,
E la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai
Tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
Perseverate, generosi Achei,
Restatevi di Troia al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
A cui le navi con orribil eco
Rispondean, grido lodator del saggio
Parlamento d’Ulisse.

Parafrasi


E ad essi allora il saggio disse:
<<Atride, oh signore, ora gli Achei vogliono renderti
il più disonorato fra i mortali e non mantengono
la promessa che ti fecero quando
giunsero da Argo, nutrice di cavalli,
di ritornare, annientate le forti mura d’Ilio.
Come bambini o come vedove,
si lamentano tra loro per tornare a casa.
Ah! Questa è certo la pena da fuggire ormai stanchi.
Se un uomo, con la nave ben messa, è lontano
un solo mese dalla sua sposa, si agita per le tempeste
invernali che lo fermano e per il mare agitato;
e per noi ormai termina il nono anno da quando
siamo qui; perciò non posso criticare gli Achei
se si alterano sulle navi vuote; però
è vergognoso star via così a lungo e tornare a casa con niente.
Resistete, amici, fermatevi ancora un po’, che apprendiamo
se Calcante predice il vero oppure no.
Questo il nostro cuore conosce, e tutti ne siete
al corrente, voi che le Chere di morte non portarono via:
Era il giorno dopo o quello successivo che le navi dei Danai si
riunirono in Aulide, auspicando così il male a Priamo e ai Troiani.
E noi riuniti intorno ad una fonte, vicino ai sacri altari,
offrivamo agli dei sacrifici, sotto una pianta di platano,
da cui scorreva dell’acqua limpida.
Qui apparve un segno divino: un serpente, d’un rosso intenso sul dorso,
spaventoso, che gli dei portarono alla luce,
si scaglio sul platano, uscendo da sotto l’altare.
Sul ramo più alto vi era un nido di passeri, dolci creature,
nascosti sotto le foglie, erano otto,
nove con la madre che diede vita alle creature;
il serpente divorò i cuccioli, cinguettanti paurosi,
e la madre volava intorno, piangendo i suoi piccoli;
quello s’avvolge su se stesso, scatta e l’agguanta per l’ala che penzola.
Ma quando ebbe divorato i piccoli e la loro madre,
il dio che gli diede vita lo sconfisse,
trasformato in pietra da Zeus.
Noi, immobili, osservavamo l’accaduto:
si fermarono i sacrifici per i prodigi spaventosi degli dei.
Ma subito Calcante spiegò tale prodigio:
“ Perché siete muti, Achei dai lunghi capelli?
A noi il sapiente Zeus ha mostrato tale miracolo,
lento nel manifestarsi, ma la cui fama non morirà.
Come il serpente ha ingoiato i passeri e la loro madre,
otto, e nona la madre che diede vita ai cuccioli,
così, appunto, tanti anni noi dovremo combattere,
ma nel decimo anno conquisteremo la grande città!”
Così egli parlava: tutto ora si realizza.
Dunque restate tutti, Achei dalle buone gambiere,
finché prenderemo la grande città di Priamo>>.
Così disse, gli Achei gridarono, applaudendo
il discorso di grande Ulisse, e le navi intorno
si ritirarono spaventate dal grido degli Achei.
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