Indice
Prefazione, L’intelletto come sesto senso 3
...........................................
Il déjà vu della conoscenza
1. 4
Filosofia pt. prima
........................................
Oltre la razionalità: il Simbolismo
2. 6
Letteratura italiana
.................
Le illusioni dei sensi
3. 11
Letteratura Latina
...............................................................
Sogno, l’inconscio e l’immagine
4. Il 12
Storia dell’Arte
.......................
La tecnologia come chiave di lettura
5. 18
Geologia
.................................
To photograph the states of mind
6. 22
English Literature
....................
7. 24
L’importanza di somministrare una forma matematica
...........
Interazioni invisibili
8. 27
Fisica
....................................................................................
La fuga dalla verità
9. 30
Filosofia pt. seconda
........................................................
Conclusione, Le dimensioni del pensiero 34
...................................................
Appendice: Le illusioni dei sensi 35
Traduzione dal Latino
...............................
Bibliografia 37
......................................................................................................................................
L’intelletto come sesto senso
A prescindere da qualsiasi dottrina filosofica, il fatto che percepiamo il mondo e interagiamo con esso tramite i nostri sensi, è assodato. Fin dalla nascita i sensi sono il nostro unico strumento di ricerca e d’interpretazione. Fu Aristotele a classificare le percezioni del nostro corpo in cinque grandi sfere sensoriali ognuna che risiedeva in un organo ben preciso: il tatto nella pelle, il gusto nella bocca, l’olfatto nel naso, l’udito nell’orecchio e per ultimo il senso che sfruttiamo di più per rapportarci con l’esterno, la vista che risiede nell’occhio.
Vedo”, so”,
Il verbo “io deriva direttamente dal verbo greco “oida”, traducibile come “io il cui tema del participio è "id-". Da quest’ultima coniugazione di “oida” si sono formati molti termini delle lingue moderne tra cui la parola italiana “idea”, e la parola inglese “wit”, che significa intelligenza.
La vista è il senso su cui facciamo maggior affidamento: non crediamo se non vediamo! Riteniamo la perdita della vista molto più penalizzante della perdita di un qualsiasi altro senso. Tutto ruota attorno al nostro occhio, un organo molto complesso e molto sensibile alla luce.
Vedere significa infatti trasformare la radiazione luminosa in impulsi nervosi che il cervello può interpretare. Tutto ciò che è materiale, concreto e ha contatti con la realtà è facile da visualizzare.
Basta aprire gli occhi.
Invisibile: agg., s.m., s.f. che sfugge alla percezione dei sensi perché escluso da qualsiasi configurazione materiale definizione dal vocabolario della lingua italiana
I nostri cinque sensi sono dunque limitati. Aprire gli occhi solamente, tastare, assaggiare, annusare o aguzzare l’orecchio non sono azioni sufficienti per “scoprire” l’invisibile.
Prima bisogna ideare un modo in grado di fornire una consistenza materiale al non-conoscibile, un espediente per renderlo familiare associandolo a qualcosa di facile comprensione ed effettuare così un transfert gnoseologico.
Vero e proprio
In ausilio dei cinque sensi interviene così l’intelletto umano che riesce sempre in qualche modo a coniugare formalità e invisibilità usando svariate scorciatoie che attraversano tutti i campi della conoscenza, dalla letteratura alla scienza, dalla matematica all’arte, tutte convergenti ad un solo scopo: apprendere la realtà e la vera essenza delle cose siano esse visibili o invisibili.
Ritorna all’indice
Il déjà vu della conoscenza
1.
Nella teoria delle idee, Platone afferma che l’apprendere è un ricordare, ossia un recupero di quelle idee presenti nell’Iperuranio che risultano essere incorruttibili, ingenerate, eterne, non soggette a mutamento; esse sono le conoscenze certe che nella ricerca della verità danno forma al contingente, al mondo dell’esperienza.
La teoria delle idee, delle forme, può essere meglio compresa in termini di entità matematiche: un cerchio, ad esempio, viene definito come una figura piana composta da una serie infinita di punti delimitati da una circonferenza, ovvero una serie infinita di punti equidistanti da un punto dato chiamato centro. Tuttavia, nessuno ha mai visto tale figura, dal momento che ciò che si vede costituisce approssimazione una mera del cerchio ideale, la serie infinita di punti è sostituita dalla linea curva che dà luogo al perimetro del cerchio (la circonferenza); mentre, quando i matematici definiscono il cerchio, i punti a cui si riferiscono non sono punti spaziali, bensì punti immateriali, che non occupano spazio (adimensionali). Nondimeno, benché la forma del cerchio non sia mai stata vista, i matematici e le persone comuni sanno che cosa è un cerchio: lo dimostra il fatto che essi sanno definire tale figura.
Per Platone, dunque, l’idea della “circolarità” esiste, ma non nel mondo fisico spazio-temporale. Essa esiste come oggetto immutabile nel mondo delle forme o delle idee, conoscibile per mezzo della sola ragione.
Le forme possiedono più realtà degli oggetti del mondo fisico a causa della loro perfezione e stabilità e poiché sono modelli ai quali gli oggetti del mondo materiale somigliano, qualunque realtà essi abbiano.
La circolarità, la triangolarità sono ottimi esempi di cosa Platone intendesse per “forme”: un oggetto che esiste nel mondo fisico può essere chiamato cerchio o quadrato o triangolo solo perché assomiglia (“partecipa” nel linguaggio platonico) alla forma della “circolarità” o della “triangolarità”.
Ritorna all’indice déjà vu,
Il ricordare di Platone deriva quindi da un ovvero da una sensazione di rivivere un avvenimento già accaduto, di rivedere una cosa già vista, che comporta una sollecitazione delle funzioni cognitive di riconoscimento (attenzione) e recupero (memoria), di quelle forme eterne che secondo il filosofo ognuno di noi ha visto nell’Iperuranio prima di venire al mondo, ma che nell’atto della nascita sono andate perse.
La conoscenza intuitiva, che deriva da un processo unicamente interno nella mente umana, dunque, è inapplicabile al mondo delle idee. È più difficile cercare di spiegare a parole cosa vuol dire “circolarità”, con l’uso quindi dei lógoi, ossia dei discorsi che si fanno attorno ad un argomento (definizioni), che disegnare una figura che assomiglia alla forma di circolarità e, indurre con il “déjà vu platonico” a un recupero dell’idea di circolarità già acquisita prima della nascita. Il tentativo è invece impossibile quando si vuole definire con i lógoi l’idea di un colore, per esempio spiegare cosa sia il giallo, senza collegarlo alla visione di un’entità contingente che “partecipa” all’idea di quel colore: es. giallo è il colore dei Girasoli. Due definizioni del colore giallo.
Si noti come la prima è di gran lunga più eloquente.
Giàl|lo
agg., s.m. jalne, galbinus)
Etimologia (fr. ant. dal lat.)
Si dice di uno dei sette colori fondamentali, tra il verde e l’arancione nello spettro visibile. È compreso tra le lunghezze d’onda di 5800 e 5700 Å.
Ritorna all’indice
Oltre la razionalità: il Simbolismo
A cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento si sviluppa soprattutto in Francia una poetica basata sull’intuizione e sul rifiuto del realismo, della razionalità e del metodo scientifico che fino ad allora non erano stati in grado di descrivere a pieno idee emozioni e sentimenti; il Simbolismo, infatti fa uso di parole in grado di descrivere immagini simboliche tali da indurre il lettore al déjà vu e, quindi, tramite un percorso di recupero, a realizzare e a provare quei sentimenti e quelle idee che lo scrittore simbolista aveva racchiuso dentro le pagine.
Nel Decadentismo, il movimento che adotta la poetica del Simbolismo, l’artista si trasforma nel poeta Vate che sopra la massa è l’unico che riesce a comprendere la realtà e, secondo una concezione già romantica della funzione del poeta, suffragata dalla filosofia idealistica, a lui solo compete il ruolo di interprete della realtà, grazie a strumenti di conoscenza diversi e più penetranti di quelli del puro raziocinio.
Il manifesto del Simbolismo fu pubblicato sul “Le Figaro” da Jean Moréas il 18 settembre 1886 e aveva origini soprattutto nella poesia di Baudelaire, il quale fornì subito dopo la prima definizione poetica di Simbolismo contenuta nel sonetto “Correspondances”.
In questo componimento la natura è rappresentata come una foresta di simboli tra loro “corrispondenti” che racchiudono le chiavi del significato dell’universo.
Charles Baudelaire 1821 - 1867
Ritorna all’indice Corrispondenze
È un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l’uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.
Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie; e degli altri
corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
l’espansione propria alle infinite
cose, come l’incenso, l’ambra, il muschio,
il benzoino, e cantano dei sensi
e dell’anima i lunghi rapimenti.
Charles Baudelaire
Da “I fiori del male”, “Les Fleurs Du Mal”, 1857
Traduzione di Luigi De Nardis, Milano, Feltrinelli, 1964
Ritorna all’indice
Al contrario del parnassianesimo che mirava ad una poesia di pure immagini trascurando qualsiasi aspetto sentimentale, il simbolismo punta soprattutto a rendere palpabile ciò che non proviene da sfere sensoriali, ovvero tenta con i simboli di evocare emozioni: con accostamenti inconsueti di parole riesce a destare l’attenzione del lettore-spettatore che, spiazzato da una mancanza di senso a prima vista, analizzando più a fondo il contenuto partecipa ai sentimenti dello scrittore.
In Italia Giovanni Pascoli costituisce un particolare esempio di poeta simbolista in quanto aderisce alla poetica del Decadentismo quasi inconsapevolmente perché al contrario di Gabriele D’Annunzio, il massimo esponente del Decadentismo e dell’Estetismo italiano, Pascoli non amava apparire ma aspirava comunque al sublime perpetuando l’idea del poeta Vate sebbene preferisse partire dal basso e dal quotidiano per raggiungere l’ascesi.
La figura eccezionale cui compete l’individuazione dei legami segreti tra le cose, è per Pascoli un fanciullino, il quale nonostante abbia la stessa funzione del superuomo di D’Annunzio, sottolinea fin da subito la sostanziale differenza tra i due letterati: Pascoli non diventerà mai veramente adulto, non raggiungerà mai l’indipendenza di D’Annunzio perché la sua crescita si arrestò quella sera del “X agosto” nel momento in cui la rondine che tornava al nido, cadde tra spini, uccisa. L’uccisione del padre, raccontata in analogia colla morte di una rondine nel componimento X agosto, se forse non influenzò drasticamente la vita giovanile di Pascoli, che continuò a studiare al collegio di Urbino, sicuramente a lungo andare costrinse il poeta ad instaurare un legame morboso con la famiglia che non scioglierà mai.
Pascoli sarà sempre in cerca di un rifugio, di ciò che ha sempre rappresentato come un nido o come una siepe che, al contrario di quella leopardiana, non risulta essere un ostacolo da superare, bensì un luogo circoscritto che fornisce protezione e calore affettivo: la famiglia.
Il simbolismo e il legame con la natura in Pascoli sono sempre presenti, sia nella sua produzione poetica, sia nella sua vita privata. Il Poeta traduce la sua vita in natura usando immagini ricorrenti che rimandano a sentimenti e concetti difficilmente esprimibili altrimenti; oltre all’esempio appena citato del nido, particolarmente interessante è l’accezione che Pascoli dà al mondo floreale. Il compito dei fiori è di rappresentare la fragilità dell’esistenza, la solitudine e la morte, ma a volte simboleggia anche il tema della sessualità, affrontato dal poeta sempre con reticenza, come ne “il gelsomino notturno” dove si allude all’esperienza della prima notte di nozze in analogia con il fiore i cui calici si aprono al tramonto e si chiudono all’alba.
Ritorna all’indice
Altra caratteristica portante dei componimenti pascoliani è la magnifica conoscenza del mondo naturale che il poeta sfrutta per raccontare nel dettaglio gli eventi; i particolari sono fondamentali, così come i nomi specifici. Pascoli non sarà mai vago nel descrivere un fiore o un uccello a tal punto che criticherà addirittura Leopardi per aver scritto “mazzolin di rose e viole” perché ogni buon botanico sa che rose e viole non fioriscono nello stesso mese. Il poeta chiamerà tutto col nome proprio e sfrutterà le particolarità di ogni singola specie per rappresentare a pieno i suoi sentimenti. (es. Digitale purpurea, Il chiù).
Tra le raccolte poetiche più importanti citiamo Myricae, Canti di Castelvecchio, Poemetti e Odi e Inni perché insieme riassumono i vari significati naturalistico, morale e sociale dell’opera di Pascoli.
Myricae in primo luogo testimonia la volontà del poeta di affrontare temi di carattere umile, infatti il proposito compositivo deriva da un’affermazione di Virgilio contenuta in un’ecloga che recita “arbusta iuvant humilesque myricae” ovvero “piacciono gli arbusti e le basse tamerici”. È una raccolta mano a mano ampliata (da 22 a 156 componimenti) che conserva in ogni edizione il suo carattere di frammentarietà che delinea un quadro puntinistico della realtà perché come in un disegno colorato a punti da vicino non rende l’idea di ciò che vuole rappresentare, ma basta guardarlo da un altro punto di vista più ponderato, più distaccato dal testo in sé e per sé per coglierne le forme e i contenuti. In questa raccolta si manifesta anche una forma di estetismo decadente riguardo all’uso di termini preziosi e unici in accordo con la tecnica del poeta-botanico.
Giovanni Pascoli sostiene che ogni componimento è frutto della visione scrutatrice e della conoscenza intuitiva del fanciullino il quale è dentro ognuno di noi e mantiene la conoscenza delle idee, l’innocenza e la capacità di scoprire il mondo con occhi nuovi.
“Ma quindi noi cresciamo ed egli resta piccolo” scrive Pascoli, sottolineando il fatto affermato anche da Platone che la conoscenza pura viene via via persa dall’uomo che nella ricerca della verità è costretto a trovare solamente qualcosa che assomigli al vero, qualcosa di contingente che partecipi alla forma, che la rappresenti nella maniera più vicina a ciò che viene solamente pensato, a ciò che è conoscibile solo nel ragionamento.
Ritorna all’indice
L’uomo trova il fenomeno, ciò che è osservabile, solo il poeta è colui che riesce a riscoprire il “Fanciullino silente” in sé e a conoscere le cose con istinto puerile, restituendo in poesia la vera e pura realtà, il noumeno, ovvero “la cosa in sé” come Immanuel Kant lo definisce.
“Due cose in vita mi furono sommamente care: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”
“Così recita l’epitaffio sulla tomba del celebre filosofo di Königsberg tratto dalla “Critica della ragion pratica” a sottolineare sia il legame che il suo pensiero filosofico aveva con la teoria delle idee di Platone, sia la distinzione tra fenomeno e noumeno.
Il nucleo centrale della filosofia di Kant è l’affermazione che il contenuto della conoscenza umana non può corrispondere perfettamente alle cose come sono in se stesse, poiché la coscienza opera sulla realtà un processo di mediazione e tale mediazione impedisce necessariamente l’accesso diretto alla fonte autentica della realtà. La mente, in sostanza, cataloga la realtà in sé secondo le proprie caratteristiche, e dunque ne fornisce una serie di interpretazioni che si pongono nel momento stesso in cui ci si accinge a pensare.
Tali interpretazioni impediscono di fatto di attingere all’oggettiva conoscenza della realtà. Immanuel Kant,
Königsberg,
1724 – 1804
Ritorna all’indice
Le illusioni dei sensi
3.
Le interpretazioni restituiscono una conoscenza filtrata che è nascosta da un velo (il velo di Maya di cui parlerà Shopenhauer).
In antichità, la tendenza era di spiegare i fenomeni complessi giustificandoli con la religione. Gli antichi che avevano bisogno di conoscere il perché delle esperienze in cui si imbattevano creavano dal nulla una causa che molto spesso era legata all’Olimpo delle divinità.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Vedere l'invisibile
Autore: Jacopo Canestri
Descrizione: Percorso filosofico e scientifico finalizzato a scoprire dei metodi che rendono possibile la conoscenza di ciò che sfugge alla sfera sensoriale: dei metodi che rendono visibile l'invisibile.
Materie trattate: matematica, filosofia, letterature italiana e inglese, fisica, latino, geologia, storia dell'arte.
Area: umanistica.
Sommario: A prescindere da qualsiasi dottrina filosofica, il fatto che percepiamo il mondo e interagiamo con esso tramite i nostri sensi è assodato. Fin dalla nascita i sensi sono il nostro unico strumento di ricerca e d'interpretazione. Fu Aristotele a classificare le percezioni del nostro corpo in cinque grandi sfere sensoriali, ognuna che risiedeva in un organo ben preciso: il tatto nella pelle, il gusto nella bocca, l'olfatto nel naso, l'udito nell'orecchio e per ultimo il senso che sfruttiamo di più per rapportarci con l'esterno, la vista che risiede nell'occhio.
Il verbo "io vedo" deriva direttamente dal verbo greco "oida", traducibile come "io so", il cui tema del participio è "id-". Da quest'ultima coniugazione di "oida" si sono formati molti termini delle lingue moderne, tra cui la parola italiana "idea" e la parola inglese "wit", che significa intelligenza.
La vista è il senso su cui facciamo maggior affidamento: non crediamo se non vediamo! Riteniamo la perdita della vista molto più penalizzante della perdita di un qualsiasi altro senso. Tutto ruota attorno al nostro occhio, un organo molto complesso e molto sensibile alla luce.
Vedere significa infatti trasformare la radiazione luminosa in impulsi nervosi che il cervello può interpretare. Tutto ciò che è materiale, concreto e ha contatti con la realtà è facile da visualizzare. Basta aprire gli occhi.
in|vi|sì|bi|le: agg., s.m., s.f. che sfugge alla percezione dei sensi perché escluso da qualsiasi configurazione materiale.
Definizione dal vocabolario della lingua italiana.
I nostri cinque sensi sono dunque limitati. Aprire gli occhi solamente, tastare, assaggiare, annusare o aguzzare l'orecchio non sono azioni sufficienti per "scoprire" l'invisibile.
Prima bisogna ideare un modo in grado di fornire una consistenza materiale al non-conoscibile, un espediente per renderlo familiare associandolo a qualcosa di facile comprensione ed effettuare così un vero e proprio transfert gnoseologico.
In ausilio dei cinque sensi interviene così l'intelletto umano che riesce sempre in qualche modo a coniugare formalità e invisibilità usando svariate scorciatoie che attraversano tutti i campi della conoscenza, dalla letteratura alla scienza, dalla matematica all'arte, tutte convergenti ad un solo scopo: apprendere la realtà e la vera essenza delle cose, siano esse visibili o invisibili.