Ulisse
L’eroe versatile
Di
Eleonora Cometta
Classe III liceo classico
Istituto Zaccaria
Anno scolastico 2007/2008
Maturità classica
Mappa concettuale
Letteratura greca e letteratura latina
Nemico e uomo modello
Modello
Pietoso, politico e satirico
Stoico
Nell’Aiace e nel Filottete di Sofocle, in Orazio e in Cicerone, Seneca e Petronio
polutropos
Il Ulisse Filosofia
Letteratura italiana
Chiuso su
Aperto
Superuomo, borghese, all’infinito, se stesso
D’Annunzio
In G. in G. Gozzano in E. Lévinas
In E. Bloch
Ulisse, l’eroe versatile 2
Introduzione
“Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme che tanto
vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia:
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell’animo suo,
per salvare la propria vita e il ritorno ai compagni.
Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo:
con la loro empietà si perdettero,
stolti, che mangiarono i buoi del Sole
Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno.
Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus”
(Odissea, vv. 1-10)
La figura di Ulisse affonda le sue radici nella antica tradizione omerica ed è stata ripresa da letterature classiche e moderne che non la hanno interpretata in maniera univoca, ma ne hanno messo in risalto le caratteristiche più disparate.
Conoscenza e dolore sono le dimensioni del viaggio di Ulisse e su queste basi si può costruire una fitta rete di relazioni in cui egli diventa ogni volta più nuovo e complesso.
L’Odissea non fornisce al suo protagonista un’unità psicologica e morale, ma fin dal primo verso lo configura come polutropos: non deve quindi stupire che partendo dai tragici greci, passando per Dante e arrivando alle versioni novecentesche del mito si trovi ora come l’eroe presentato campione di menzogna e inganni, ora come emblema di pazienza e saggezza, ora come uomo desideroso di recuperare gli affetti familiari, ma anche di spingersi oltre ogni limite.
Proprio in virtù di questa sua molteplicità Ulisse è riuscito ad attraversare i secoli e a risultare sempre attuale: egli costituisce un modello di vita umana piena di potenzialità e rappresenta “l’archeologia dell’immagine europea dell’uomo” 1.
Diversamente da personaggi come Aiace e Achille che devono la loro eroïcità esclusivamente alla forza fisica, egli fa della mêtis, l’intelligenza astuta, la sua arma vincente: per il suo essere “antieroe” diventa eroe all’ennesima potenza e paradigma di ogni uomo moderno. Non si lascia abbattere dalle difficoltà, ma cerca tramite l’uso della ragione di oltrepassare gli ostacoli impostigli e di riaffermare la dignità e la superiorità dell’uomo sul mondo animale.
Ulisse non è bloccato in uno schema comportamentale, ma è libero di agire in un orizzonte che alterna continuamente sapienza e impulsività, nostalgia e avventura, negatività e positività: il termine polutropos racchiude in sé tutta la sua essenza senza tuttavia mai esaurire la sua infinita complessità.
Questa tesina si propone quindi di evidenziare i tratti della personalità di Ulisse che emergono più distintamente nelle opere di autori della letteratura e della filosofia europea in modo da suffragare la tesi per cui l’ombra di Ulisse ha investito e continuerà a investire l’immaginario collettivo grazie alla varietà di questo eroe le cui avventure e sentimenti forniscono un significato sempre soggetto a metamorfosi a seconda del contesto cronotopico in cui viene interpretato.
B. Andreae, “L’immagine di Ulisse. Mito e archeologia”, in P. Boitani, L’ombra di Ulisse, Il Mulino, Bologna 1992,
1 p. 12.
Ulisse, l’eroe versatile 3
Letteratura greca
Uomo politico o nemico pietoso?
Ulisse nelle tragedie sofoclee
La figura di Ulisse, grazie alla sua versatilità e ai numerosi episodi che lo vedono protagonista, torna costantemente ad interessare gli autori greci: tra essi spicca il nome del grande tragediografo Sofocle che lo inserisce come personaggio fondamentale per l’evolversi della vicenda in ben due opere, ossia il Filottete (409 a.C.) e l’Aiace (~ 450 a.C.).
Nelle due tragedie Odisseo viene però a delinearsi con tratti così ampiamente contrastanti che è impossibile riuscire a stabilire l’esatta opinione dell’autore. Nella prima egli usa la sua abilità oratoria per ingannare Filottete: tutto ciò che fa è finalizzato ad ottenere un interesse particolare che non lascia alcuno spazio ad un’umana preoccupazione per l’eroe malato e abbandonato. Nell’Aiace invece queste caratteristiche vengono ribaltate e passa in primo piano l’importanza della persona: Ulisse prova compassione per il suo rivale, nonostante questi abbia sgozzato un gregge di pecore e si sia poi suicidato per questo disonore, e fa di tutto perché Agamennone gli conceda una sepoltura degna del coraggio e della virtù dimostrata in passato.
Statua di Sofocle
La figura quindi oscilla tra due poli opposti, quello dello scaltro politico, a cui interessa la ragion di stato, e quello dell’uomo onesto, pronto a mettere da parte odio e inimicizia in nome del valore assoluto dell’individuo.
1. Il Filottete
In questa tragedia la parte riservata a Ulisse è limitata: egli, da attore che era nell’Odissea, diventa qui un semplice regista che passa in secondo piano rispetto al vero protagonista, Neottolemo. Ma così come al cinema e a teatro è il regista a dirigere gli attori e ad influenzarne anche l’operato, Ulisse ha il compito di muovere i capi della vicenda e delinearne l’evolversi, anche se alla fine questa gli sfugge di mano e lo costringe a subire una sconfitta non in programma.
1.1. Contrasto Odisseo-Neottolemo
Tra i due personaggi intercorre un rapporto conflittuale che vede l’anziano calcolatore opporsi al giovane impetuoso. Neottolemo non vuole abbassarsi ad eseguire gli ordini meschini di Odisseo: la sua indole lo spinge, infatti, ad agire a viso aperto, ad usare la forza e non sotterfugi e inganni. Sulle prime la sua risposta al piano di Ulisse è quindi un orgoglioso “preferisco fallire agendo rettamente che vincere in modo disonesto” (Filottete, vv. 94-95), ma finisce poi per farsi manovrare da quell’eccellente burattinaio che è il Laerziade. Solo nel finale il figlio di Achille riesce a svincolarsi dalle imposizioni del suo accompagnatore e a riacquistare la libertà decisionale e critica.
È interessante notare che entrambi hanno una personalità capace di adattarsi e di cambiare: la mutevolezza di Ulisse è però frutto della sua astuzia ed è sempre guidata da un’attenta riflessione preventiva, capace di valutare i pro e i contro della situazione; quella di Neottolemo subisce invece gli influssi degli impulsi che la sua giovane età e la sua nobile natura gli suggeriscono. Sottomesso, subdolo, pietoso, irremovibile, egli evolve non pianifica il suo stato d’animo a tavolino, ma progressivamente nel corso della vicenda: alla fine la sua onestà e la sua trasparenza vincono sull’inganno di Odisseo e sconfiggono il potere mistificatore della sua parola.
Ulisse, l’eroe versatile 4
1.2. Il valore della menzogna
Nell’intera opera il fil rouge costituito dal sofisma si intreccia su due livelli: Neottolemo, infatti, deve ingannare Filottete e farselo amico per sottrargli l’arco che permetterà di conquistare Troia, ma il giovane è a sua volta ingannato da Odisseo che, raggirandolo con il logos, riesce a convincerlo costringendolo ad andar contro la sua indole dell’onestà e della necessità del piano, sostanzialmente leale. Quando gli viene chiesto se non ritiene vergognoso dire menzogne l’itacese risponde sicuro “no, se la menzogna apporta salvezza” (Filottete, v. 109): la falsità è lo strumento essenziale e legittimo per portare a termine il compito a cui è stato destinato e si concretizza continuamente tramite discorsi dissimulatori che ingannano entrambi i personaggi della vicenda e che permettono di relativizzare ogni aspetto della situazione a suo vantaggio.
1.3. Ragion di stato vs ragion divina
In questa tragedia Ulisse è il simbolo del perfetto uomo politico che pone al primo posto nella sua scala di valori la ragion di stato: tutto è concesso per conseguire la vittoria, anche abbassarsi a manovre poco chiare o comunque poco degne di un eroe omerico. Egli guarda solo al kerdos, al guadagno, e per ottenerlo permette addirittura che Neottolemo sparli di lui, aspetto che a prima vista potrebbe sembrare inaccettabile, dal momento che ci si trova nel contesto della cultura di vergogna.
È bene sottolineare che questo guadagno non è comunque utile solo all’uomo Ulisse, cosa che lo farebbe risultare un personaggio oltremodo meschino e biasimevole, ma è finalizzato al bene di tutto l’esercito greco: egli è lo strumento della volontà generale e non nutre nessun odio personale per Filottete. Il comportamento del Laerziade è quindi legittimo e anche molto realistico: egli è capace di mettere da parte la pietà e colpire il nemico nel momento in cui meno se lo aspetta.
Filottete
Egli non rispetta l’uomo-Filottete per salvare gli uomini-Greci: è il suo essere fedele alla comunità che lo porta a relativizzare la giustizia, facendo diventare bene ciò che è male e viceversa. È naturale quindi che il suo universo valoriale entri in contrasto con quello del giovane Neottolemo: questi incarna, infatti, la giustizia divina e nel suo agire e nel suo parlare, principalmente nell’ultima sezione della tragedia, risuonano i grandi imperativi morali della grecità, rispetto ai quali i mortali sono però impotenti. La pietà per l’esule sancita dalla legge di Zeus ha, infatti, nel finale il sopravvento sull’utilitaristico piano imposto da Ulisse e sulla sua etica pragmatica.
2. L’Aiace
Nell’Aiace, nonostante il ruolo effettivo di Ulisse sia ridotto a due brevi comparse all’inizio e alla fine della tragedia, il suo personaggio e, in particolare, il fatto che le armi di Achille siano state assegnate a lui e non ad Aiace sono la scintilla scatenante l’intera catena di eventi che porta il figlio di Telamone al suicidio e da cui ha origine la questione della sepoltura.
Come nel Filottete anche qui Ulisse viene visto dal protagonista unicamente come un mascalzone intrigante, un manigoldo a cui vengono tributati gli onori che dovrebbero spettare al degno successore di Achille, al più forte dei Greci, non al più astuto. Tuttavia, nel dipanarsi della vicenda, questi aspetti negativi di Ulisse vengono mitigati e addirittura ribaltati alla luce del suo comportamento dopo la morte del nemico.
Ulisse, l’eroe versatile 5
2.1. Giustizia
In quest’opera Ulisse si fa controllore della giustizia divina, assumendo quindi un atteggiamento in contrasto con quanto faceva nel Filottete, dove invece la calpestava in nome della ragion di stato; egli si scontra apertamente con quello che è suo capo ed amico, Agamennone, pur di difendere l’onore di Aiace, ormai morto, ed è capace di riconoscerne il grande valore, mettendo da parte l’odio che era sempre corso tra loro, giungendo ad affermare: “Il suo valore trionfa sul mio odio” 2.
Questo modo d’agire può lasciare perplessi dal momento che, diversamente dall’altro scritto, dove l’avversione di Ulisse nei confronti di Filottete era solo di parte, qui l’odio è addirittura vicendevole, eppure non impedisce che, nel momento della morte, l’itacese sostenga l’importanza di non essere accecati da un sentimento ostile e di accettare razionalmente il valore dell’avversario.
La contesa delle armi
Ulisse muta la sua condotta nei riguardi del rivale di sempre dal momento che le circostanze esterne sono cambiate e assume quindi una posizione moderata; Agamennone al contrario non riesce ad abbandonare la sua rigidità, sottolineando come questo sia necessitato dal suo ruolo di comandante supremo degli Achei: “Non è facile, per chi ha il potere, farsi degli scrupoli” 3.
La norma religiosa entra in contrasto con il ruolo politico del capo intransigente che giudica un qualsiasi cambiamento di atteggiamento come una dimostrazione di fiacchezza e debolezza, non accorgendosi invece del fatto che non sia incoerente per un capo accettare la legge del mutamento e fidarsi dei consigli degli amici. Il valore della persona è superiore a quello delle convenzioni sociali e si deve essere pronti ad aprirsi all’altro senza essere bloccati in un unico schema comportamentale, ma potendo alternare amicizia e inimicizia, odio e pietà, senza per questo risultare ambigui: la giustizia divina va rispettata qualunque sia il legame che intercorre tra le persone.
2.2. Tutto cambia
Aiace è sconvolto dalla legge del mutamento universale, Ulisse invece no: il primo non riesce ad accettare di essere uscito sconfitto dal certamen delle armi e non è in grado di sopportare l’umiliazione e la derisione degli altri Greci, cosa che lo spinge a suicidarsi; il secondo invece vede nella condizione dell’avversario quello che un giorno spetterà a tutti, lui compreso, e per questo agisce in modo completamente opposto a quello che ci si potrebbe aspettare, difendendo Aiace e favorendone la sepoltura. La morte rende uguali e per questo egli ritiene che tutti debbano poter ricevere gli onori a loro riservati, anche se colpevoli di tracotanza, come Aiace (“Ma io conquisterò la gloria anche della sua forza dagli dei Exekias, VI sec. a.C., Suicidio di Aiace senza di loro, ne sono certo (…) Fiancheggia altri Argivi, o regina! Qui dove ci sono io i nemici non passeranno mai” 4).
In questa tragedia emerge pertanto non la scaltrezza di Ulisse, ma tutta la sua saggezza, accompagnata addirittura quasi da una forma di pietas estranea all’etica eroica omerica che prevedeva il disprezzo del nemico anche dopo la morte: gioire della fine di Aiace e privarlo della sepoltura sarebbe un guadagno ignobile che offenderebbe non l’eroe, ma le leggi degli dei.
Sofocle, “Aiace”, in A. Tonelli, a cura di, Le Tragedie, Marsilio, Venezia 2003, p. 133.
2
Ibidem, p. 132.
3
Ibidem, p. 116.
4
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3. Il doppio volto di Odisseo
L’eroe arriva in queste due tragedie sia in una posizione di completa negatività, sia in una di totale positività: da una parte l’amara constatazione del processo di inversione di ruoli su cui si regge la vita umana lo porta ad elaborare “un’etica di reciprocità e solidarietà” 5 pronta a redimere le controversie e a riconoscere il valore del nemico; dall’altra la condizione in cui versa Filottete, ormai caduto dal suo trono e finito in un’isola deserta, non suscita in lui alcuna pietà, ma anzi diventa un vantaggio per poterlo ingannare e derubare meglio.
L’Ulisse di ambedue le opere è dotato della fondamentale caratteristica dell’intelligenza che però si colora in modo diverso: nel Filottete prevale l’intelligenza astuta (mêtis), la furbizia, la capacità quindi di raggiungere l’obiettivo senza l’uso della forza, ma solo col potere del linguaggio; nell’Aiace trionfa invece l’intelligenza che comprende e accetta la legge del mutamento e che si configura più come sophrosyne, ossia nei termini di moderazione e rispetto nei confronti degli dei.
Ulisse in questa tragedia è il saggio che si sottomette alla legge divina, non l’uomo politico che tenta di scardinarla in ogni modo. Nel Filottete egli si scontra con Neottolemo che implora pietà nei confronti del malato, qui invece è Ulisse che domanda la stessa cosa ad Agamennone riguardo al defunto, sfoderando un’enorme capacità persuasiva. In entrambe le situazioni è però visibile come l’esito sia vincolato dalle imposizioni dell’insovvertibile legge suprema: andarle contro significa essere destinati al fallimento ed è proprio per questo che l’eroe risulta vincitore solo quando, come nell’Aiace, se ne fa garante.
5 L. Zampese, Ulisse: il ritorno e il viaggio, Libri liberi, Firenze 2003, p. 60.
Ulisse, l’eroe versatile 7
Letteratura latina
Modello stoico o satirico?
Ulisse in Cicerone, Seneca, Orazio e Petronio
La vivace mobilità nella scelta dei valori da perseguire e l’aspirazione ad avere dei modelli, tipici del mondo latino, permettono di capire come a Roma tutte le interpretazioni del mito di Ulisse, che si erano ormai consolidate nella cultura greca, vengano subito accettate ed esaltate in qualsiasi composizione letteraria: la sua duttilità poteva, infatti, soddisfare le esigenze di oratori, scrittori e filosofi che in lui trovavano il più eloquente, il più furbo o il più saggio.
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Ulisse, l'eroe versatile
Autore: Eleonora Cometta
Materie trattate: letteratura greca, letteratura latina, letteratura italiana, filosofia
Area: umanistica
Sommario
La figura di Ulisse affonda le sue radici nella antica tradizione omerica ed è stata ripresa da letterature classiche e moderne che non l'hanno interpretata in maniera univoca, ma ne hanno messo in risalto le caratteristiche più disparate. Conoscenza e dolore sono le dimensioni del viaggio di Ulisse e su queste basi si può costruire una fitta rete di relazioni in cui egli diventa ogni volta più nuovo e complesso. L'Odissea non fornisce al suo protagonista un'unità psicologica e morale, ma fin dal primo verso lo configura come ï°ï¯ï¬ïµï´ï²ï¯ï°ï¯ïÂ-: non deve quindi stupire che partendo dai tragici greci, passando per Dante e arrivando alle versioni novecentesche del mito si trovi l'eroe presentato ora come campione di menzogna e inganni, ora come emblema di pazienza e saggezza, ora come uomo desideroso di recuperare gli affetti familiari, ma anche di spingersi oltre ogni limite.
Proprio in virtù di questa sua molteplicità Ulisse è riuscito ad attraversare i secoli e a risultare sempre attuale: egli costituisce un modello di vita umana piena di potenzialità e rappresenta "l'archeologia dell'immagine europea dell'uomo". Diversamente da personaggi come Aiace e Achille che devono la loro eroicità esclusivamente alla forza fisica, egli fa della ï­ï¨ï´ï©ïÂ-, l'intelligenza astuta, la sua arma vincente: per il suo essere "antieroe" diventa eroe all'ennesima potenza e paradigma di ogni uomo moderno. Non si lascia abbattere dalle difficoltà, ma cerca tramite l'uso della ragione di oltrepassare gli ostacoli impostigli e di riaffermare la dignità e la superiorità dell'uomo sul mondo animale.
Ulisse non è bloccato in uno schema comportamentale, ma è libero di agire in un orizzonte che alterna continuamente sapienza e impulsività, nostalgia e avventura, negatività e positività: il termine ï°ï¯ï¬ïµï´ï²ï¯ï°ï¯ïÂ- racchiude in sé tutta la sua essenza senza tuttavia mai esaurire la sua infinità complessità.
Questa tesina si propone quindi di evidenziare i tratti della personalità di Ulisse che emergono più distintamente nelle opere di autori della letteratura e della filosofia europea in modo da suffragare la tesi per cui l'ombra di Ulisse ha investito e continuerà a investire l'immaginario collettivo grazie alla varietà di questo eroe le cui avventure e sentimenti forniscono un significato sempre soggetto a metamorfosi a seconda del contesto cronotopico in cui viene interpretato.