Esame di Stato
a.s. 2008-2009
Istituto di istruzione superiore
Giacomo Antonietti
Iseo
L’inferno
Tra Levi e Dante: a confronto
Studentessa: Maria Elisa Salvalai
Residenza: Zone, via panoramica 27 (Italia)
In copertina:
Foto di Primo Levi e Ritratto di Dante Alighieri, affresco di Luca Signorelli, Cappella di San Brizio nel
Duomo di Orvieto; alle sue spalle, un’immagine di Virgilio, codice detto “Virgilio Romano”, V secolo
d.C., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano.
Tra Levi e Dante: l’inferno a confronto
Perché Primo Levi cita Dante in Se questo è un uomo?
Perché ho scelto questa tesi?
Ho scelto di pormi una domanda in particolare di parlare di Se questo è un uomo, uno dei libri che
grandi scrittori del ‘900, se l’ombra di
più mi ha colpita di Primo Levi, uno dei più pensando che,
Dante percorre tutta la sua opera, delle volte implicitamente, altre più esplicitamente, ci sia un
Ho deciso,
perché; una riflessione di fondo dell’autore. quindi, partendo da un breve excursus, di
mettere in mostra i parallelismi tra la Commedia e se questo è un uomo visibili soprattutto nel
canto di Ulisse, canto decisivo perché tratta di uno dei personaggi più importanti e ripresi della
letteratura classica. Ho voluto mostrare aspetti e motivi per cui le citazioni e il ricordo dantesco
diventa quasi paradossalmente “vitale” ai fini della motivazione della realtà del lager e di aiuto per
Levi stesso nel suo immane sforzo di sopravvivenza.
Levi attribuiva la sua sopravvivenza a vari fattori: egli conosceva abbastanza il tedesco e questo gli
permetteva di capire gli ordini con immediatezza. Data la sua laurea in Chimica lo avevano
utilizzato in un laboratorio dove soffriva meno il freddo e i disagi materiali. Si era inoltre ammalato
provvidenzialmente di scarlattina quando, nel 1945, avvicinandosi i Russi, i prigionieri furono fatti
spostare a Buchenwald e a Mathausen dove morirono quasi tutti, mentre i malati furono
abbandonati al loro destino.
Pochi furono i superstiti, perché più che inumane erano le condizioni di vita del campo. Nella lotta
per sopravvivere ognuno era ferocemente e disperatamente solo, tutto teso con selvaggia pazienza e
con qualsiasi mezzo, a ritagliarsi un angolo minuscolo di privilegio, un grammo in più di pane, un
lavoro meno sfibrante. Gli altri, i sopraffatti dalle fatiche, dall’inedia, dal freddo, erano destinati a
soccombere, ad essere eliminati, ormai distrutti e già morti prima di andare nelle camere a gas,
perché troppo stanchi. In mezzo a tanta desolazione, avvertiamo però ad un tratto nelle sue pagine la
sferzata di energia che può provenire dalla forza morale emanata dalla grande poesia.
Cesare Segre, nella recente Postfazione all’opera, fa notare che Levi ebbe vari scopi nella sua
scrittura: documentare un’esperienza estrema; mostrare, anche per prevenirle, le peggiori
conseguenze della xenofobia; meditare sul comportamento umano in condizioni eccezionali;
raccontare per liberarsi di un’ossessione. Nel parallelismo con l’opera dantesca, importa soprattutto
la meditazione sul comportamento umano in condizioni eccezionali e il raccontare il male.
Primo Levi per contro ad altri deportati sostenitori dell’inutilità ad Auschwitz della cultura ribatte
dicendo “ utile”; “mi Dante stesso nel suo
a me la cultura è stata ha servito e forse mi ha salvato”.
viaggio ha come guida Virgilio, la cultura classica e in generale le capacità umane, fino al paradiso
terrestre. Da questa frase vorrei partire con il mio piccolo lavoro di ricerca; in particolare in Levi
due episodi mostrano l’importanza della cultura e una “svolta” nella vita del lager. Gli esempi
proposti rinviano al decimo e all’undicesimo capitolo di l’esame di chimica
se questo un uomo, e il
canto di Ulisse, che reinvestono un ruolo particolare nel contesto del libro, essendo gli unici a
riguardare tanto intimamente l’individuo Primo Levi. I due episodi sono antitetici e tuttavia
simmetrici. In entrambi due personaggi sono al centro della narrazione: Primo Levi e il Doktor
nel primo capitolo; Primo Levi e Jean, il “Pikolo”, nel secondo. Vi spiccano due generi di
Pannwitz,
cultura: quella scientifica e quella letteraria.
L’esame di chimica è talmente rappresentativo della “follia geometrica” dell’universo
concentrazionario da far parte di quegli avvenimenti difficili da credere anche a posteriori. Vi si
ritrova il clima abituale di un esame, ma i candidati sono” per metà dementi” con le “facce vuote” e
i crani tosati,”non più vivi”, e Primo Levi ironicamente li rappresenta come animali, come spesso è
fatto nell’inferno di Dante, per sottolineare la totale disumanità di una situazione che eppure noi
viviamo nella nostra quotidianità. L’esaminatore ha potere di vita o di morte. Di questo passo vorrei
citare una frase di Levi rilevante sul tema precedentemente citato della memoria:
“ Ecco Alex. Io sono un chimico: che ho a che fare con questo Alex? […] sono specializzato in
chimica mineraria. Sono specializzato in sintesi organiche. Sono specializzato…”(SQU pag 94,95)
per un attimo l’identità si afferma con il ritorno della memoria e appaiono in contrasto l’essere
specializzato e la situazione omologata del lager.
Questo riconoscimento di sé stessi rende ancora più dolorose l’umiliazione inflitta dallo sguardo di
Pannwitz, il dottore-esaminatore presentatosi come un nuovo Minosse, e la ricaduta finale nello
statuto di cosa su cui pulirsi negligentemente la mano.
Ogni ritorno all’identità precedente è, perlopiù, fonte di sofferenza. Pone
In se questo è un uomo all’oblio, pericoloso in quanto comporta il rischio di perdersi e che
fine a quella anestesia legata
indispensabile all’adattamento
appare alla vita del Lager. Riguardo a questo tema penso sia da
sottolineare come i dannati danteschi potessero prevedere il futuro, ricordarsi il passato, ma non
essere a conoscenza del presente. L’esame di chimica non aveva l’esclusivo significato di
sopravvivenza grazie a una condizione relativamente privilegiata, ma restituiva anche al detenuto
una certa dignità; quella dignità veniva però negata nel momento stesso del suo riconoscimento, ed
è quanto di più prezioso possedeva, l’identità di chimico. Fonte maggiore di sofferenza, ma nel
contempo momento luminoso nel campo è costituito dal “canto di Ulisse”: due uomini si trovano
rapporto non di contraddizione solita, bensì di condivisione. L’atmosfera del
fianco a fianco, in un
capitolo è di una piccola tregua; sembra che i ricordi possano emergere senza far soffrire e nasce un
desiderio di comunicare nella stessa lingua, fatto, questo, particolarmente rilevante in un mondo
insormontabili barriere linguistiche: “vorrebbe imparare l’italiano. Io sarei
caratterizzato da
contento di insegnargli l’Italiano: non possiamo farlo? Possiamo. Anche subito, una cosa vale
l’altra, l’importante è non sprecare quest’ora..”(SQU pag 100) recitandogli e cercando di tradurgli
un passo del ventiseiesimo canto dell’inferno di Dante, Primo Levi darà una lezione di lingua al suo
compagno, Pikolo; si chiederà , poi,“chissà come e perché mi è venuto in mente”.
Questa è la domanda
che ho voluto pormi riguardo non solo quest’ultimo capitolo, ma tutte le
citazioni disseminate nel testo; le risposte a questa questione sono molteplici.
Molte testimonianze fanno riferimento all’inferno dantesco per disegnare l’universo
concentrazionario. Riferimento spesso stereotipato, rappresentativo, però, della rilevanza di questo
testo nella nostra cultura. È evidente come Levi citi Dante per una corrispondenza dei luoghi cioè
l’inferno. La città infernale e il lager combaciano. Levi organizza e descrive il lager come fosse
l’Inferno dantesco. Torinese conoscesse molto bene la struttura architettonica della
L’autore
Commedia.
Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine,
lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti ad un regime di vita costante,
controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni (SQU 83).
L’avverbio di luogo è indizio di un cortocircuito in cui Se questo è un uomo e la Commedia
«quivi» è il rimando subitaneo all’Inferno.
entrano in contatto. La presenza dell’avverbio Il
quivi non è un arcaismo qualsiasi; per la coincidenza dell’ordine delle cose e delle parole
«quivi» si applica ad ogni città senza luce, designa l’inferno di Dante come Auschwitz ed è
l’inserimento “L’inferno leviano”
di Dante in Auschwitz». come quello dantesco è misto:
gente con caratteristiche, vite, origini completamente differenti e molteplici. Nel campo
“vivono” non solo ebrei (ebrei di ogni parte d’Europa),
infatti ma criminali, prigionieri
politici…
Dell’inferno presentato da Levi si deve tener ben presente come fin dall’inizio il parallelismo risulti
imperfetto: Dio non esiste nel lager. L’Inferno dell’autore è del tutto laico, “mondano”, dell’uomo,
volere “Altrui”, ma per volere “altrui”.
in cui questi ultimi non si trovano lì per
La citazione di interi versi del XXVI canto dell’Inferno è la più esplicita fra le citazioni dantesche,
ma nel testo ne sono riconoscibili molte altre di cui riporterò degli esempi cercando di mettere in
parallelo le due opere.
La poesia di apertura
Il libro si apre con una poesia che dà titolo al libro: se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Questi versi sono icastici, molto incisivi, è come se mostrassero una diapositiva dietro l’altra nella
quale si passa da case tiepide a donne nel fango. Da notare è come l’autore chiama subito in causa i
lettori, li apostrofa. Li prende di forza e li mette nel bel mezzo del campo di concentramento. Nel
chiamarli segna una distanza tra sé (il lager) e loro (le tiepide case). È questo un procedimento
dantesco che possiamo vedere in alcuni esempi qui riportati:
- Vita nuova, capitolo VII:
“O voi che per la via d’Amor passate,
attendete e guardate
s’elli è dolore alcun, quanto ’l mio, grave;”
- e non so io perché, nel mondo gramo” Inf., xxx, 58-61
L’ordine delle cose, Primo Levi: un’antologia della critica,
[15] 1
C. Cases, in cit., p. 14
e specificamente nella cantica del paradiso dove si trova l’esempio più noto:
- “O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguìti
dietro il mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
smarriti” (Par., ii, 1-6).
perdendo me, rimarreste
L’apostrofe marca un confine tra sé e chi leggi: Levi ha vissuto sulla sua pelle lo sradicamento della
parola; la sua esperienza può essere letta, ascoltata, ma mai nessuno che non sia stato in quei luoghi
potrà capire in fondo:
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: tra Levi e Dante: l'inferno a confronto
Autore: Salvalai Maria elisa
Descrizione: mi sono posta una domanda: perchè primo levi cita dante in "se questo è un uomo"? ho fatto un breve exursus del libro per mettere in parallelo le due opere
Materie trattate: Letteratura, Storia
Area: umanistica
Sommario: letteratura,Primo Levi "se questo è un uomo",Dante "inferno" commedia