Il sud tra gioie e dolori
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Esame di stato 2009\10
Il sud tra gioie e dolori
“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare
“Napule è nu paese curioso col marchio di briganti”
è nu teatro antico sempe apierto Antonio Gramsci
ce nasce gente che senza cuncierto
scenne pe strade e sapè recità”
Eduardo de Filippo
“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno.”
Paolo Borsellino
Un problema irrisolto, un dilemma che supera le epoche e sfida la storia. Un paese spaccato in due parti, due mondi divisi - loro malgrado - da una barriera eretta da secoli di discriminazioni.
Un’unificazione “subita”, un sentimento nazionale mai nato, sfociato nelle tristemente note forme di opposizione allo stato.
Le innumerevoli contraddizioni di una terra che non smetterà mai di mostrare all’umanità, sotto le continue mortificazioni, le meraviglie di un mondo rovinato dall’uomo.
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Percorso interdisciplinare
- Storia: La questione meridionale: all’alba del regno d’Italia.
- Italiano: Il verismo e Giovanni Verga: la realtà meridionale fotografata dalla letteratura.
- Filosofia: Il positivismo.
- Latino: Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane: la realtà del sud duemila anni fa.
- Geografia astronomica: Il Vesuvio e il vulcanismo: geologia del territorio.
- Storia dell’arte: Honoré Daumier
- Inglese: D.H. Lawrence
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Storia
La questione meridionale: i termini del problema
La lotta politica in Italia dall’unità al 1925, N. Valeri
Da
Il compito impetuoso dell’unità statale impose al giovanissimo regno un lavoro enorme di organizzazione interna e di assestamento internazionale, che riempì i primi anni dopo il 1861, per estendere lo statuto piemontese a tutta Italia, ridurre progressivamente il debito pubblico, formare un esercito e una marina da guerra, combattere il brigantaggio e le estreme resistenze antiunitarie, incanalare la vita economica, stabilire rapporti col pontificato romano e con le altre potenze estere.
Il più complesso di siffatti problemi è la cosiddetta questione meridionale. Già Camillo Cavour ne parlava con angosciosa preveggenza negli estremi momenti della vita, allorché il senso profondo della sua creazione politica gli si illuminò, nel rapimento del delirio, di lampi e profezie:
“Bisogna moralizzare il paese, educare l’infanzia e la gioventù, creare sale di asilo, collegi militari. Ma non si pensi di cambiare i napoletani coll’ingiuriarli. Io li governerò con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà.”
Giustino Fortunato, che dedicò la vita alla questione meridionale, dimostrò che il Mezzogiorno è una terra arida, ingrata, infeconda e, “per lunga prode”, malarica. Questa povertà naturale sarebbe, a suo giudizio, l’origine prima di tutti i mali del Mezzogiorno.
Anche il brigantaggio era una forma di “protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie”, congiunta con “l’ignoranza gelosamente conservata e ampliata, la superstizione diffusa e accreditata, e segnatamente la mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia”.
Ma in concreto, sul terreno politico immediato, che fare? Le indagini degli studiosi aprirono la via a molteplici proposte:
- Diminuzione della pressione tributaria, allo scopo di favorire la formazione di capitali da impiegare;
- Bonifiche, acquedotti, rimboschimenti e sistemazione degli alti bacini fluviali;
- Applicazione di metodi moderni all’agricoltura e lotta contro il latifondo;
- Protezione dei contadini o della piccola proprietà fondiaria, ovvero creazione delle condizioni necessarie alla loro libera lotta;
- Favore alle industrie locali e domestiche travolte dalla prepotente concorrenza del Settentrione;
- Invio d’impiegati scelti del Nord e rigore della magistratura;
- Fondazione di scuole tecniche ed agrarie.
Intorno al 1900, F. S. Nitti insisteva sulla necessità di combattere la “sperequazione tributaria”, per cui riteneva che i meridionali pagassero proporzionalmente di più, in rapporto alle ricchezze del paese e a quanto lo Stato spendeva per essi.
Gaetano Salvemini vede la fonte prima del male nell’intervento delle classi dominanti del Nord a difesa della piccola borghesia “delinquente e putrefatta” che spadroneggiava nel Mezzogiorno.
Intorno a quei tempi mossi del dopoguerra Luigi Sturzo, segretario del partito popolare, esprimeva la convinzione che il problema fosse di tipo etico: “La redenzione comincia da noi. Il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno! […] La questione meridionale è tutta la questione italiana”.
Le ragioni dell’immobilità economica, sociale, politica del Mezzogiorno
La rivoluzione meridionale, G. Dorso.
Da
La borghesia meridionale è forse la classe più vecchia della penisola. Mentre nelle altre regioni d’Italia sono avvenute notevoli modificazioni strutturali, la società meridionale è rimasta quasi inerte per lunghissimo tempo.
Ora la prima ragione di questa immobilità sta nel fatto che la borghesia terriera del Mezzogiorno non ha saputo far altro che sostituire i vecchi baroni, senza rinnovarne la funzione.
Profittando dell’assenteismo baronale e degli ultimi contraccolpi della rivoluzione europea, tutti i vecchi amministratori feudali non ebbero di mira che impadronirsi delle terre feudali, demaniali ed anche di quelle allodiali, solo per dominare più agevolmente le plebi rurali ed impedire la soddisfazione della loro tradizionale fame di terra.
E, mentre in tutto il mondo la rivoluzione antifeudale rappresentò il processo storico attraverso il quale la borghesia prevenne gradualmente al dominio, nel Mezzogiorno i contraccolpi della rivoluzione furono la causa unica della creazione dei nuovi ceti, tanto è vero che ancora oggi, accanto a zone nelle quali il processo di sviluppo borghese si può dire abbastanza avanzato, ve ne sono altre che sono ancora in regime feudale.
Questa viziosa origine è il fattore dominante dell’attuale realtà; inoltre la borghesia professionista ed intellettuale ha anch’essa contribuito a mantenere l’immobilità del paese.
Se fosse nata una borghesia capitalista, industriale e commerciante, da una parte gli intellettuali ed i professionisti si sarebbero sempre più emancipati dai dati storici e psicologici della classe terriera, e dall’altra parte quest’ultima, scadendo d’importanza e prestigio, avrebbe dovuto modificare la sua mentalità e struttura.
Ma questo processo nel Mezzogiorno o non si è proprio prodotto o, se si è prodotto, ha avuto insufficiente sviluppo, com’è dimostrato dal fatto che sostanzialmente tutto il Mezzogiorno è ancora soggetto al blocco agrario.
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Italiano
Da “I Malavoglia”, G. Verga, cap. IX
Una vecchia andava strillando per la piazza, e si strappava i capelli, quasi le avessero portato la malanuova; e davanti alla bottega di Pizzuto c'era folla come quando casca un asino sotto il carro, e tutti si affollano a vedere cos'è stato, talché anche le donnicciuole guardavano da lontano colla bocca aperta, senza osare d'accostarsi.
- Io, per me, vado a vedere cos'è successo; disse Piedipapera, e scese dal muro adagio adagio.
In quel crocchio, invece dell'asino caduto, c'erano due soldati di marina, col sacco in spalla e le teste fasciate, che tornavano in congedo.
Intanto si erano fermati dal barbiere a farsi dare un bicchierino d'erbabianca. Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontavano la storia d'Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle orecchie tese, fitta come le mosche.
Re d'Italia,
- Il figlio di Maruzza la Longa ci era anche lui sul osservò don Silvestro, il quale si era accostato per sentire.
- Ora vado a dirlo a mia moglie! saltò su mastro Turi Zuppiddu, così si persuaderà ad andarci da comare Maruzza, ché i musi lunghi non mi piacciono fra vicini ed amici.
Ma intanto la Longa non ne sapeva nulla, poveraccia! e rideva ed era in festa coi parenti e gli amici.
Il soldato non finiva di chiacchierare con quelli che volevano ascoltarlo, giocando colle braccia come un predicatore.
- Sì, c'erano anche dei siciliani; ce n'erano di tutti i paesi. Del scìa vossìa,
resto, sapete, quando suona la generale nelle batterie, non si sente più né né e le carabine le fanno parlar tutte allo stesso modo.
Bravi giovanotti tutti! e con del fegato sotto la camicia. Sentite, quando si è visto quello che hanno veduto questi occhi, e come ci stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la madonna! questo cappello qui lo si può portare sull'orecchio.
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Il giovanotto aveva gli occhi lustri, ma diceva che non era nulla, ed era perché aveva bevuto. -
Re d'Italia,
Si chiamava il un bastimento come non ce n'erano altri, colla corazza, vuol dire come chi dicesse voi altre donne che avete il busto, e questo busto fosse di ferro, che potrebbero spararvi addosso una cannonata senza farvi nulla.
È andato a fondo in un momento, e non l'abbiamo visto più, in mezzo al fumo, un fumo come se ci fossero state venti fornaci di mattone, lo sapete?
- A Catania c'era una casa del diavolo! aggiunse lo speziale.
- La gente si affollava attorno a quelli che leggevano i giornali, che pareva una festa.
- I giornali son tutte menzogne stampate! sentenziò don Giammaria.
- Dicono che è stato un brutto affare; abbiamo perso una gran battaglia, disse don Silvestro.
Padron Cipolla era accorso anche lui a vedere cos'era quella folla.
- Voi ci credete? sogghignò egli alfine. Son chiacchiere per chiappare il soldo del giornale.
- Se lo dicono tutti che abbiamo perso!
- Che cosa? disse lo zio Crocifisso mettendosi una mano dietro l'orecchio.
- Una battaglia.
- Chi l'ha persa?
- Io, voi, tutti insomma, l’Italia; disse lo speziale.
- Io non ho perso nulla! rispose Campana di legno stringendosi nelle spalle; adesso è affare di compare Piedipapera e ci penserà lui; e guardava la casa del nespolo, dove facevano baldoria.
- Sapete com'è? conchiuse padron Cipolla, è come quando il Comune di Aci Trezza litigava pel territorio col Comune di Aci Castello. Cosa ve n'entrava in tasca, a voi e a me?
- Ve n'entra! esclamò lo speziale tutto rosso. Ve n'entra... che siete tante bestie!...
- Il guaio è per tante povere mamme! s'arrischiò a dire qualcheduno; lo zio Crocifisso che non era mamma alzò le spalle.
- Ve lo dico io in due parole com'è; raccontava intanto l’altro soldato. È come all'osteria, allorché ci si scalda la testa, e volano i piatti e i bicchieri in mezzo al fumo ed alle grida. L'avete visto? Tale e quale!
Dapprincipio, quando state sull'impagliettatura colla carabina in pugno, in quel gran silenzio, non sentite altro che il rumore della macchina, e vi pare che quel punf! punf! ve lo facciano dentro lo stomaco: null'altro.
Poi, alla prima cannonata, e come incomincia il parapiglia, vi vien voglia di ballare anche voi, che non vi terrebbero le catene, come quando suona il violino all'osteria, dopo che avete mangiato e bevuto, e allungate la carabina dappertutto dove vedete un po' di cristiano, in mezzo al fumo.
In terra è tutt'altra cosa. Un bersagliere che tornava con noi a Messina ci diceva che non si può stare al pinf panf delle fucilate senza sentirsi pizzicar le gambe dalla voglia di buttarsi avanti a testa bassa.
Ma i bersaglieri non sono marinari, e non sanno come si fa a stare nel sartiame col piede fermo sulla corda e la mano sicura al grilletto, malgrado il rollìo del bastimento, e mentre i compagni vi fioccano d'attorno come pere fradicie.
- Per la madonna! esclamò Rocco Spatu. Avrei voluto esserci anch'io a far quattro pugni.
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Tutti gli altri stavano ad ascoltare con tanto d'occhi aperti.