Introduzione
Questa tesina si propone di analizzare in che rapporto, e fino a che punto, genio e disfunzione cerebrale coesistano nella vita di molti dei più grandi artisti e scienziati.
Personalmente ho deciso di affrontare questo argomento perché trovo estremamente interessante la connessione fra “malattia” e processo creativo.
Nel percorso si dimostrerà inoltre come la non completa integrità mentale possa portare alle volte ad un’intuizione geniale, ad una incrementata creatività e alla soluzione di enigmi fuori dalla portata della conoscenza comune.
Perché il cervello umano sembra, in alcuni casi, raggiungere la sua massima capacità quando lesionato?
Come può questa “mancanza” offrire al malato una marcia in più per comprendere la realtà che lo circonda?
Ma, prima ancora, cosa si intende per genio?
Il genio secondo Schopenhauer
“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.” Arthur Schopenhauer
Per Schopenhauer, il genio, nella contemplazione delle idee, è molto simile al folle, che dimentica il suo corpo abbandonandosi a una sorta di delirio estetico, che gli permette di cogliere, sia pure brevemente, la noluntas, volontà di vivere, di dimenticare la
Nel momento in cui ci si immerge nell’intuizione e nella contemplazione dell’oggetto, si dimentica il proprio Io, inteso come volontà, si giunge a uno stato superiore in cui l’oggetto non è più separato dal soggetto ed è l’idea.
Questa è l’esperienza del genio, che è puro soggetto del conoscere; è un’esperienza straordinaria di completa trasfigurazione.
La genialità è intesa da Schopenhauer come perfetta obiettività: essa è espressione dello spirito contemplativo che trascende il singolo.
Il genio è colui che è capace di mantenersi nell’intuizione pura, anzi di perdersi in essa e quindi di sottrarre la conoscenza alla schiavitù della volontà.
Egli dimentica di essere soggetto volente e si fa “occhio del mondo” per tutto il tempo necessario all’esperienza creativa.
La genialità, in quanto tale, non può essere frutto di libera scelta: essa non può derivare dall’applicazione, dallo sforzo di astrazione da sé del soggetto empirico, perché, in tal caso, risulterebbe impossibile.
La genialità è una condizione che ci sottrae all’arbitrio individuale, è un’esperienza che ci ritroviamo a fare senza volerlo.
In essa la capacità conoscitiva è andata ben oltre i limiti richiesti dal servigio nei confronti della volontà, per un attimo si configura come puro disinteresse: è come un lampo che subiamo, ma che non possiamo né volere, né imparare.
“Un dotto è colui che ha molto imparato, un genio colui dal quale l’umanità impara ciò che il genio stesso non ha imparato da nessuno.” Arthur Schopenhauer
Genio e schizofrenia: John Nash
“Pensavo alle voci come… qualcosa un po’ diverso dagli alieni. Le pensavo più simili ad angeli… Era veramente il subconscio che parlava, era veramente quello… ora lo so!”
John Nash
Nel film “A Beautiful Mind” (regia di Ron Howard) è raccontata in maniera verosimile la storia del matematico John Nash, premio Nobel per l’economia nel 1994 per la sua “Teoria dell’Equilibrio”.
Alla giovane età di 22 anni questo genio ha già contraddetto 150 teorie matematiche ed economiche ed è alla ricerca di un’idea veramente originale.
Quando viene chiamato per una cattedra a Princeton il grave male della schizofrenia si abbatte sulla sua splendida mente, capace di brillanti e continue intuizioni, condannandolo ad una doppia vita: da una parte il lavoro e gli affetti, dall’altra le visioni, le paranoie, gli elettroshock e gli psicofarmaci.
Il racconto della vita di questo studioso fa nascere diverse domande: come può una mente malata essere capace di tanta genialità?
Può una mente geniale finire per ammalarsi proprio a causa del suo particolare funzionamento?
Quale relazione può esserci fra matematica e schizofrenia?
La schizofrenia è un grave disturbo psichiatrico, espressione di un’importante alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo con compromissione della percezione e dell’“esame” della realtà.
Il concetto di realtà è molto diverso se esaminato da un fisico, da un matematico o da uno psichiatra.
Per un fisico, ad esempio, è reale solo ciò che è misurabile, mentre per un matematico è vero, dunque reale, tutto ciò che è dimostrabile.
Vivere con la mente nel mondo della matematica vuol dire avere a che fare con un proprio concetto di realtà che varia a seconda degli assiomi posti all’inizio della teoria, dunque realtà diverse a seconda delle diverse premesse, purché logicamente dimostrabili.
Pensiamo alla geometria euclidea così reale e così intuitiva, così vera, ma reale finché ci si appoggia al quinto postulato: nel momento della sua negazione nascono realtà diverse, parallele, magari meno vicine alla nostra percezione ma sicuramente matematicamente ugualmente vere, e dunque ugualmente reali.
Può dunque un matematico abituato a convivere con diverse realtà, ognuna vera all’interno di una teoria, avere una mente più predisposta a concepire anche diverse vite reali non intersecabili, ma ognuna vera nel momento della sua realizzazione?
La domanda è aperta e non vuole essere un invito al credere all’identità fra matematico e schizofrenico, quanto un input ad avvicinarsi al misterioso mondo della matematica dove la realtà è subordinata alla logica, e dove nel perdersi in essa si può finire per non aver voglia di tornare alla “realtà reale”.
Il genio internato: Dino Campana
“Campana resta l’ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito.” Carlo Bo
Sin dall’adolescenza, Campana ha manifestato chiari segni di disturbo mentale, in generale possiamo dire che la sua vita è stata un continuo girovagare per manicomi.
Pur non esprimendosi direttamente sul tema della pazzia, Campana propone uno stile riconducibile a quello dei famosi autori inglesi Joyce e Woolf, il flusso di coscienza.
Il brano “Sogno di prigione” è stato scritto nel 1910 durante un suo internamento in un manicomio.
Lo stile è molto “visionario”, confuso, ed esprime a mio parere la visione del mondo da parte dei folli: immagini mischiate e sovrapposte, che però lasciano intendere una grande acutezza dei sensi, non sfugge nulla all’occhio e alla mente folle dell’autore.
Questo stile può essere tranquillamente ricondotto anche a quello di un altro importante autore: Edgar Allan Poe.
Da “Sogno di prigione”:
“Nel viola della notte odo canzoni bronzee. La cella è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca.
Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno.
Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida: Ora il mio paese tra le montagne.
Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, su, giù.
Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte.”