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L’erotismo nell’arte

Storia dell’erotismo

Storia dell’erotismo.

L’approccio più corretto per iniziare questo cammino alla scoperta dell’eros nell’arte e per capire come questo concetto si sia sviluppato nel tempo e di come le sue rappresentazioni si siano evolute nel corso dei secoli è quello di partire dalla definizione di “erotismo”. Tale termine indica, in genere, l’insieme di quelle manifestazioni, indipendenti o connesse, con l’istinto sessuale, che si palesano tanto sul piano psicologico-affettivo quanto su quello comportamentale.

Ma per via della complessità dell’essere umano non si può non tener conto, oltre che della sfera istintuale, anche di quella culturale che permette di estendere il concetto di “manifestazione erotica” a quell’ambito creativo che ricade sotto l’egida dell’arte. L’obiettivo è infatti quello di indagare come attraverso i secoli non soltanto si sia modificato il concetto di erotismo ma di come questo concetto sia in rapporto con l’arte.

Le civiltà mediterranee

Le prime manifestazioni artistiche della civiltà umana, in relazione all’argomento trattato, sono in massima parte caratterizzate dalla produzione di statuine scolpite in pietra, osso o avorio, alte tra i 5 e i 25 cm, tradizionalmente definite “Veneri”. La natura di questi oggetti ha subito fatto dividere gli studiosi perché è praticamente impossibile fornire una risposta certa e univoca sulla funzione di questi manufatti.

Di sicuro però va detto che, alla luce di alcuni studi, l’immagine del mondo paleolitico, cioè precedente alla pratica dell’agricoltura, era quella di un universo sessualizzato dove il maschile e il femminile facevano parte di un tema litografico. Lo testimoniano non soltanto i simboli stilizzati di vulve femminili e di falli maschili incisi o dipinti nelle grotte sulla pareti nell’area franco-cantabrica, ma anche il ritrovamento di un sito archeologico in Siberia dove le case rettangolari del villaggio erano divise in due settori, uno riservato esclusivamente agli uomini e uno esclusivamente alle donne.

Nel primo vi furono ritrovate statuette ornitomorfe e falliformi e nel secondo figurine muliebri scolpite. È impossibile pronunciarsi con certezza sul significato dei reperti ritrovati, ma non è da escludere che questi avessero un significato benaugurante, forse in relazione con la religione domestica, come pure paiono avere le statuine ritrovate nei siti archeologici di Ucraina, Meline e Gagarino.

Analizziamo ora la figura della “Venere di Laussel”, databile a 24.000 anni fa circa, con in mano il corno potorio o lunare, a seconda delle interpretazioni, entrambi simboli di energia e di vita; difficilmente a questa figura potrà essere negato il ruolo connesso con la fertilità femminile.

L’idea di fertilità però non potrebbe dirsi completa se non si considerasse la componente maschile, e ne abbiamo un lauto esempio proveniente dall’Inghilterra, più precisamente dal sito di Dorset, dove il gigante di Cerne Abbas, di difficile datazione, VI-V millennio a.C.?, si estende sulla collina per centinaia e centinaia di metri con la sua clava in mano e il fallo eretto.

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Per quanto la terra venga vista come il ventre dal quale si nasce e al quale si ritorna bisogna ammettere che per far sì che le forme vitali fuoriescano dalla terra-madre e il ciclo vitale sia completo c’è bisogno di un elemento fecondatore. Ed è quello che il gigante di Cerne Abbas rappresenta in maniera un po’ rudimentale.

Le religioni più complesse però identificano questo nel cielo o nel sole, ma non sempre il simbolismo sessuale è rispettato; per esempio, nella religione egizia il dio creatore Aton generò i due divini fratelli Shu, l’aria, identificata in una divinità maschile, e Tefnut, il principio umido, con uno sputo o con la fuoriuscita di sperma. Questi, in un’unione incestuosa, diedero origine ai due gemelli primordiali Geb e Nut.

Il primo, disteso sulla schiena con il fallo eretto, rappresenta la montagna, quindi la terra, e la seconda, distesa su di lui, rappresenta la notte o il cielo stellato. Dalla loro unione, separata per gelosia da Shu, l’aria appunto, nacquero altre coppie di gemelli, cioè Iside e Osiride e Set e Neftis. Come possiamo ben vedere, la figura maschile viene intesa come la terra e quella femminile come il cielo, al contrario delle religioni politeiste tradizionali.

In tutte le grandi culture del Mediterraneo antico c’è un continuo scambio tra quotidianità e cosmologia, così vediamo come un sigillo sumerico del III millennio a.C. mostri l’unione mitica fra cielo e terra e Inanna, divinità sumerica dell’amore, sia la protettrice della stella Venere.

La relazione tra il corpo femminile e la morfologia terrestre si basa su osservazioni analogiche di forme, profili e volumi. Lo possiamo tranquillamente notare nella statuetta rappresentante la dea Ishtar, III millennio a.C., divinità sumera di iconografia molto longeva.

Essa, con i fianchi e le cosce immensamente larghi a inquadrarne il sesso, compie l’atto di offrire i seni, atteggiamento classico della Grande Madre, con le mani a sostegno delle mammelle.

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Il culto della Grande Madre riguarderà quelle divinità che poi nel corso della civiltà finiranno per essere identificate con la “Potnia Theròn”, ossia la signora degli animali, ed infine con Diana, Artemide, Demetra e Cerere.

La civiltà etrusca, tra amore e morte

La solarità delle civiltà del Mediterraneo si appanna e s’illanguidisce sulle coste del Tirreno. Le recenti ricerche che hanno dissipato le ombre intorno al popolo etrusco non sono però riuscite a togliere dai volti delle figure scolpite o dipinte quel velo di tristezza e di rimpianto che sembra essere parte integrante di questa splendida civiltà.

Nonostante l’inesorabile voglia di vivere emerga dalle opere degli Etruschi, un forte senso di morte va a mescolarsi ad un erotismo sfrontatamente esibito più che semplicemente rappresentato, quasi a testimonianza della nostalgia per la vita che si spegne.

In una delle più antiche tombe in stile ionico, detta tomba dei tori, 550-540 a.C., l’anonimo pittore si preoccupa di rappresentare gruppi erotici dalle esplicite posizioni al di sopra delle due camere minori; solo sul fregio principale vi è l’unica scena mitologica presente nelle tombe arcaiche, cioè l’agguato di Achille a Troilo durante la guerra di Troia.

In questa atmosfera si capisce bene quale sia il ruolo delle scene erotiche che sovrastano le camere: è certo il sentimento amoroso considerato come legame indissolubile che supera la soglia dell’esistenza della vita terrena.

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Sono poi diversi i casi di sarcofagi che hanno sul coperchio la rappresentazione della coppia di coniugi; il più bello e il più famoso è quello proveniente da Cerveteri, 520 a.C., detto appunto “degli sposi”.

La situazione è quella di un banchetto, i due sono adagiati sul kline dai piedi finemente intarsiati. L’artista coglie i coniugi nel momento della conversazione, la bocca è socchiusa e lo sguardo rivolto verso altri ipotetici commensali; l’uomo è a torso nudo, ostentando virile possanza, e lei elegantissima, con indosso il tutulus in testa, manto e scarpe appuntate secondo la moda del tempo.

In mano dovevano avere delle coppe e piatti ricchissimi posti dinnanzi. I cuscini soffici danno poi il senso di una sessualità discreta che si rivela pure nel piacere di toccare morbide stoffe. Ma la cosa meravigliosa è che mentre i due parlano si abbracciano, mostrando non solo un’invidiabile intesa ma quella complicità che dovrebbe essere propria di ogni coppia.

Per avere un’idea di come si dovevano più o meno svolgere questi convivi basta osservare le pitture della tomba detta “dei leopardi” o “delle navi”, per far rivivere i colori e i motivi decorativi sulla nuda terracotta di Cerveteri.

Di tutt’altro tenore i due coperchi di sarcofagi provenienti dagli scavi di Vulci. Entrambi usciti dalla stessa bottega e appartenenti alla stessa committenza, la famiglia di Arn Tetnies.

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L’impostazione è di grande modernità e di elegante spregiudicatezza; le coppie di coniugi sono infatti rappresentate a letto insieme, abbracciate in atteggiamenti decisamente affettuosi. Il coperchio con il figlio di Arn Tetnies e la giovane sposa, pur mantenendo un atteggiamento di assoluta compostezza, lascia trasparire il fuoco della passione che ancora li pervade e li agita come le pieghe delle coperte.

Diverso è l’atteggiamento di Arn Tetnies e della consorte: la coppia matura si cinge in un abbraccio affettuoso ma non passionale; lei tiene la mano sul petto del marito a cercare sicurezza. Hanno ormai i figli grandi e hanno saputo affrontare i nodi della vita. In queste due opere non c’è più nulla di pubblico come in quella precedente.

Come si può ben vedere, la civiltà etrusca ha toccato tutte le corde dell’erotismo, da quello sfrenato della tomba dei tori, a quello conviviale del sarcofago degli sposi, a quello intimo dei due coperchi della famiglia di Arn Tetnies.

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I Greci e il mito dell’amore

Il processo di mitologizzazione dell’erotismo raggiunge il suo apice con la cultura greco-romana. È infatti il racconto mitologico che si presta a toccare tutte le corde di un argomento complesso come quello dell’erotismo.

Ritroveremo così gli aspetti cosmologici narrati da Esiodo nella Teogonia, che canta degli amori tormentati di Gaia e Urano, dove l’abbraccio cosmico è quello appunto tra il cielo e la terra primordiali, cruentemente separato dall’intervento di Crono; e non potrebbe essere altrimenti perché lui è il tempo che separa e scandisce il fluire del tempo per dare inizio al dipanarsi del giorno e della notte.

L’atto dell’evirazione di Urano compiuto da Crono è necessario per produrre l’ordine. I genitali che verranno gettati nel mare daranno origine ad Afrodite, dea dell’amore, seguita da Eros e Imeros, desiderio, che per i Romani sarà Venere, nata dalla spuma delle onde.

Spiega sempre Esiodo che quando approdò a Cipro, ad ogni suo passo nasceva l’erba, segno che la sua natura non si discostava tanto da quella della Grande Madre. Del resto poi Crono, castrando suo padre, lo aveva costretto a fecondare il mondo e quindi tutto sarebbe stato sotto la legge di Venere e nulla vi si sarebbe potuto sottrarre, neppure Zeus.

Zeus era il figlio di Era e Crono, le divinità da cui tutto nasce e scorre, e grazie all’accortezza della madre sfugge al destino comune di tutti i suoi fratelli, cioè quello di essere sbranato dal padre, cioè Crono.

Furono i consigli di Gaia e Urano che indussero Rea a sostituire il figlio con una grande pietra affinché Zeus avesse salva la vita; infatti Crono la divorò al posto del fanciullo e quando questo fu grande e forte incatenò il padre e liberò tutti gli dei, suoi fratelli, dal ventre del loro carnefice. Essi furono memori a lui per il beneficio ricevuto e lo elevarono all’Olimpo.

Zeus aveva rifondato l’ordine incatenando il tempo, che ora scorreva regolare, ma le leggi dell’amore erano immutate e lui stesso non poteva porvi resistenza, come non poteva nemmeno controllare Moira, cioè il fato, che non sempre faceva la sua volontà.

I molteplici amori di Zeus acquistano la natura di una fecondazione continua. La letteratura greco-latina ha spesso narrato degli amori delle divinità; si pensi, per esempio, al buon Anfitrione e alla sua sposa Alcmena, che, fecondata da Zeus sotto le spoglie di suo marito, partorì due gemelli: lo strabiliante e forzuto Eracle e il banalissimo Ificle.

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Ma i soggetti maggiormente trattati di questi amori mitologici sono indubbiamente quelli in cui Zeus-Giove si presenta alle proprie amanti in forma animale, come dimostra la diffusa immagine della Leda con il cigno, Zeus sotto forma animale, dalla quale unione nasceranno poi i Dioscuri, protettori di Roma, o del ratto di Europa, che verrà condotta da Zeus dalle sembianze di toro a Creta, dove poi si consumerà l’unione divina da cui poi nascerà il mitico re Minosse.

Il favore incontrato da questi soggetti si deve verosimilmente al fatto che dovevano praticarsi nella realtà incontri sessuali tra donne e animali, soprattutto cani, cavalli, muli e asini, come testimonia la celebre storia del mulo d’oro, scritta da Lucio Apuleio nel II sec. d.C., nella quale si narra degli amori del giovane Lucio, trasformato in asino, e di una bella romana aristocratica.

Le qualità amatorie del protagonista spingono il suo padrone a voler farlo esibire in pubblico con una donna di malaffare, ma l’animale scapperà e riconquisterà la forma umana con l’intervento di Iside. La cosa che interessa a noi di tutta la storia è che era prevista un’esibizione pubblica che avrebbe favorito al padrone dell’asino lauti guadagni. Gli amori bestiali di Zeus dovevano allora costituire il prototipo nobile e mitico di tali spettacoli.

Non è però solo Giove che si abbandona a situazioni amorose; basti ricordare Ercole o Eracle, alla greca, e i suoi molteplici amori, a partire da quello per Megara, la sua prima moglie, figlia del re di Tebe, poi Iole e Onfale, che dette ad Ercole un figlio semidivino chiamato Lamo, ed infine Deianira, che, preoccupata di un possibile nuovo innamoramento di Ercole per Iole, gli procurò involontariamente la morte facendogli indossare la camicia intrisa del sangue del centauro Nesso, da lui cedutagli in punto di morte per vendetta, con la promessa che sarebbe stato un incantesimo di amore eterno.

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Il corpo degli dei

Continuiamo a vedere come muta il concepire e il rappresentare della figura umana e con essa il paradigma di bellezza e di attrazione sessuale, e lo facciamo mettendo a confronto due opere distanti tra loro tre secoli che rappresentano una la dea Era e l’altra la dea Venere.

La prima è la celebre Hera di Samo, VI sec. a.C., e si nota subito come la bellezza rappresentata sia testimonianza degli ideali di bellezza del tempo. Ella è racchiusa nel nitidore delle volumetrie delle vesti, che formano quasi un cilindro perfetto appena increspato dalle pieghe.

L’Hera di Samo ha una sessualità contenuta che fa da aura alla sua totemica presenza. Nettamente diversi sono i parametri a cui si ispirò Prassitele per la realizzazione dell’Afrodite di Cnido, 330 a.C., a noi nota per la celebre copia romana. Qui la dea ha perso tutta la sua compostezza per presentarsi nuda, con un tocco di civetteria che manca del tutto all’Hera di Samo.

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Non diversamente, la nudità maschile aveva attraversato varie tappe; dalle statue arcaiche di Kouros, l’eroticità maschile aveva seguito un percorso interpretativo. Valgano due esempi per tutti: il Diadumeno di Policleto e l’Apollo sauroctono di Prassitele.

Il primo, al di là del canone proporzionale, raffigura l’ideale della fisicità del guerriero, fiera e prestante; l’altro, al contrario, con la flessuosa felicità di un corpo giovanile, rimanda a quel rapporto a sfondo erotico che coinvolgeva giovinetti fino ai sedici anni e adulti che si proponevano come educatori di ragazzi in età prepuberale, ma che non nascondevano ammirazione e trasporto per i loro pupilli.

Tornando alle rappresentazioni e alle funzioni svolte dalle scene erotiche, possiamo vedere come queste siano presenti nel quotidiano, come sul retro di uno specchio del I sec. d.C., dove i due amanti giacciono avvinghiati su un morbido letto; ma in questo caso potrebbero essere due amanti occasionali, e lo si evince dalla presenza del quadretto erotico appeso al muro con una scena di “coitus a tergo”.

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Ma immagini del genere sono state trovate anche in case e ville di alto rango nella città di Pompei, dove però queste potevano essere nascoste dietro sportelli di legno e aperte per l’occasione, per favorire l’eccitamento e contribuire a creare la giusta atmosfera.

Al contrario, alcune immagini erano di carattere puramente ironico, come nel caso dell’affresco sempre pompeiano nella casa di Epidio Sabino, che mostra il dio Pan eternamente eccitato scappare alla scoperta della bisessualità di Ermafrodito; ma diverso è invece il sentimento che ispira l’Ermafrodito dormiente, con quel suo senso di abbandono e malinconia.

Come si vede, il mondo Greco-romano coglie pienamente le complesse sfaccettature dell’erotismo, della sessualità e dell’ironia che fanno parte della vita di tutti i giorni e della funzione che questo aveva di scacciare il malocchio e di favorire la prosperità nell’ambiente domestico.

Tintinnabulum romano: rilievo

Tintinnabulum romano tintinnabulum romano rilievo.

I secolo d.C.

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Pompei, la città proibita

Entriamo più nel merito della civiltà romana, che ci offre con Pompei il miglior esempio di una civiltà che giorno dopo giorno mostrava le sue forme di erotismo.

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