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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini è considerato a livello internazionale uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del nostro tempo. Si è distinto in molti campi lasciando notevoli contributi come letterato, cineasta e filosofo. È stato un attento osservatore della trasformazione della società del dopoguerra, suscitando spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi.

La vita

Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, ma a causa delle lunghe campagne militari del padre la famiglia è costretta spesso a trasferirsi. Nel 1925 nasce suo fratello Guidalberto, ma già l’anno successivo riprendono i vari spostamenti a ritmo quasi annuale. Nonostante i gravi problemi di adattamento ai nuovi luoghi, in Pasolini inizia a crescere la passione per la poesia e la letteratura, mentre lo abbandonava il fervore religioso del periodo dell’infanzia.

In seguito si trasferisce a Bologna, dove vi rimane per ben 7 anni coltivando nuove passioni come quella del calcio, e dove alimentò la sua passione per la letteratura con letture che spaziano da Dostoevskij, Tolstoj, Shakespeare ecc... Intanto la sua carriera scolastica proseguiva con eccellenti risultati, tanto da indurlo a conseguire il diploma con un certo anticipo rispetto al tempo previsto. Si iscrive a soli 17 anni alla Facoltà di lettere dell’università di Bologna e iniziò ad appassionarsi anche ai film frequentando i cineclub della città.

Sempre in quegli anni aderì e diventò redattore capo della rivista il “Setaccio” della GIL di Bologna, ma entrò subito in contrasto con il direttore responsabile che era molto fedele alla retorica del regime. Questo portò all’interruzione della pubblicazione dopo pochissimo tempo, ma rappresentò comunque per Pasolini un’esperienza positiva grazie alla quale comprenderà la natura regressiva del fascismo e maturerà un atteggiamento culturale antifascista.

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Nel 1942, dopo aver trascorso le vacanze estive a Casarsa nella casa materna, scrisse i suoi primi versi in friulano, “Poesie a Casarsa”, che vennero pubblicate a sue spese, ma che furono subito notate da alcuni critici che gli dedicarono una recensione positiva. In quegli anni, dopo lo scoppio del conflitto, Pasolini e la sua famiglia decidono di trasferirsi a Casarsa ritenendolo un luogo più sicuro per attendere la fine del conflitto, ed è proprio in quel periodo che Pasolini dichiarò di aver preso atto della sua omosessualità, in quanto fu colto nuovamente da quei turbamenti erotici che già in passato aveva cercato di allontanare.

Nel 1943 venne chiamato ad arruolarsi, ma qualche mese dopo riesce a scappare travestito da contadino e rifugiarsi a Casarsa, raggiunta però ormai anch’essa dai bombardamenti. Vi rimase fino alla fine del conflitto dedicandosi ai suoi studi e alla poesia; apre in casa sua una sorta di scuola privata per quei ragazzi che non potevano raggiungere le scuole a causa dei bombardamenti.

Qualche mese dopo l’armistizio venne raggiunto dalla notizia della morte di suo fratello Guido, che era rimasto ucciso durante il conflitto insieme ad un gruppo di partigiani con il quale si era schierato. Questa notizia fece cadere Pasolini e la madre in un terribile strazio.

Ripresosi dal dramma, fonda negli anni del dopoguerra “L’Academiuta di lenga furlana”, un istituto di lingua e poesia, partecipa attivamente alla vita teatrale, si dedica con passione all’insegnamento e scrive molti interventi politici riguardanti l’autonomia del Friuli e la scuola su “Libertà” e “Rivista del popolo”. Si laurea con ottimi voti discutendo una tesi dal titolo “Antologia di una lirica pascoliana”. Inoltre, in concomitanza con questo evento, torna dalla prigionia del Kenya il padre, oramai reduce e malato, avvelenato dalla sconfitta del fascismo.

Si iscrive al PCI (Partito comunista italiano), vi aderì con grande convinzione ed entusiasmo partecipando alle manifestazioni organizzate dalla Camera del lavoro per tutelare il lavoro della classe sociale meno abbiente.

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Alla fine dell’anno ottenne l’incarico di insegnare materie letterarie alla scuola media di Valvasone, ma intorno al 1947, dopo un breve periodo di insegnamento, viene denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. I suoi avversari politici sfruttarono lo scandalo accusandolo di omosessualità, portando i dirigenti del PCI ad espellerlo dal partito.

A seguito di questi avvenimenti, nel 1949 Pasolini fugge a Roma con la madre. Qui si delineerà la sua carriera letteraria, anche se per i primi anni non ebbe vita facile. Rimase disoccupato e disperato per diverso tempo, fino a quando non trovò un impiego come insegnante presso una scuola privata di Ciampino.

Nel 1951 si trasferì in una casa a Ponte Mammolo, scoprendo la periferia, la Roma delle borgate che divenne lo scenario dei suoi romanzi più famosi. Nel 1951, con l’aiuto di Sergio Citti, iniziò ad apprendere il gergo e il dialetto romanesco, costituendo il suo “dizionario vivente” che utilizzerà per scrivere le sue opere più importanti.

Sempre nei primi anni ’50 entra in contatto con gli ambienti letterari romani, partecipa a iniziative editoriali, con i vecchi compagni di università, Leonetti e Roversi, fonda a Bologna la rivista critica “Officina” e ha le sue prime esperienze cinematografiche.

Tra il 1955 e il 1960 pubblica i romanzi che determinarono la sua notorietà, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”. “Ragazzi di vita” suscita accese polemiche per i temi trattati sulla prostituzione maschile. Subirà un processo che si risolse con un’assoluzione grazie anche alle testimonianze di scrittori noti, che sostennero che il libro fosse ricco di valori religiosi perché spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati e non contenente oscenità, in quanto i dialoghi sono dialoghi dei ragazzi e l’autore sentì la necessità di rappresentarli così come in realtà. Venne assolto con formula piena.

Negli anni successivi e per circa 15 anni si dedica principalmente al cinema, collaborando con registi e attori illustri come Federico Fellini, Anna Magnani, Totò, Ninetto Davoli, Roberto Rossellini ecc. Tra i suoi film più famosi si ricordano “Accattone” e “Mamma Roma”.

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Continuò comunque a ricevere dissensi e a sollevare polemiche sia per il suo modo di scrivere che di fare cinema, che andavano a toccare in maniera troppo profonda i temi dell’epoca come la Chiesa, la nuova borghesia, il sottoproletariato ecc., fino al 1975, quando nella notte tra il 1 e il 2 novembre Pasolini venne ucciso in maniera brutale, battuto a colpi di bastone e travolto ripetutamente con la sua auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

L’omicidio fu attribuito ad un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi, di soli diciassette anni, che prontamente si dichiarò unico colpevole, ma sin da subito il processo rivelò nel suo racconto molte incongruenze negli orari, sulle impronte dell’auto e sulla violenza dimostrata dell’omicida, impossibile per un uomo debole e di bassa statura come il Pelosi. In molti ipotizzarono che ad uccidere Pasolini sia stato un agguato fascista.

Gli aggressori lo avrebbero attirato ad Ostia con la scusa di restituirgli una pellicola rubata di un film, e poi lo avrebbero picchiato a morte per la sua appartenenza politica e per la sua omosessualità.

Alcuni anni fa Pino Pelosi è stato scarcerato e ha confermato questa ipotesi, smentendo la sua confessione di 30 anni fa e avvalorando l’ipotesi dell’aggressione fascista in stile squadrista. Si può concludere dicendo che Pier Paolo Pasolini sia rimasto vittima della violenza contro i diversi e contro chi pensa e vive diversamente dalla massa, violenza che purtroppo segnò il XX sec. in Italia.

Ragazzi di vita

Pubblicato nel 1955, “Ragazzi di vita” è il primo grande successo di Pasolini. Opera dura, violenta e amara, è la descrizione dettagliata della miseria italiana, delle periferie squallide, dei giovani senza speranza, dei ricercati, delle baracche in mezzo all’immondizia.

La storia principale è quella di Riccetto, personaggio con cui l’autore istaura un dialogo intimo più stretto. Il Riccetto è un ragazzo di borgata, che cresce, dai dieci ai vent’anni (dal 1944 al 1954), in un mondo d’emarginati, quello dei sottoproletari.

La sua vita è la strada, i suoi compagni sono adolescenti come lui, ragazzi con cui organizzava vere e proprie bande, con le quali scorrazzava per i quartieri poveri della città allo sbando più totale, ragazzi che hanno sempre vissuto tra povertà e disperazione, senza futuro, vivono d’espedienti, truffe e ruberie, animati dai più bassi istinti, fame, sonno, sesso.

Le famiglie non costituiscono punti di riferimento, né sono valori e spesso sono costituite da padri ubriaconi e violenti, madri sottomesse e fratelli molte volte avanzi di galera; le scuole sono presenti come edifici, ma non in funzione, sono destinate ad accogliere sfrattati e sfollati.

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Dal punto di vista della struttura narrativa, “Ragazzi di vita” non è un romanzo. Esso è un montaggio di una serie di episodi autonomi e in sé conclusi. Una successione di racconti con gli stessi personaggi.

La voce narrante utilizza un italiano schematico e semplice, mentre i personaggi parlano in un romanesco tenuto ad un livello basso, proprio perché nell’intenzione dell’autore il dialetto non viene usato in termini neorealistici per registrare la verità, ma per seguire esistenze difficili e disperate.

Pasolini sostiene che bisogna lasciar parlare le cose e per far questo bisogna usare, come nella poesia, la formula della regressione che, in questo caso, è l’utilizzo di un gergo dialettale.

Il dialetto romanesco è tuttavia un dialetto ridotto nel senso che, più che il vecchio dialetto romano, quello che emerge è il nuovo gergo delle borgate, che contiene un misto di romanesco e di dialetti meridionali.

Un’altra caratteristica dei suoi romanzi è la scelta di nominare poche volte i nomi propri dei personaggi e riferirsi più spesso al soprannome che hanno nel gruppo.

Infine va sottolineato che in quest’opera da parte di Pasolini non vi è né un’esaltazione né una condanna del modo di vivere di questi ragazzi, ma semplicemente la voglia di descrivere dettagliatamente la vita dell’epoca che lui definiva nonostante tutto creativa.

Proprio per questo fu un forte oppositore della nuova società consumistica che si stava sviluppando in quegli anni, in quanto sosteneva che stesse cambiando il modo di vivere genuino degli italiani.

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Storia

Il secondo dopoguerra

Il miracolo italiano 1958/63

Gli anni del “Boom economico” possono essere collocati nel periodo del secondo dopoguerra e più precisamente nel più ristretto lasso di tempo che va dal 1958 al 1963. Anni in cui l’Italia fu attraversata da una profonda trasformazione del sistema produttivo e quindi tutta l’economia, tanto che da paese prettamente agricolo divenne in brevissimo tempo uno degli stati più industrializzati del mondo, affermando il predominio dell’industria come settore trainante dell’intero sistema economico.

Le cause che favorirono il fenomeno

Questa grande espansione economica fu determinata da una serie di fattori simultanei. Tra questi, l’incremento vertiginoso del commercio industriale e la conseguente massiccia esportazione dei prodotti sui mercati esteri.

A questo si aggiunse la solidità della Lira e la stabilità dei prezzi, senza contare la disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell’industria dell’acciaio grazie alla realizzazione di moderne industrie siderurgiche che permettevano di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre più bassi.

Inoltre va anche osservato che il “miracolo economico” non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Infatti gli alti livelli di disoccupazione negli anni ’50 furono la condizione perché la domanda di lavoro eccedesse l’offerta, con conseguente drastico calo dei salari. Il potere dei sindacati infatti negli anni del dopoguerra era molto debole, aprendo la strada ad un ulteriore aumento della produttività.

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Verso la fine degli anni ’50 la crescita occupazionale divenne notevole, soprattutto nei settori dell’industria e nel terziario. Il tutto però avvenne a scapito del settore agricolo, incapace di modernizzarsi e di integrarsi nel mercato internazionale, subendo in pochi anni un massiccio spopolamento delle campagne.

Gli effetti dello sviluppo

Migrazioni interne e consumismo

Migrazioni interne:

Possiamo dire che gli anni del “Boom economico” furono teatro di un rimescolamento formidabile della popolazione italiana, coinvolgendo migliaia di unità che dal Mezzogiorno migravano nelle regioni del Nord.

I migranti erano soprattutto giovani alla ricerca di una prospettiva di vita migliore nelle industrie. Quindi la ricerca di un lavoro meglio retribuito nelle grandi città apriva alle più giovani generazioni un orizzonte di opportunità impensabili per gli anziani.

Questo perché il Sud non era ancora stato interessato ampiamente dalle trasformazioni in atto in quegli anni e inoltre, dopo la riforma agraria, neanche l’agricoltura, prima ben avviata al Sud, riusciva più a garantire livelli di redditi sufficienti a soddisfare i bisogni primari delle famiglie, costringendoli a emigrare.

Uno degli effetti più immediati di queste migrazioni consistette nella rottura di consolidati legami e tradizioni familiari. La possibilità di non dover più essere contadino semplicemente perché nati in una famiglia contadina rappresentava un elemento di novità destinato a smantellare in maniera radicale i valori e le tradizioni della famiglia italiana.

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Consumismo:

Tra gli effetti più immediati del Boom economico si evidenziano principalmente quelli del benessere e del consumismo di una grande fetta della popolazione, che conobbero un generale aumento del tenore di vita con prospettive per il futuro ben diverse.

Soprattutto a partire dalla fine degli anni ’50, vi fu un progressivo aumento delle disponibilità economiche nei più diversi aspetti della vita quotidiana. A cominciare dall’alimentazione. Oltre a farsi più ricca e più varia, iniziarono a sorgere anche i primi supermercati con le innovazioni portate dall’industria alimentare; dunque i prodotti conservati, i preparati, gli inscatolati ecc. raggiunsero rapidamente tutte le famiglie italiane.

A questo si aggiunse l’abitudine a nuovi consumi: nelle case fecero il loro ingresso frigoriferi, lavatrici, radio e televisori.

I primi apparecchi televisivi comparvero in Italia verso la metà degli anni ’50, ma il vero e proprio boom d’acquisti ci fu solo verso la fine di quegli anni, portandolo ad essere uno strumento molto importante non tanto per la possibilità di essere costantemente informati su quanto accadeva, ma quanto per il fatto che la TV iniziò a far sì che si diffondesse finalmente la lingua nazionale, affermandola nell’uso parlato a scapito dei dialetti.

Tutto questo avvenne in concomitanza con il grande successo delle nuove utilitarie della FIAT, la 600 e la 500, e delle due ruote come la Lambretta e la Vespa, che inaugurarono l’avvio della motorizzazione della società italiana, con crescente aumento di traffico stradale e conseguenti mutamenti negli stili di vita degli italiani, in particolare tra le sue fasce più giovani.

L’automobile fu il simbolo di una nuova indipendenza e di una nuova libertà di movimento.

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L’espansione dell’industria automobilistica fu anche incoraggiata dallo Stato, sia tramite una politica fiscale che incoraggiava l’acquisto di auto di piccola cilindrata, sia per l’imminente realizzazione di una vasta rete autostradale che sarebbe stata completata in circa 20 anni.

L’urbanizzazione

Tra gli anni cinquanta e sessanta, il volto delle grandi città del Nord come Milano e Torino subì una profonda trasformazione a causa del grande flusso migratorio interno.

Migliaia di immigrati approdavano nelle stazioni in cerca di lavoro e di un luogo dove abitare. Nell’estrema periferia di Milano, dove c’erano ancora terreni di campagna privi di luce, acqua e di tutti i servizi essenziali, si crearono enormi accampamenti in cui la gente viveva in condizioni di miseria estrema.

Ciò causò notevoli problemi all’intera collettività, ma soprattutto alle amministrazioni cittadine, che si trovarono a dovere gestire situazioni di vera e propria emergenza in cui il problema abitativo si aggiungeva alle crescenti domande di infrastrutture, servizi, scuole, trasporti e tutto ciò che la vita in un contesto urbano può richiedere.

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Psicologia

Le radici del bullismo in età evolutiva

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