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Parlare con la testa, parlare con l’anima
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Sviluppo e funzioni del linguaggio verbale dal punto di vista biologico, sociale e filosofico
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Esame di maturità 2009
Giulia D’Argenio
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Indice
Prefazione: Tra natura e cultura 3
Capitolo 1: Biologia del linguaggio 4
1.1. Metodi d’indagine 4
1.2. Il cervello che parla 5
1.3. Le afasie: ferite del cervello 8
1.4. Il bilinguismo: alcune ipotesi… 11
Capitolo 2: Linguaggio e relazione sociale 14
2.1. Apprendimento del linguaggio: il cervello basta? 14
2.2. Le tappe dell’acquisizione del linguaggio 15
17
2.3. La funzione del linguaggio e i teorici
Capitolo 3: Teorie filosofiche sul linguaggio 18
3.1. Aristotele 18
3.2. Giambattista Vico 19
3.3. Karl Wilhelm von Humboldt 20
3.4. Martin Heidegger 20
3.5. Noam Chomsky 20
Riferimenti bibliografici 24
Tra natura e cultura
Sebbene molti animali siano fisiologicamente in grado di usare la voce per comunicare una grande varietà di messaggi semplici agli altri membri della propria specie, solo l’uomo è capace di produrre vere parole.
L’abilità unicamente umana di apprendere, parlare e comprendere il linguaggio verbale è profondamente radicata nella struttura fisica del nostro corpo ed è il risultato straordinario della lunghissima storia evolutiva che ha portato alla specie umana. Tale fondamento risiede nelle peculiarità del nostro cervello, dei nostri organi di percezione e di produzione del parlato, nelle loro connessioni e nel modo in cui lo sviluppo di queste strutture e dei circuiti che le mettono in comunicazione è a sua volta codificato nel genoma umano (anche se non è ancora chiaro alla ricerca biologica come e dove). Nel nostro genoma non è scritto quale lingua parleremo, bensì che sapremo parlare una lingua.
Esistono numerose prove a sostegno dell’ipotesi che il cervello umano sia geneticamente predisposto alla produzione e comprensione del linguaggio, indipendentemente dal fatto che si tratti di semplice predisposizione o di “competenza linguistica” innata (abilità, in questo caso, di cui saremmo geneticamente dotati come se l’avessimo acquisita in precedenza). Questo, del resto, spiegherebbe l’incredibile velocità con cui i bambini imparano a parlare semplicemente ascoltando la lingua parlata nell’ambiente in cui crescono e la notevole somiglianza nelle modalità di acquisizione delle competenze grammaticali di bambini diversi in lingue diverse.
Eppure questo meccanismo da solo non è sufficiente a fare di noi gli esseri parlanti che siamo. Esso si attiva, infatti, a condizione che l’uomo venga a contatto con altre persone, e la particolare lingua parlata da ciascun individuo dipenderà dall’ambiente linguistico e culturale in cui egli è cresciuto da bambino.
La capacità di acquisire pienamente una lingua per semplice esposizione ad essa sin dalla nascita, senza ricorrere ad un addestramento specifico, è però una sorta di dispositivo “a tempo” che si realizza nell’infanzia durante una ben precisa “finestra formativa”. Ciò vuol dire che è massima nei primi 4-5 anni di vita (età in cui è maggiore la plasticità cerebrale) ma si riduce drasticamente dopo la pubertà (in particolare nel caso della prima lingua), a prescindere dal tipo di lingua considerata, fino ad atrofizzarsi, soprattutto in assenza di stimoli linguistici, con l’avanzare dell’età.
Esisterebbe dunque un “periodo critico”, o addirittura dei “periodi critici” (riguardanti uno o più aspetti del linguaggio) entro i quali l’organismo sarebbe in grado di sviluppare la competenza linguistica.
Una drammatica testimonianza di cosa può accadere se un bambino viene completamente deprivato del linguaggio prima della pubertà ci viene offerta dai casi di enfants sauvages, quei bambini che per ragioni diverse sono stati abbandonati, reclusi o emarginati, in alcuni casi allevati da animali, e hanno vissuto in completo isolamento fino alla pubertà ed oltre.
È dunque provato che le caratteristiche biologiche del linguaggio umano, come quelle di qualsiasi altro sistema di comunicazione, sono in sintonia con l’ambiente specifico entro il quale dovrebbe vivere l’uomo.
La speculazione filosofica sul linguaggio umano, sin dall’inizio, ha mostrato per varie ragioni un’attenzione maggiore per i connotati culturali del linguaggio, minimizzando il peso della componente naturale. Questo vero e proprio “tabù anti-biologico” (come lo ha definito D. Parisi in Fondamenti biologici del linguaggio), intrapreso da filosofi come Platone ed Aristotele ai tempi dell’Antica Grecia, è riuscito ad influenzare il pensiero di W. Von Humboldt, spingendosi in seguito fino al più recente Martin Heidegger. Tuttavia nel corso del Novecento i risultati scientifici ottenuti in ambiti disparati come l’antropologia, l’etologia e le neuroscienze hanno rivoluzionato la filosofia contemporanea: la svolta “mentalista” imposta da Chomsky riconosce nella facoltà del linguaggio un pezzo del nostro patrimonio genetico, definendola inoltre capacità innata e naturale. 3
Capitolo 1: Biologia del linguaggio
1.1. Metodi d’indagine
Per svilupparsi, ogni disciplina scientifica deve trovare il contesto temporale e culturale adeguato e lo studio delle basi anatomiche e funzionali: il linguaggio non fa eccezione. Tale periodo si colloca verso la prima metà dell’Ottocento quando, soprattutto in Francia e in Germania, trovarono ampia diffusione le teorie frenologiche di Gall, che propose una base neurologica per le facoltà morali e cognitive. Per quanto
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riguarda il linguaggio, egli postulò che la memoria per le parole o lessico (Wortsinn) fosse localizzata in corrispondenza della zona cerebrale situata sotto l’orbita sinistra e, in una zona immediatamente superiore, la componente motoria del linguaggio. Nonostante la mancanza di prove che dessero uno status di scientificità alla frenologia, la diffusione delle idee di Gall fu fondamentale per promuovere una ricerca sulle basi neurologiche del linguaggio. L’approccio anatomo-clinico fu il primo ad essere utilizzato; più recentemente sono state introdotte sofisticate tecniche di neuroimmagine.
Metodo anatomo-clinico: i disturbi cognitivi presenti in un paziente al momento dell’osservazione clinica sono correlati alla sede della lesione cerebrale riscontrata nell’autopsia e da ciò si deduce che, in condizioni normali, quella zona rappresenti la base neurologica della componente o delle componenti colpite dal danno cerebrale. Un contributo fondamentale, grazie all’utilizzo della suddetta tecnica, fu portato dal neurologo francese P. P. Broca.
Metodi di bioimmagine
Metodi di indagine morfologica:
- L’applicazione di metodi computerizzati nel trattamento dell’informazione ottenuta da apparecchi radiologici sempre più sofisticati ha portato alla realizzazione di due strumenti di indagine neuroradiologica che permettono di diagnosticare, con sorprendente accuratezza in vivo, la sede di una lesione cerebrale e di indagare, nei soggetti normali, la eventuale presenza di differenze anatomiche fra i due emisferi cerebrali che possano spiegare in termini anatomici le differenze funzionali: la TAC (tomografia assiale computerizzata), che sfrutta fasci di radiazioni X, e la RM (risonanza magnetica), che utilizza un potente campo magnetico. Rispetto alla TAC, la RM permette di ottenere una migliore risoluzione e la possibilità di rilevare immagini secondo qualsiasi piano desiderato, ortogonale ed obliquo.
Frenologia: teoria secondo la quale le varie facoltà psicologiche sono localizzate in determinate aree dell’encefalo, il
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cui sviluppo si può dedurre dalla forma esterna del cranio. 4
Metodi di indagine funzionale:
- Sono tecniche che consentono di definire in tempo reale, sia nei pazienti sia nei soggetti sani, le zone cerebrali che si attivano durante l’esecuzione di un compito cognitivo, la tomografia a emissione di positroni (PET), e la risonanza magnetica funzionale (RMf).
Registrazione e stimolazione intracranica:
- La stimolazione elettrica di zone della corteccia cerebrale durante il corso di interventi chirurgici a pazienti svegli è stata usata, a scopo clinico, per localizzare le aree cerebrali deputate al linguaggio così da evitarne l’ablazione in corso di interventi per la rimozione di focolai epilettici.
Stimolazione magnetica transcranica (TMS):
- È una tecnica non invasiva di stimolazione cerebrale; consiste nell’applicazione in soggetti sani di un campo magnetico di forte intensità creando una “lesione virtuale” così da inattivare per una frazione di secondo le zone cerebrali sottostanti specifici processi cognitivi.
Potenziali evento-correlati:
- È una tecnica non invasiva ed economica applicata allo studio delle modificazioni dell’attività elettrica cerebrale, rispetto allo stato di riposo, durante l’esecuzione di compiti cognitivi e in particolare durante l’elaborazione del linguaggio.
1.2. Il cervello che parla
Uno sguardo sul sistema nervoso…
Per farci un’idea più precisa del modo in cui l’attività linguistica umana è innestata nel nostro cervello è necessario introdurre alcuni concetti fondamentali sulla struttura e sul funzionamento del sistema nervoso.
Cominciamo col dire che le varie funzioni del corpo vengono regolate da una fitta rete di rapporti intercorrenti tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso periferico (SNP). Il SNC comprende due parti principali: l’encefalo e il midollo spinale, collegati al SNP da fasci di nervi che si diramano in tutto il corpo.
Le cellule costitutive del sistema nervoso sono i neuroni. Si pensa che il cervello ne contenga circa 100 miliardi e che quasi 10 miliardi si trovino nella corteccia cerebrale, sottile strato superficiale di sostanza grigia ripiegato su se stesso. Queste unità strutturali hanno la funzione di raccogliere le informazioni (impulsi nervosi) e di trasmetterle ad altre cellule dell’organismo e comunicano tra loro grazie a processi elettrochimici, tramite contatti specializzati chiamati sinapsi, i quali liberano speciali molecole chimiche note come neurotrasmettitori.
Il cervello, la parte più cospicua del sistema nervoso, è suddiviso in 3 regioni: il romboencefalo (che comprende midollo allungato, ponte e cervelletto), il mesencefalo e il prosencefalo, costituito da diencefalo e telencefalo. Quest’ultimo forma i due emisferi, quello destro e quello sinistro, ciascuno dei quali è suddiviso in 4 lobi destinati a svolgere funzioni specifiche: il lobo frontale (area motoria), il lobo parietale (area sensoriale), il lobo temporale (area uditiva) e il lobo occipitale (area visiva).
L’emisfero sinistro è da tempo riconosciuto come quello della parola.
Andiamo a vedere più precisamente quali sono le strutture cerebrali responsabili della nostra capacità di usare il linguaggio verbale. 5
Breve introduzione all’anatomia del linguaggio
La scoperta delle aree specializzate per il linguaggio si deve in particolare a due neurologi dell’Ottocento: il francese Paul Broca e il tedesco Karl Wernicke.
Nel 1861 Broca riportò, in una seduta della Società di Antropologia di Parigi, l’osservazione anatomo-clinica di un paziente deceduto all’età di 51 anni e che circa 30 anni prima aveva perso la parola, con una riduzione della capacità espressiva praticamente totale; il paziente rispondeva ad ogni domanda con lo stereotipo tan tan e non era in grado di ripetere alcuna parola ma comunicava in maniera sostanzialmente efficace attraverso i gesti e/o variando l’intonazione del monosillabo. Quando, tuttavia, i suoi interlocutori non comprendevano la sua mimica, andava facilmente in collera e aggiungeva al suo vocabolario una colorita imprecazione, sempre la stessa (Sacré Nom de Dieu!)
Di contro, la sua comprensione uditiva era normale, non dimostrava un deficit motorio nei movimenti dei muscoli fono-articolatori in compiti non verbali quali la masticazione e la deglutizione e la sua capacità intellettiva era considerata normale. Monsieur Leborgne era deceduto per cause extracraniche e, all’esame autoptico, Broca riscontrò gli esiti di una vasta lesione emisferica cerebrale centrata sul lobo frontale e, in particolare, del piede della terza circonvoluzione frontale (fig. 2), la stessa che trovò all’autopsia di un secondo paziente che, in seguito ad un ictus insorto un anno prima, poteva pronunciare solo cinque parole: oui, non, toujuors, tois (una storpiatura di trois, tre, che usava per esprimere qualunque numero) e Lelo, cattiva pronuncia del suo nome, Le Long.
Il neurologo presentò le due osservazioni così commentando:
“[…] l’integrità della terza circonvoluzione frontale (e forse della seconda) sembra indispensabile per esercitare la facoltà del linguaggio articolato”.
Da allora questa regione del lobo frontale, fondamentale per l’articolazione del linguaggio, ha preso il nome di area di Broca.
Negli anni successivi, sulla base di osservazioni analoghe, egli aggiunse un’osservazione altrettanto importante: l’afemia (oggi conosciuta come afasia) si verificava solo in seguito ad una lesione dell’emisfero sinistro. Di conseguenza, dalla constatazione che nella specie umana esiste una preferenza manuale, la destra, che è controllata dall’emisfero sinistro,
quest’ultimo venne considerato come dominante rispetto al all’controlaterale, che solo in seguito si sarebbe trovato essere specializzato in compiti non verbali.
Ma il contributo più importante allo sviluppo di un modello neurologico del linguaggio fu portato dal sopracitato Karl Wernicke dopo circa un decennio. Nel 1874, infatti, egli pubblicò una monografia dal titolo estremamente significativo: Il complesso sintomatologico delle afasie. Uno studio psicologico su base anatomica, nella quale proponeva un modello di architettura cognitiva e neurologica del linguaggio, basato sui principi di organizzazione funzionale e anatomica della corteccia cerebrale proposta dal suo maestro Theodor H. Meynert. Un’importante suddivisione proposta dal modello è quella fra aree primarie e aree secondarie o di associazione. Nelle primarie sono percepite le informazioni provenienti dagli organi di senso e il prodotto di questa prima analisi è trasmesso alle aree di associazione specifiche, dove è immagazzinato; si viene così a creare un deposito di informazioni necessario per il processo di riconoscimento, che avviene mediante il confronto fra l’informazione elaborata nelle aree primarie e le immagini depositate nelle aree di associazioni specifiche; le aree secondarie, inoltre, sono connesse tra loro per cui uno stimolo, elaborato in una modalità sensoriale (per esempio visiva), può attivare la corrispondente immagine depositata in un’altra modalità sensoriale (per esempio acustica).
Partendo da tale base, Wernicke concepì il seguente modello di organizzazione neurologica del linguaggio: 6
nell’area di Broca, posta anteriormente all’area motoria primaria corrispondente alla rappresentazione dei muscoli fono-articolatori e localizzata nella parte posteriore della circonvoluzione frontale inferiore sinistra sono depositati i programmi motori necessari per le articolazioni delle parole; nell’area di associazione acustica, situata nella parte posteriore della circonvoluzione superiore temporale sinistra, in stretta connessione con l’area acustica primaria, avviene il processo di decodificazione del linguaggio, per cui gli stimoli uditivi sono trasformati in unità linguistiche (area di Wernicke).
Egli ipotizzò anche l’esistenza di una connessione tra le due aree per effetto di un arco riflesso attivo nel processo di acquisizione del linguaggio: la percezione di una parola o di una sillaba provoca, per imitazione riflessa, l’articolazione corrispondente di quello che si è appena sentito, così che nella corteccia si ha una contemporanea attivazione delle immagini motorie e sensoriali delle parole. Questa connessione avviene mediante un fascio di fibre nervose, denominato fascicolo arcuato.
Dimenticare Wernicke? I nuovi modelli neurologici
Anche se la nostra attività linguistica dipende soprattutto da alcune strutture primarie specializzate, numerosi studi ormai concordano nel rilevare che il linguaggio è il risultato di un’estesa rete neurale in cui sono coinvolte diverse regioni corticali e subcorticali.
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo
Parlare con la testa, parlare con l'anima
Autore
D'Argenio Giulia
Descrizione
Sebbene molti animali siano fisiologicamente in grado di usare la voce per comunicare una grande varietà di messaggi semplici agli altri membri della propria specie, solo l'uomo è capace di produrre vere parole. L'abilità unicamente umana di apprendere, parlare e comprendere il linguaggio verbale è profondamente radicata nella struttura fisica del nostro corpo ed è il risultato straordinario della lunghissima storia evolutiva che ha portato alla specie umana. Tale fondamento risiede nelle peculiarità del nostro cervello, dei nostri organi di percezione e di produzione del parlato, nelle loro connessioni e nel modo in cui lo sviluppo di queste strutture e dei circuiti che le mettono in comunicazione è a sua volta codificato nel genoma umano (anche se non è ancora chiaro alla ricerca biologica come e dove). Nel nostro genoma non è scritto quale lingua parleremo, bensì che sapremo parlare una lingua.
Esistono numerose prove a sostegno dell'ipotesi che il cervello umano sia geneticamente predisposto alla produzione e comprensione del linguaggio, indipendentemente dal fatto che si tratti di semplice predisposizione o di "competenza linguistica" innata (abilità, in questo caso, di cui saremmo geneticamente dotati come se l'avessimo acquisita in precedenza). Questo, del resto, spiegherebbe l'incredibile velocità con cui i bambini imparano a parlare semplicemente ascoltando la lingua parlata nell'ambiente in cui crescono e la notevole somiglianza nelle modalità di acquisizione delle competenze grammaticali di bambini diversi in lingue diverse.
Eppure questo meccanismo da solo non è sufficiente a fare di noi gli esseri parlanti che siamo. Esso si attiva, infatti, a condizione che l'uomo venga a contatto con altre persone, e la particolare lingua parlata da ciascun individuo dipenderà dall'ambiente linguistico e culturale in cui egli è cresciuto da bambino. La capacità di acquisire pienamente una lingua per semplice esposizione ad essa sin dalla nascita, senza ricorrere ad un addestramento specifico, è però una sorta di dispositivo "a tempo" che si realizza nell'infanzia durante una ben precisa "finestra formativa". Ciò vuol dire che è massima nei primi 4-5 anni di vita (età in cui è maggiore la plasticità cerebrale) ma si riduce drasticamente dopo la pubertà (in particolare nel caso della prima lingua), a prescindere dal tipo di lingua considerata, fino ad atrofizzarsi, soprattutto in assenza di stimoli linguistici, con l'avanzare dell'età.
Area
Umanistica
Materie trattate
- Biologia: Cavalieri Rosalia [2009] Breve introduzione alla biologia del linguaggio
- Denes Gianfranco [2009] Le basi neurologiche e la struttura del linguaggio
- Psicologia: Bianchi Adele, di Giovanni Parisio [1997] Psiche e Società
- Cantoni Lorenzo, di Blas Nicoletta [2002] Teoria e pratiche della comunicazione
- Filosofia: Chomsky Noam, [ristampa 2009] Regole e rappresentazioni
- Emanuele Pietro [2007] I cento talleri di Kant
- Lo Piparo Franco [2003] Aristotele e il linguaggio
- Rivista Focus gennaio 2007, giugno 2007
Bibliografia
- Bianchi Adele, di Giovanni Parisio [1997] "Psiche e Società", Paravia
- Cantoni Lorenzo, di Blas Nicoletta [2002] "Teoria e pratiche della comunicazione", Apogeo Editore
- Chomsky Noam, [ristampa 2009] "Regole e rappresentazioni", BCDeditori
- Cavalieri Rosalia [2009] "Breve introduzione alla biologia del linguaggio", Editori Riuniti, university press
- Denes Gianfranco [2009] "Le basi neurologiche e la struttura del linguaggio", Zanichelli
- Emanuele Pietro [2007] "I cento talleri di Kant", Mondolibri
- Lo Piparo Franco [2003] "Aristotele e il linguaggio", Laterza
- Rivista "Focus" gennaio 2007, giugno 2007