Oltre la soglia del dolore
Cosa c’è oltre la sofferenza? Cosa c’è oltre la morte?
Anno Scolastico 2007/2008
Liceo Scientifico Statale Francesco D’Assisi
Silvia Fulli
Oltre la soglia del dolore
Cosa c’è oltre la sofferenza?
Cosa c’è oltre la morte?
La vita
C’è il risveglio.
C’è il sole.
C’è la luce.
Mattina
C’è.
M’illumino d’immenso.
Dopo la notte buia in trincea e il rumore degli spari e le urla strazianti dei compagni feriti e la fame
e la sete e la morte, eccola. È la vita. La mattina. Ecco che nel momento di maggior disperazione
nell’uomo si accende il suo istinto primordiale. E vive. E vuole vivere. Nella condizione di più
assoluta privazione arde il vitalismo. E allora il soldato, il poeta, l’uomo s’illumina. La luce di verità
lo travolge, si sostituisce alle tenebre e l’immenso lo investe. Diventa parte di una realtà di vita
assoluta. Oltre qualsiasi durezza, oltre qualsiasi meschinità, l’uomo vuole esistere. Trova in sé la
vita proprio quando tutto intorno è morte. È un uomo, direbbe Kierkegaard, che supera la
disperazione aprendosi all’infinito, aprendosi alla fonte delle infinite possibilità che caratterizzano
l’esistenza, aprendosi a Dio. È un uomo che vince “la malattia mortale”, che va avanti, che
prosegue nel suo cammino e ama la propria esistenza.
Cima Quattro il 23 Dicembre del 1915
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
(G. Ungaretti, Veglia, in Allegria, “Il Porto Sepolto”)
I versi di questa poesia di Ungaretti (1888 – 1970) descrivono una notte passata dal poeta al fronte
durante la prima guerra mondiale (1915 – 1918), accanto al corpo di un compagno ucciso. La
reazione dell’autore è una ribellione disperata al destino di morte, un prorompente sentimento di
attaccamento alla vita. “L’appetito di vivere è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana
frequentazione della morte” dice il poeta. È spinto a scrivere lettere piene d’amore e a dichiararsi
attaccato alla vita proprio dall’uomo ormai morto che gli è vicino, dalle sue mani congestionate
che “penetrano” nel silenzio e lo trasformano in parola poetica. Paradossalmente, proprio nel
momento in cui tutta l’umanità è sconvolta dalla guerra e immersa in una realtà di violenza e
morte, l’uomo guarda oltre la meschinità di quel momento storico che lo delude. Continua a
lottare per la vita nonostante il crollo delle certezze segnato dal conflitto mondiale.
È forse lui quell’uomo che poco prima Nietzsche (1844 – 1900), nella “Gaia Scienza”, aveva
definito un Superuomo?
Nell’aforisma 125 dell’opera, pubblicata per la prima volta nel 1883, l’uomo folle annunciava una
verità tremenda: la morte di Dio. “Dove se n’è andato Dio? – gridò – Ve lo voglio dire! Siamo stati
noi ad ucciderlo! […] Dio è morto!”. Dio è punto di riferimento, Dio è certezza che rassicura, Dio è
l’insieme di tutti i valori metafisici e assoluti su cui l’uomo ha sempre basato la propria esistenza.
Ebbene, con la morte di Dio, si annuncia un evento, si constata che dopo l’uomo non c’è nulla. Gli
ideali e i valori su cui la civiltà ha costruito per secoli la propria regola di comportamento hanno
rivelato il nulla che ne era il fondamento nascosto. Il mondo moderno è dominato dal nichilismo,
da una crisi mortale. E la morte di Dio fa sì che l’umanità sprofondi nell’angoscia, nell’assurdo,
nella disperazione. E proprio ora, nel momento di maggior dolore, quando ogni certezza sembra
perduta, c’è il superuomo. Colui che ama la terra, che vuole vivere, andare avanti senza bisogno di
far riferimento a nuovi valori. È diverso dagli altri uomini, dal gregge, da coloro che si disperano.
Lui trova il coraggio di navigare nell’immenso mare dell’irrazionalità, privo di alcun disegno
provvidenzialistico. Sostiene e supera la disperazione per la morte di Dio.
Ma se volgiamo lo sguardo ad un passato ancora più remoto,
ci rendiamo conto di come le filosofie antiche avessero
affrontato, in modo chiaramente diverso, gli stessi problemi
e interrogativi che attanagliano l’uomo davanti al dolore e
al crollo delle sue certezze. La filosofia stoica, ad esempio,
esalta il dominio della ragione sulle passioni, sulle pulsioni
irrazionali che minacciano la libertà dell’uomo. Il saggio deve
essere sufficiente a se stesso e possedere le virtù
dell’autocontrollo e del distacco dalle passioni terrene
(apàtheia) per raggiungere integrità morale ed intellettuale. E
qualora non riscontrasse la possibilità, in vita, di vivere
secondo i propri principi e valori, non solo è ammesso il
suicidio ma addirittura è esaltato. È dignitosa rinuncia alla
vita. È atto naturale. È orgogliosa autoaffermazione.
Aderì al tardo stoicismo Seneca (Cordoba, 4 a.C. – Roma, 65 d.C.) che sembra assumere una
posizione ben diversa rispetto ai precedenti esponenti di questa filosofia. Seppe affrontare, infatti,
momenti difficili senza perdersi d’animo e arrendersi alla morte. Una delle sue opere più
interessanti e significative, in cui affronta il tema del superamento del dolore è la Consolatio ad
Helviam matrem, scritta per consolare la madre sofferente per la sua lontananza, perché esiliato in
Corsica. È importante perché le parole alla madre suonano come una consolazione a se stesso: il
dolore di un’anima può essere lenito dalla contemplazione della bellezza dell’universo, di cui tutti
siamo cittadini, tanto sterminato da far apparire le distanze sulla terra ben poca cosa. Seneca
diventa consolatore dei suoi stessi mali perché, nelle avversità, sa di poter contare sulla propria
fermezza d’animo e sulla propria incrollabile virtus. La sua anima ritrova se stessa nell’infinito.
Seneca, Consolatio ad Helviam matrem, 8, 6
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Oltre la soglia del dolore
Autore: Silvia Fulli
Descrizione: ecco che proprio nel momento di maggiore precarietà, quando tutto sembra perduto ed ogni cosa si mostra nella sua insensatezza, l'uomo si attacca alla vita. supera il dolore e vive quella pienezza di luce che è tanto lontana dal buio che lo avvolge
Materie trattate: letteratura italiana, filosofia, letteratura latina, storia, letteratura inglese, arte
Area: umanistica
Sommario
Sommario: Cosa c'è oltre la sofferenza? Cosa c'è oltre la morte?
La vita
C'è il risveglio. C'è il sole. C'è la luce.
C'è mattina.
M'illumino d'immenso.
Dopo la notte buia in trincea e il rumore degli spari e le urla strazianti dei compagni feriti e la fame e la sete e la morte, eccola. E' la vita. La mattina. Ecco che nel momento di maggior disperazione nell'uomo si accende il suo istinto primordiale. E vive. E vuole vivere. Nella condizione di più assoluta privazione arde il vitalismo. E allora il soldato, il poeta, l'uomo s'illumina. La luce di verità lo travolge, si sostituisce alle tenebre e l'immenso lo investe. Diventa parte di una realtà di vita assoluta. Oltre qualsiasi durezza, oltre qualsiasi meschinità, l'uomo vuole esistere. Trova in sé la vita proprio quando tutto intorno è morte. E' un uomo, direbbe Kierkegaard, che supera la disperazione aprendosi all'infinito, aprendosi alla fonte delle infinite possibilità che caratterizzano l'esistenza, aprendosi a Dio. E' un uomo che vince "la malattia mortale", che va avanti, che prosegue nel suo cammino e ama la propria esistenza.
Cima Quattro il 23 dicembre del 1915
Un'intera nottata<br> buttato vicino<br> a un compagno<br> massacrato<br> con la sua bocca<br> digrignata<br> volta al plenilunio<br> con la congestione<br> delle sue mani<br> penetrata<br> nel mio silenzio<br> ho scritto<br> lettere piene d'amore</p>
Non sono mai stato<br> tanto<br> attaccato alla vita
(G. Ungaretti, Veglia, in Allegria, "Il Porto Sepolto")
I versi di questa poesia di Ungaretti (1888 - 1970) descrivono una notte passata dal poeta al fronte durante la prima guerra mondiale (1915 - 1918), accanto al corpo di un compagno ucciso. La reazione dell'autore è una ribellione disperata al destino di morte, un prorompente sentimento di attaccamento alla vita. "L'appetito di vivere è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte" dice il poeta. E' spinto a scrivere lettere piene d'amore e a dichiararsi attaccato alla vita proprio dall'uomo ormai morto che gli è vicino, dalle sue mani congestionate che "penetrano" nel silenzio e lo trasformano in parola poetica. Paradossalmente, proprio nel momento in cui tutta l'umanità è sconvolta dalla guerra e immersa in una realtà di violenza e morte, l'uomo guarda oltre la meschinità di quel momento storico che lo delude. Continua a lottare per la vita nonostante il crollo delle certezze segnato dal conflitto mondiale.
E' forse lui quell'uomo che poco prima Nietzsche (1844 - 1900), nella "Gaia Scienza", aveva definito un Superuomo?