Estratto del documento

Liceo Scientifico Statale “Dante Alighieri”

Ferrandina (MT)

Notturno

Percorso multidisciplinare maturità 2008

A cura di

Chiara Di Marsico

Classe V sez. B - a.s. 2007/2008

Indice

  • Introduzione al percorso pag. 1
  • Chopin e il notturno come forma musicale pag. 2
  • Italiano: il notturno nell’immaginario poetico:
    • Leopardi: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” pag. 4
    • Pascoli: “Gelsomino notturno” pag. 10
    • D’Annunzio: “Notturno” pag. 12
    • Ungaretti: “La notte bella” pag. 14
  • Latino: Petronio
    • Trama del Satyricon pag. 16
    • Favola: “La Matrona di Efeso” pag. 17
    • Brano tratto dal classico pag. 19
  • Poetando…: poesia tra notte e sogno pag. 21
  • Filosofia: S. Freud e l’interpretazione dei sogni pag. 23
  • Inglese:
    • Shakespeare: “Sogno di una notte di mezza estate” pag. 28
    • Coleridge: “Kubla Khan” pag. 29
  • Storia dell’arte:
    • “Notte stellata” - Van Gogh pag. 32
    • “L’impero della luce” – Magritte pag. 34
  • Italiano: Divina Commedia: canti I, III, XXXIII del Paradiso pag. 36
  • Geografia astronomica: alternanza del giorno e della notte pag. 40
  • Fisica: la luce e la corrente elettrica del circuito pag. 42
  • “Buongiorno, Notte”: film di Marco Bellocchio sul Caso Moro pag. 48
  • Bibliografia pag. 52

Introduzione al percorso

L’idea di relazionare un percorso disciplinare sul tema del notturno è nata per caso, o meglio, in un momento in cui non pensavo alla scuola.

Da diversi anni frequento il conservatorio di musica nella classe di pianoforte e Chopin, col tempo, è diventato il mio “pane quotidiano”. La sua musica mi appassiona, mi affascina, mi entusiasma, soprattutto i suoi valzer e i suoi notturni. Proprio suonando un notturno è nata l’idea di questa tesina e subito, spontaneamente, ho trovato i collegamenti con le altre materie, in modo da creare un lavoro che avesse come caratteristica la multidisciplinarietà.

In particolare, ho scelto di iniziare spiegando brevemente cos’è il notturno come forma musicale, passando all’analisi di alcuni versi di Leopardi, Pascoli, D’Annunzio e Ungaretti con uguale tema, considerando la poesia come un’arte, come una musica che avvolge l’immaginario poetico.

Ho poi analizzato il tema della notte da un diverso punto di vista, attraverso Petronio, il celebre poeta latino del I secolo d.C. e un passo della sua opera, il Satyricon e, in particolare, la favola milesia della Matrona di Efeso, di ambientazione notturna e anche un altro brano di chiara impronta folkloristica, legato al tema dei lupi mannari.

Il tema della notte è spesso associato ai sogni e a ciò che essi riescono a trasmetterci: Freud li studiò e ne trasse importanti conclusioni, soprattutto per la cura dei suoi pazienti.

Il sogno, inoltre, è anche fonte di ispirazione letteraria: si pensi a Coleridge e a una delle sue opere, il “Khubla” o ancora, il sogno è magia, come per Shakespeare in “Sogno di una notte di mezza estate”, una delle sue più belle commedie, apprezzata ancora oggi.

Tuttavia, non mi sono soffermata esclusivamente al tema della notte: ho preso in considerazione anche il suo opposto, il giorno e, quindi, la luce. Ho pensato di inserire un’opera d’arte che, a mio avviso, rispecchia perfettamente questo rapporto intrinseco fra giorno e notte. Si tratta del dipinto “Impero della luce” di Magritte, e poi, ancora, “Notte stellata” di Vincent Van Gogh. Anche nella Divina Commedia c’è la contrapposizione fra buio e luce: si pensi all’Inferno e al Paradiso, sede della luce per eccellenza, sede di Dio.

Per capire come sia possibile quest’alternanza fra notte e giorno ho analizzato l’aspetto scientifico, parlando anche della luce in ambito fisico, delle onde e dell’importanza della luce nel circuito elettrico.

Avendo considerato il tema del notturno sotto molteplici ambiti artistici, ho pensato di inserirlo anche nell’ambito cinematografico attraverso un film, la cui visione mi ha molto emozionato, “Buongiorno, Notte”. Si tratta di un film che ripercorre il “Caso Moro”, una vicenda che mi appassiona e sulla quale mi è piaciuto approfondire le mie conoscenze, anche perché non è stato trattato nel programma scolastico.

Spero che questo mio lavoro possa piacere e interessare, così come gli argomenti trattati hanno interessato me.

Chopin e il notturno come forma musicale

A partire dal XVIII-XIX secolo il tema del notturno ha coinvolto anche la musica, affermandosi come genere musicale. Dapprima col termine di “musica notturna” si indicavano quelle composizioni destinate a essere eseguite di notte e di prima mattina, senza nessuna allusione a particolari caratteristiche formali che contraddistinguano questi brani.

Con il romanticismo, invece, il titolo di Notturno cominciò ad identificare una composizione particolare, generalmente di ritmo sostenuto e dalla melodia piana e cantabile, che si prefigge di evocare un’atmosfera rarefatta e sognante.

Lo svilupparsi del Notturno come genere musicale procede di pari passo con l’affermarsi della musica a programma, cioè capace di evocare atmosfere particolari o addirittura di descrivere in modo appropriato situazioni o avvenimenti.

Non di rado la qualifica di musica notturna viene data a composizioni che erano state composte con altro intendimento e pubblicate con altro titolo; magari non era nelle intenzioni dell’autore scrivere un brano che evocasse la notte o il paesaggio notturno!

Si è soliti collegare i Notturni a Chopin (1810-1849), celeberrimo compositore di origine polacca, ma francese di adozione; tuttavia, l’inventore del Notturno per pianoforte è considerato il compositore e pianista irlandese John Field (1782-1837).

Tuttavia, non si sa per quale ragione si è avuto un progressivo offuscarsi della fama di Field, le cui opere non sono comprese nel repertorio abituale dei pianisti. Molto più famosi sono i ventuno notturni di Chopin, composti in un arco temporale molto vasto, quasi vent’anni. Ecco perché, analizzandoli, si nota la variegata e ricca struttura melodica e armonica, con composizioni costruite in forma ternaria, ma in modo talmente poetico e libero che la forma sembra quasi scomparire.

“Chopin”, Eugène Delacroix; 1839; olio su tela; cm 45 x 38. Parigi, Museo del Louvre.

Fryderyk Chopin nacque in Polonia nel 1810, figlio di padre francese e madre polacca, che lo avviò allo studio del pianoforte. Dopo alcuni soggiorni a Vienna, nel 1831 si trasferì a Parigi, che diventò la sua seconda patria. A Parigi conobbe Berlioz, Rossini, Liszt, Mendelssohn, Balzac e Delacroix. Morì a soli 39 anni a causa di una malattia che lo tormentava da diversi anni.

Sin da Field, i notturni erano composti con lo scopo di dilettare le giovani fanciulle all’epoca dei primi turbamenti amorosi. Infatti, si tratta di un genere musicale adatto all’aristocrazia e Chopin ne è considerato l’emblema.

A Chopin era estranea l’ideologia del mondo classico-romantico, per la quale il compositore deve innalzare grandi architetture formali; lui apparteneva più che altro allo stile “galante e sensibile”: era un’arte da cesellatore orafo che forgia raffinati prodotti degni solo di una cerchia eletta di intenditori.

Anche per questo, oltre che per una sua evidente difficoltà emotiva nel mostrarsi in pubblico, il celebre compositore polacco si inserì con estrema naturalezza in quell’ambiente salottiero dell’aristocrazia di fine ’700 - anni ’30 e ’40 dell’’800.

Tale ambiente non va sottovalutato, magari solo perché non erano pubblicate delle recensioni dei concerti qui eseguiti: le composizioni ammesse erano solo della più alta qualità e, in un certo senso, erano l’equivalente sonoro delle poesie che di frequente venivano declamate in tali ambienti.

Ecco allora le radici del comporre di Chopin quasi esclusivamente piccoli pezzi per pianoforte, poiché oltre ai già citati notturni, scrisse 4 ballate, 59 mazurche, 26 preludi, 4 rondò, 4 scherzi, 20 o 21 valzer, un Bolero, una Berceuse e altri pezzi singoli, di contro a sole tre sonate.

I Notturni sono uno degli inni più eccelsi che l’uomo abbia elevato alla misteriosa notte. “Che di notte è tutto più bello e più grande Chopin doveva saperlo bene. Come tutti, doveva persino averne un po’ paura. Ma, come tutti, alla fine si lasciò attrarre dal buio e, a poco a poco, entrò nell’oscurità, lui, il suo pianoforte, la sua musica e il resto.” Nicola Campogrande.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Giacomo Leopardi

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?

Intatta luna, tale
è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:

– Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Analisi del canto

Manoscritto de: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Questi versi appartengono ai “Canti”, la raccolta di quasi tutta l’opera in versi di Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – 1837, Napoli). Ci furono due edizioni, quella fiorentina del 1831 e quella napoletana del 1835, ma molte composizioni erano già state pubblicate.

La disposizione delle liriche, in totale, più che essere di tipo cronologico, è di tipo stilistico e contenutistico.

Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è collocato tra i canti del ciclo pisano-recanatese, corrispondente agli anni tra il 1828 e il 1830.

L’idea di una simile composizione fu suggerita a Leopardi da un passo di un articolo pubblicato nel 1826 dal “Journal des Savants”, riferito ai pastori nomadi dell’Asia centrale:

“Parecchi tra loro passano la notte seduti su un sasso a guardare la luna, e ad improvvisare parole molto tristi su certe arie che non lo sono di meno.”

Nel Canto Notturno Leopardi adombra se stesso e dà la parola ad un uomo primitivo, un semplice ed ingenuo pastore che si rivolge alla luna indifferente, esponendo la sua infelicità e il suo pessimismo cosmico.

Quindi, il pastore ha il compito di esprimere le concezioni leopardiane sulla vita e lo fa rivolgendo delle domande semplici e spontanee alla luna.

Per quanto riguarda i metri, il canto è diviso in sei strofe libere di endecasillabi e settenari variamente alternati; tutte le strofe presentano rime al mezzo, soprattutto la quarta, e si chiudono con la medesima rima in -ale.

In generale, possiamo dire che il linguaggio è più sobrio e spoglio, senza i riferimenti autobiografici che scaturiscono dall’evocazione della memoria delle illusioni, assente in questo canto.

Nella prima strofa il pastore-poeta propone una riflessione filosofica sulla sua condizione legata alla natura e al suo volere. Individua un parallelismo tra la luna e l’uomo, in particolare il pastore, le cui vite si svolgono sempre nello stesso modo, senza possibilità di cambiare. Per l’uomo, questa monotonia della vita è fonte di infelicità e di continua sofferenza.

Nella seconda strofa il poeta-pastore, anziché dare delle risposte, fa un’accurata rappresentazione della vita umana davanti alla luna. Si evidenzia l’idea del Leopardi che l’unica realtà sulla terra sia la morte.

Il poeta usa la metafora del “vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo” proprio per indicare che la vita non è altro che il “viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso, per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso e quivi inevitabilmente cadere” (da Zibaldone).

Nella terza strofa continua la visione negativa, relativamente alla vita dell’uomo, che nasce a fatica e fin da subito prova angoscia e sofferenza, e necessita del sostegno e della consolazione che i genitori cercano di dargli. Perché la natura è così crudele da far nascere un uomo in tali condizioni?

Nella quarta strofa il poeta pone una serie di domande direttamente alla Luna, a cui non trova risposta; egli è certo solo del movimento degli astri e della sofferenza a cui l’uomo è condannato (“a me la vita è male”). Il pastore, continuando il dialogo-monologo con la luna, attribuisce ad essa la conoscenza dello scopo dell’esistenza umana.

Mille cose sai tu, mille discopri, che son celate al semplice pastore.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Titolo: Notturno

Autore: Chiara Di Marsico

Descrizione: tesina multidisciplinare con trattazione approfondita di tutte le materie curricolari. Inoltre comprende particolari approfondimenti musicali (musica classica), cinematografici e scientifici.

Materie trattate:

  • Let italiana
  • Let latina
  • Let inglese
  • Classico latino
  • Divina Commedia
  • Storia
  • Filosofia
  • Scienze
  • Fisica

Area: umanistica

Sommario: introduzione al percorso

L'idea di relazionare un percorso disciplinare sul tema del notturno è nata per caso, o meglio, in un momento in cui non pensavo alla scuola.

Da diversi anni frequento il conservatorio di musica nella classe di pianoforte e Chopin, col tempo, è diventato il mio "pane quotidiano". La sua musica mi appassiona, mi affascina, mi entusiasma, soprattutto i suoi valzer e i suoi notturni. Proprio suonando un notturno è nata l'idea di questa tesina e subito, spontaneamente, ho trovato i collegamenti con le altre materie, in modo da creare un lavoro che avesse come caratteristica la multidisciplinarietà.

In particolare, ho scelto di iniziare spiegando brevemente cos'è il notturno come forma musicale, passando all'analisi di alcuni versi di Leopardi, Pascoli, D'Annunzio e Ungaretti con uguale tema, considerando la poesia come un'arte, come una musica che avvolge l'immaginario poetico.

Ho poi analizzato il tema della notte da un diverso punto di vista, attraverso Petronio, il celebre poeta latino del I secolo d.C. e un passo della sua opera, il Satyricon e, in particolare, la favola milesia della Matrona di Efeso, di ambientazione notturna e anche un altro brano di chiara impronta folkloristica (legato al tema dei lupi mannari).

Il tema della notte è spesso associato ai sogni e a ciò che essi riescono a trasmetterci: Freud li studiò e ne trasse importanti conclusioni, soprattutto per la cura dei suoi pazienti.

Il sogno, inoltre, è anche fonte di ispirazione letteraria: si pensi a Coleridge e a una delle sue opere, il "Khubla Kan"; o ancora, il sogno è magia, come per Shakespeare in "Sogno di una notte di mezza estate", una delle sue più belle commedie, apprezzata ancora oggi.

Tuttavia, non mi sono soffermata esclusivamente al tema della notte: ho preso in considerazione anche il suo opposto, il giorno e, quindi, la luce. Ho pensato di inserire un'opera d'arte che, a mio avviso, rispecchia perfettamente questo rapporto intrinseco fra giorno e notte. Si tratta del dipinto "Impero della luce" di Magritte, e poi, ancora, "Notte stellata" di Vincent Van Gogh.

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