Lo stato di diritto e la maturità dell’umanità
A cura di Delli Carpini Danilo, Liceo Scientifico E. Majorana, A.S. 2008/2009.
Lo stato di diritto come transizione dal trascendente ad una coscienza di sé e il decadentismo quale espressione della tirannia della razionalità.
Il concetto di stato nella filosofia, nell’esigenza storica e nella prospettiva di un rinnovamento del pensiero.
Seneca: il logos che governa il tutto
- La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; l’emblema della presa di coscienza.
- Georg Wilhelm Friedrich Hegel e la concezione di necessità storica dello stato.
- La Grande guerra: la sofferenza dell’uomo, conseguenze della politica.
- Le grandi dittature: estremizzazione del potere politico.
La presa di coscienza dell’uomo ottocentesco e la caduta delle istanze razionali nel contesto novecentesco attraverso letteratura, arte e scienze.
- Gabriele D’Annunzio, il superomismo: la razionalità che scompare.
- “L’urlo” di Munch: l’uomo schiavo dell’irrazionalità e dell’indifferenza.
- Vincent van Gogh: la follia, l’estremizzazione dell’irrazionalità.
- La transizione dal macroscopico al microscopico, il frutto della razionalità umana.
- Oscar Wilde; “The cult of beauty”.
Elaborazione concettuale nel corso della storia degli elementi di diritto e di stato.
Introduzione
Sull’origine dello stato, come organizzazione necessaria alla convivenza civile del popolo, vi sono accenni significativi già dai primi decenni del 1300, quando, nella sua Defensor Pacis, Marsilio da Padova compie il primo passo per quella che sarà l’evoluzione laica dello stato.
Nei secoli precedenti, il concetto di stato si era sempre fuso con quello di trascendenza, portando a identificare lo stesso monarca con la divinità, eccezion fatta per la parentesi romana, nella quale sembra che il diritto, inteso come organizzazione civile mediante leggi, si stesse organizzando in un filone non solo politico, ma anche letterario.
Prendendo in esame la produzione di Seneca, ci accorgiamo, infatti, come le elaborazioni politiche che ruotavano intorno all’amministrazione dello stato volgessero a raffinarsi. Per l’oratore, lo stato doveva essere governato dai boni, come l’autore stesso esprimerà nel De clementia; la guida dello stato è affidata al logos, la ragione universale, che rappresenta il vincolo sotto il quale si riuniscono tutti i popoli.
La realtà dei romani era, infatti, cosmopolita; l’enorme estensione dell’impero fece in modo che i romani occupassero la minima parte della popolazione; questa situazione rese necessaria l’elaborazione di un raffinato sistema organizzativo.
Nel suo modello esso concepisce lo stato come rivolto al popolo, e affida la gestione al princeps, un sovrano illuminato, la cui condotta è regolata dalla filosofia.
Dopo l’avvento del clima religioso-mistico del medioevo, la concezione di stato si avvicina sempre di più al divino; non vi sarà più, nei dieci secoli che caratterizzeranno il medioevo, l’elaborazione o la ripresa del concetto di repubblica o di democrazia, fatta eccezione dei corpora medievali, in cui il popolo tentò inutilmente di garantire i propri diritti.
Eppure, agli inizi del XIV secolo, avremo una, anche se debole, presa di coscienza dell’uomo. Analizzando l’opera del Marsilio, possiamo infatti notare come avanzino timidamente concezioni politiche laiche e volte alla salvaguardia del popolo più che del sovrano.
Si dovrà attendere fino al XVI secolo, affinché elaborate teorie concettuali riguardo allo stato prendessero vita. Il XVI secolo, intriso di fervori razionalisti, fu il luogo di coltura ideale per le teorie giusnaturaliste del diritto.
Nel 1625, con la sua “De Iure Belli ac Pacis”, il filosofo e giurista belga Ugo Grozio formulò la teoria del “contratto sociale”; lo stato infatti nasce da un “tacito contratto” con cui l’uomo, per sua attitudine naturale, tende ad instaurare con i suoi simili una determinata comunità politica e sociale.
In questo modo il popolo “trasferisce” a un sovrano o a un’organizzazione politica il diritto di garantire, anche coercitivamente, gli interessi dei singoli cittadini. Ovviamente questa concezione rappresenta il primo abbozzo di quello che sarà il diritto civile.
La svolta decisiva si ebbe quando il filosofo e teologo danese Samuel von Pufendorf concepì, nel suo De Iure Naturae et Gentium Libri Octo, la concezione di stato e di diritto come espressione della ragione umana in quanto tale e non oggettivistica; il popolo viene così a trovarsi nella situazione di subjectus, soggetto cioè alla stessa giurisdizione dell’individuo o dell’istituzione cui ha affidato il potere.
Viene a delinearsi anche il concetto di pena, quale discriminazione delle zone di diritto; il distinguere cioè quelle disciplinate dallo stesso e quelle soggette alla libertà dell’individuo.
Per la svolta finale, si dovrà attendere il 1748, anno in cui il filosofo francese Montesquieu pubblicò il suo “Lo spirito delle leggi”.
In questo audace testo, che fu messo addirittura all’indice dei libri proibiti, il filosofo delinea la completa separazione dei poteri dello stato. Per avere uno stato di diritto, i poteri fondamentali, che Montesquieu identifica in legislativo, esecutivo e giudiziario, non debbono coesistere nello stesso individuo o nella stessa istituzione.
La mediatrice fra il popolo e l’ente governativo è identificata nella legge, che riesce a mediare fra le diverse tendenze individuali e porre la base per una pacifica convivenza civile.
Analizzata l’evoluzione storico-concettuale del termine stato, procederemo ad esaminare quella filosofica: cosa ha portato alla necessità di formulare elaborazioni sempre più complesse del concetto di stato?
Il percorso filosofico, a partire dalle tendenze razionalistiche della schiera cartesiana, ci porta ad osservare come la ragione prenda sempre più possesso dell’uomo.
Cartesio infilerà lo stiletto nel cuore della filosofia, con la sua concezione soggettivistica della ragione; le idee, infatti, per essere considerate universali, come per esempio quelle di estensione e movimento, necessitano di essere innate; la conoscenza del tutto viene così ad assumere una valenza gnoseologica puramente soggettiva.
Lo stato assume così la valenza necessaria per frenare le tendenze individualistiche del popolo.
Seneca: il logos che governa il tutto
Nel suo utopico programma politico, ispirato ai principi di equità e moderazione, il filosofo traccerà le fondamenta delle concezioni stataliste.
Per l’oratore, anche se la legittimità del principato non deve essere messa in discussione, deve comunque essere regolato da un criterio “razionalista”, in modo da salvaguardare i cittadini.
Come scriverà nel De Clementia, la guida dell’impero, affidata al logos, dovrà trattenere il sovrano dal governare in modo dispotico, ma esprimere un atteggiamento di “filantropica benevolenza”.
La formazione del sovrano è affidata alla filosofia, che diventa così l’ispiratrice e la garante della direzione politica dello stato.
L’educazione del principe diviene in questo modo fondamentale, per imprimere nella sua mente i valori necessari al buon governo.
Anche se l’iniziale concezione senechiana, mediante la quale alla singola figura del sovrano debba essere contrapposto un senato, il quale possa porre una sorta di moderazione filosofica alla sua condotta, viene vanificata; l’autore sosterrà sempre il modello del saggio stoico come parte attiva della vita politica.
Nel suo capolavoro “De beneficis”, un trattato riguardante la natura e modalità degli atti di beneficenza, l’autore trasferisce nella morale individuale il progetto di una società equilibrata.
Questo appello, rivolto soprattutto alle classi privilegiate, ha come intento quello di restaurare i rapporti umani e sociali, per garantire l’integrità dello stato; anche se comporta necessariamente il fallimento del progetto di “sovrano illuminato”.
Possiamo notare come il diritto romano e la concezione di “politica” abbiano raggiunto uno stadio abbastanza elevato durante il periodo romano; molti intellettuali classicisti attingeranno da questa civiltà le basi teoriche del diritto moderno.
La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: l’emblema della presa di coscienza
I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri;
affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo dal poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.
In conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:
Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. 2. Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Art. 3. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani direttamente da essa.
Art. 4. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti.
Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: Lo stato di diritto e la maturità dell'umanità
Autore: Delli Carpini Danilo
Scuola: Liceo scientifico
Descrizione: Sull'origine dello stato, come organizzazione necessaria alla convivenza civile del popolo, vi sono accenni significativi già dai primi decenni del 1300, quando, nella sua Defensor Pacis, Marsilio da Padova compie il primo passo per quella che sarà l'evoluzione laica dello stato. Nei secoli precedenti, il concetto di stato si era sempre fuso con quello di trascendenza, portando a identificare lo stesso monarca con la divinità, eccezion fatta per la parentesi romana, nella quale sembra che il diritto, inteso come organizzazione civile mediante leggi, si stesse organizzando in un filone non solo politico, ma anche letterario.
Prendendo in esame la produzione di Seneca, ci accorgiamo, infatti, come le elaborazioni politiche che ruotavano intorno all'amministrazione dello stato volgessero a raffinarsi. Per l'oratore, lo stato doveva essere governato dai boni, come l'autore stesso esprimerà nel De clementia, la guida dello stato è affidata al logos, la ragione universale, che rappresenta il vincolo sotto il quale si riuniscono tutti i popoli.
La realtà dei romani era, infatti, cosmopolita; l'enorme estensione dell'impero fece in modo che i romani occupassero la minima parte della popolazione; questa situazione rese necessaria l'elaborazione di un raffinato sistema organizzativo. Nel suo modello, egli concepisce lo stato come rivolto al popolo e affida la gestione al princeps, un sovrano illuminato, la cui condotta è regolata dalla filosofia.
Dopo l'avvento del clima religioso-mistico del medioevo, la concezione di stato si avvicina sempre di più al divino; non vi sarà più, nei dieci secoli che caratterizzeranno il medioevo, l'elaborazione o la ripresa del concetto di repubblica o di democrazia, fatta eccezione dei corpora medievali, in cui il popolo tentò inutilmente di garantire i propri diritti.
Eppure, agli inizi del XIV secolo, avremo una, anche se debole, presa di coscienza dell'uomo. Analizzando l'opera del Marsilio, possiamo infatti notare come avanzino timidamente concezioni politiche laiche e volte alla salvaguardia del popolo più che del sovrano.
Si dovrà attendere fino al XVI secolo, affinché elaborate teorie concettuali riguardo lo stato prendessero vita. Il XVI secolo, intriso di fervori razionalisti, fu il luogo di coltura ideale per le teorie giusnaturaliste del diritto.
Nel 1625, con la sua "De Iure Belli ac Pacis", il filosofo e giurista belga Ugo Grozio formulò la teoria del contratto sociale; lo stato infatti nasce da un "tacito contratto" con cui l'uomo, per sua attitudine naturale, tende ad instaurare con i suoi simili una determinata comunità politica e sociale.
In questo modo il popolo "trasferisce" a un sovrano o a un'organizzazione politica il diritto di garantire, anche coercitivamente, gli interessi dei singoli cittadini. Ovviamente questa concezione rappresenta il primo abbozzo di quello che sarà il diritto civile.
La svolta decisiva si ebbe quando il filosofo e teologo danese Samuel von Pufendorf concepì, nel suo De Iure Naturae et Gentium Libri Octo, la concezione di stato e di diritto come espressione della ragione umana in quanto tale e non oggettivistica; il popolo viene così a trovarsi nella situazione di subjectus, soggetto cioè alla stessa giurisdizione dell'individuo o dell'istituzione cui ha affidato il potere.
Viene a delinearsi anche il concetto di pena, quale discriminazione delle zone di diritto; il distinguere cioè quelle disciplinate dallo stesso e quelle soggette alla libertà dell'individuo.
Area: umanistica
Materie trattate:
- Latino: Seneca e il concetto di sovrano illuminato
- Storia: la grande guerra e le grandi dittature quali espressioni di nazionalismo e mutamento delle ottiche di nazione
- Ed. civica: la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino
- Filosofia: Hegel e la concezione di necessità storica dello stato
- Italiano: D'Annunzio e la razionalità che scompare
- Storia dell'arte: Munch e Van Gogh, l'estremizzazione dell'irrazionalità
- Fisica: il passaggio tra il macroscopico e il microscopico, quale espressione della razionalità umana
- Inglese: Oscar Wilde e il culto della bellezza
Bibliografia:
- Gian Biagio Conte, Emilio Pianezzola, Corso integrato di Letteratura Latina vol. 4 L'età imperiale. Le Monnier 2004
- Francesco Maria Feltri, Maria Feltri, Maria Manuela Bertazzoni, I Giorni e le idee vol. 2. 2006 SEI
- M. De Bartolomeo, V. Magni, Voci della filosofia vol. 2. 2006 Atlas
- Elio Bonifazi, Alberto Pellegrino, Stato e società civile 1995 EBF
- G. Squarrotti, G. Genghini, G. Balbis, A. Pardini, V. Boggione, Letteratura 2006 Atlas
- G. P. Parodi, M. Ostili, G. Mochi Onori, L'evoluzione della fisica 2006 Paravia
- A. Cottino, M. Dantini, S. Guastalla, La Storia Dell'arte vol. 3 2004 Archimede edizioni
- M. Ansaldo, English in Literature vol. 3 2005 De Agostini