La follia
Cos'è la follia? E come viene trattata nella società?
A cura di:
Martina Buccheri
5° F
Liceo scientifico “Carlo Cattaneo”
Indice
- 1. Introduzione
- 2. Cos'è la follia?
- Erasmo da Rotterdam e “L'elogio della follia”
- Luigi Pirandello e la crisi dell'io: “Uno, nessuno, centomila”
- Sigmund Freud, la struttura della psiche e la nevrosi
- 3. Il folle nell'arte:
- Edvard Munch, il pittore dell'angoscia
- Friedrich Nietzsche, il filosofo dei frammenti
- 4. Il trattamento dei malati di mente nella società:
- 4.1: I primi sguardi ai malati di mente:
- Pinel e la casa di cura: piccoli accenni sui manicomi dal '700 alla fine dell'800
- Edgar Allan Poe, “The System of Dr. Tarr and Prof. Fether”
- Géricault e i volti della follia
- 4.2: La follia del manicomio:
- Dai primi anni del '900 con Lombroso, Ossicini fino alla legge 180
- L'antipsichiatria: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”
- Franco Basaglia e la legge 180
- 5. Allegati e bibliografia
1. Introduzione
“12 ottobre 2006
Cara Margherita, oggi ho deciso di prendere questa mia sedia gialla e di partire per un viaggio. Il mio viaggio comincia dal mare e arriva non so dove. Solo i matti partono senza sapere dove andare.
Tu me lo dicevi sempre che la mente dell'uomo è come l'abisso del mare, me lo dicevi sempre che ti piaceva tanto guardare le onde, ma che sotto la superficie, lì c'è un altro mondo che i nostri occhi normalmente non vedono. Un mondo che può spaventare perché non lo conosciamo, ma anche affascinante perché non lo abbiamo ancora visitato.
Me lo ricordo quando mi dicevi: “Simò bisogna essere un po' palombari della nostra vita.” E mi dicevi pure che noi persone siamo fatte proprio così, siamo immense e profonde come questo mare qui.
Ma che cos'è che ci rende diversi l'uno dagli altri? A me per esempio, mi chiamano pendolino perché quando guardo le cose attorno a me comincio a dondolare e non mi fermo più, e mi faccio un sacco di domande, se mi si avvicina uno sconosciuto e mi abbraccia, io come reagisco?
Cosa c'è nella mente dell'uomo? Dove sono andati a finire i matti? Se non li vedo significa che non esistono? E se esistono ancora, i matti, chi sono?
Già, la più importante delle domande che mi faccio è proprio questa: Chi è il matto?”
(Simone Cristicchi, “Dall'altra parte del cancello”)
Chi è il matto? C'è un modo per riconoscerlo? E se sì, chi è che può dirmelo? Dove vive il matto?
Queste sono le domande che mi sono posta prima di iniziare la mia tesina, scaturite da quel documentario realizzato da Simone Cristicchi che parla in particolare del manicomio di San Girolamo, a Volterra, dove sono state ritrovate delle lettere scritte dai malati di mente che non sono mai state spedite. Ma prima ancora di vedere quel particolare filmato, c'è da dire che la conoscenza della psiche umana mi ha sempre affascinata negli anni. Ho letto alcune opere di Freud, e quest'anno in particolare, con lo studio di Pirandello e di Svevo, di artisti come Van Gogh, Munch, Fussli mi sono avvicinata ancora di più al tema.
Sono in molti che tentano di dare una definizione del “matto”, ma secondo me definirlo è una cosa difficile se non impossibile. Come sostiene Freud nelle sue teorie, il confine tra quella che definiamo normalità e malattia è talmente sottile che non è sempre riconoscibile il malato di mente. La follia insomma ci circonda. Anche Shakespeare nei suoi drammi definisce la follia come il quotidiano, chi non è folle? Per Pirandello infatti, è anormale chi non ha dentro di sé un po' di follia, così come per Erasmo. La follia è madre di tutti gli uomini, ed è quella che ci permette di andare oltre agli orrori della vita con tranquillità.
Anche Simone Cristicchi a parer mio, non tenta di dare una risposta alla sua domanda, lascia aperta la questione e presentandoci davanti le lettere ritrovate a San Girolamo è come se invitasse ognuno di noi a dare una propria definizione di “Matto”.
Riguardo alla domanda, dove vive il matto?, ho effettuato una ricerca sull'evoluzione dei manicomi dall'Ottocento ad oggi con la chiusura degli stessi grazie all'opera di Franco Basaglia nel 1978. Sono stata ispirata questa volta dal famosissimo film di Milos Forman: Qualcuno volò sul nido del cuculo, dove viene esplicitata al meglio la condizione in cui versava il folle negli anni più terribili della storia manicomiale italiana e straniera. Il manicomio, nato dalle idee di Pinel, non nasceva all'inizio come un modo per sopprimere la sua individualità, ma era un tentativo di dare ordine alla società e di curare l'alienato insieme ad altri malati di mente, escludendo così motivi di disordine pubblico. Ma la situazione si è profondamente mutata nel corso dei secoli, e da semplice luogo di ricovero, il manicomio è diventato l'esercizio giudiziario delle provincie e luogo di abominevoli shock per il paziente.
Oggi, con la chiusura dei manicomi, al malato vengono riconosciuti quei diritti che prima gli erano stati completamente negati.
Occorre però non dimenticare quello che è stato il manicomio prima, e soprattutto le esperienze dei ricoverati che come prima cosa non hanno avuto assistenza, ma sono stati semplici oggetti di studi clinici terribili e di sfruttamento della loro forza lavoro.
Il matto è uno di noi, che ha semplicemente un modo diverso di vedere la realtà che ci circonda.
2. Cos'è la follia?
“L'elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam
Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita, se non dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch'esso un dono. E che cos'è poi questa vita? E se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo bene, io, che nessuno di voi era così saggio, anzi così folle - no, è meglio dire saggio, da non andare d'accordo con me. Del resto neppure questi stoici disprezzano il piacere, anche se dissimulano con cura e se, di fronte alla gente, rovesciano sul piacere ingiurie sanguinose; in realtà solo per distogliere gli altri e goderne di più, loro stessi. Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno".
L'elogio della follia, saggio scritto nel 1509 da Erasmo da Rotterdam, è definita da lui stesso come uno "scherzo letterario". Così presenta la sua opera a Thomas More, cui la dedica, aggiungendo che era stato proprio il suo nome, More, a richiamargli alla mente la follia, in greco Moria. Avverte che sarà la Follia in persona a parlare, quindi nessuno dovrà ritenersi offeso, e conclude dicendo a More di prendersi cura lui di questa Moria, che d'ora in avanti è la sua. Moriae enkomion, id est, stulticiae laus".
Il titolo originale dell'opera richiama subito alla concezione di Erasmo della follia: "
Moria, dunque, ovvero Stultitia. Il primo termine viene dal verbo greco moraino, essere stolto, insipiente, da cui l'aggettivo moros, semplice, stolto, insensato. Il secondo, stultitia, dal latino più antico stolidum, poi trasformato in stultum, sempre con il significato di sciocco, stupido.
Questi due termini non hanno il significato di follia nel senso di dissennatezza, di pazzia come patologia della mente, per il quale il latino usa il termine insania o, anche, furor quando si vuole aggiungere una connotazione violenta, ma lo acquistano solo per estensione. Piuttosto indicano una condizione di stupidità, di insipienza, di stoltezza.
Partendo da queste considerazioni terminologiche si potrebbe immaginare la follia di Erasmo come una condizione di innocenza, quasi infantile, che caratterizzerebbe l'uomo nel suo stato naturale, originario, nel suo stato premorale che caratterizza il bambino come sostiene Freud nei suo primi mesi di vita. Una condizione premorale, antecedente quindi alla regola, alla norma, alla costituzione stessa della società e che, per questo, non può essere definita immorale o sacrilega.
Si tratta di un'opera molto originale in cui, con toni ironici e nel contempo estremamente persuasivi, l'autore affronta l'insolito tema della Follia, per sostenere che essa sarebbe la vera dominatrice dell'intera civiltà ma anche dell'esistenza di ciascun uomo, sia egli un ecclesiastico o un laico, un saggio o un ignorante, un potente o un umile.
Troviamo quasi un'apologia di questa condizione originaria, che si ritiene costitutiva dell'uomo e perciò la più vera, quando Erasmo, ai filosofi che sostengono che l'infelicità dell'uomo sta nell'essere prigionieri dell'irragionevolezza, nell'errare, nell'essere ingannati, nel non sapere,
«Niente affatto: qui sta la condizione dell'uomo. Perché poi lo chiamino infelice, non posso capirlo, dato che così siete nati, così
risponde:
formati, così creati, e questa è la sorte comune. Nessun essere è infelice perché rimane nei limiti della sua specie.[...] Difatti l'umanità schietta dell'età dell'oro, viveva sotto la sola guida dell'istinto naturale, senza essere armata di alcuna disciplina. [...] Del resto erano troppo rispettosi del divino per indagare con empia curiosità i misteri della natura... ritenendo sacrilego che l'uomo mortale cercasse di conoscere oltre quanto concessogli dalla sua condizione».
Si avverte qui l'intenzionale difficoltà di fondo dell'opera, tutta percorsa e attraversata dalla contraddizione, dall'incoerenza: esalta la follia, ma condanna le follie degli uomini.
Follia è al di là delle regole, è fuori dal gioco, la sua è una prospettiva che permette di dissacrare senza assumerne una responsabilità etica.
La sua voce ha il candore infantile dell'innocenza, l'immunità delle maschere carnevalesche, l'indecenza del matto del villaggio, gode di una franchigia particolare, per questo può spingersi dove altri non possono andare. Questa follia parla per bocca del buffone di corte, dal quale i principi, che pure «sono ostili alla verità», ascoltano «con piacere non solo il vero, ma anche evidenti insulti, tanto che la stessa frase che, proferita da un saggio, gli sarebbe costata la testa, detta da un buffone produce un eccezionale divertimento. La verità, infatti, possiede una capacità innata di divertire e dare piacere, se non vi si aggiunge qualcosa di offensivo: ma questo gli dei l'hanno concesso ai pazzi soltanto».
“E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo è per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole? ma che cosa hanno i bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì che persino il nemico presta loro soccorso? Che cosa, se non la grazia che viene dalla mancanza di senno, quella grazia che la provvida natura s'industria d'infondere nei neonati perché con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli? E l'adolescenza che segue l'infanzia, quanto piace a tutti, quale sincero trasporto suscita, quali amorevoli cure riceve, con quanta bontà tutti le tendono una mano!”
Osservazioni
La follia secondo Erasmo è considerata come la forza che tiene insieme i legami sociali, la forza che dispensa felicità e allieva dai dolori la vita degli uomini. Ma non è solo questo. Se si pensa al ruolo che la follia ha nella conoscenza dell'uomo, possiamo riscontrare parte delle teorie di Freud sulla struttura della psiche umana. Innanzitutto, è considerato saggio colui che non domina le pulsioni naturali con la ragione, ma che le fa proprie e vi si lascia guidare in modo che possa arrivare alla piena conoscenza prima di tutto della sua natura umana, e in secondo poi degli "altri", della folla che lo circonda, così come sosteneva Seneca nelle sue teorie sull'ascesi verticale ed orizzontale.
Il mostro o lo spettro è colui invece che sopprime l'Es, la parte pulsionale e inconscia dell'uomo, e un uomo così fatto, attraverso la ragione pensa di esser arrivato ad una piena conoscenza delle cose:
sordo ad ogni naturale richiamo, incapace di amore e di pietà”…”un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, che tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento…lui solo tutto; senza amici, pronto a mandare all'inferno gli stessi dei, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita”.
“uno della folla dei pazzi più segnalati
Ma allora è meglio l'uomo pazzo, l'uomo che non sfugge alle passioni:
che, pazzo com'è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando a sé la simpatia dei suoi simili…; uno con cui si possa convivere, che infine non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano”.
Secondo poi la concezione della natura umana, Erasmo la riconduce con un esempio alla fase pre-morale dell'uomo, alla fase quindi neonata in cui non ancora conscio delle strutture sociali, risponde solo ai suoi bisogni interiori, Questa come sappiamo è parte della teoria sulla sessualità di Freud che ci spiega soprattutto che il nostro inconscio e le nostre pulsioni vengono fissate per la maggior parte da bambino e che con la crescita la struttura psichica cambia diversificandosi in quelli che sono l'Es, l'Io e il Super-io.
L'Elogio di Erasmo come satira sui costumi comuni degli uomini mette a nudo proprio le contraddizioni della vita sociale e attraverso quest'analisi ci fornisce un piccolo quadro psicologico dell'uomo che è molto spesso contraddittorio.
«Dicono che è una sventura essere ingannati. Una gran sventura è non esserlo. Ce ne vuole di pazzia per credere che la felicità degli uomini sia posta nelle cose stesse. Dipende tutto dalle opinioni. Infatti l'oscurità e la variabilità delle cose umane è così grande che non ci può essere conoscenza chiara e distinta...» Ancora una volta l'uomo viene ricondotto nei suoi limiti, nella finitezza della sua condizione, ancora una volta Follia è pronta a comprendere e ad accogliere la fragilità, la debolezza, l'errore.
Del resto, «l'intera vita dei mortali, cos'altro è se non un dramma in cui diversi attori si fanno avanti con maschere diverse e recitano ognuno la sua parte, finché il regista non li fa uscire di scena?»
Ci muoviamo in un mondo di pure apparenze e di simboli senza contenuto, come i prigionieri della caverna di Platone, come i personaggi shakespeariani o pirandelliani. «Sopprimere l'inganno, però, significa scompigliare tutto quanto il dramma...Tutto finto, certo, ma questo è quanto di meno opportuno. Ed è un dramma non si può rappresentare altrimenti». Voler smascherare l'illusione che è la vita stessa, «comportamento distorto non adattarsi alle cose come stanno,... e pretendere che lo spettacolo non sia più spettacolo». Il gioco va giocato, il copione recitato, è folle non vedere la contraddittorietà del reale, ma altrettanto folle cercare di smascherarla. Non c'è dunque via d'uscita?
Luigi Pirandello e la crisi dell'io
“Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza sapere né come né perché né da chi la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria.
Chi ha capito il gioco non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita. Così è.”
La vita
"Io dunque sono figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà", diceva Pirandello in quel frammento d'autobiografia dettato, nell'estate 1893, dall'amico Pio Spezi, che lo pubblicò molti anni dopo sulla "Nuova Antologia" (16 giugno 1933). L'allusione è alla rustica casa, detta "il Caos", nella campagna intorno a Grigenti (divenuta, nel 1927 Agrigento), dove Luigi nacque il 28 giugno. Nella famiglia Pirandello era particolarmente viva la componente patriottica: Stefano, il padre, di origine ligure, aveva combattuto con Garibaldi e, nel novembre 1863, aveva sposato la sorella di un commilitone, Caterina Ricci Gramitto. Gli anni della formazione siciliana di Luigi, lo vedono alle prese con il locale patrimonio folcloristico di superstizioni e leggende e un'educazione religiosa. Luigi è iscritto dal padre, commerciante di zolfo, alle scuole tecniche, ma l'attrazione per i classici è così forte che prepara un esame integrativo e passa al ginnasio. In seguito al rovescio economico del padre, la famiglia si trasferisce a Palermo, dove Luigi si iscrive alla facoltà di Lettere e a quella di Legge. Qui si innamora della cugina Paolina e entra in contatto con quella generazione di giovani fra cui si formeranno i dirigenti dei Fasci siciliani. Nel 1887 si trasferisce a Roma e nel 1889 si iscrive alla facoltà di Bonn.
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: La Follia
Autore: Buccheri Martina
Descrizione:
Materie trattate:
Area: umanistica
Sommario: