L’India: esempio di sincretismo religioso tra Oriente ed Occidente
Francesca Paradiso
Liceo Linguistico Aristofane
Roma
Classe VBL
Esame di Stato 2007-2008 1
L’India: esempio di sincretismo religioso
Cristianesimo
Induismo Islam
Buddismo
Materie trattate:
Induismo Filosofia:
- A. Schopenhauer, Il velo di Maya
:
Buddismo Tedesco
- H. Hesse, “Siddharta”
Cristianesimo Francese:
- D. Lapierre, “La cité de la Joie”
Islam Storia:
- L’Impero del Gran Moghol 2
L’India: tra Oriente ed Occidente
L’India come Terra Madre
L’India vista dagli altri
Materie trattate:
L’India come Terra Madre
Storia
- Gandhi e l’Indipendenza nazionale
Inglese
- R. Kipling “Kim”
L’India vista dagli “altri”
Latino
- Plinius Senior, “Naturalis Historia”
Italiano
- Giuseppe Cederna, “Il grande Viaggio” 3
Introduzione
“Due fatti appaiono in prima linea nel concetto nostro di nazione agli occhi degli orientali: il campo ristretto della nazione e i suoi fini egoistici e materiali. L’Asia in generale e l’India in specie sono la Patria delle razze e l’Asia ha imparato da secoli che solo le religioni possono unificare gli animi.”
(Rabindranath Tagore – Aspetti e problemi della civiltà indiana)
Perché “sincretismo religioso”?
Secondo quanto hanno rilevato gli studiosi di indologia, se c’è un popolo la cui cultura spirituale sia subordinata al pensiero religioso è proprio quello indiano.
Così persino la più astratta delle scienze, la matematica, ubbidisce presso costoro alle esigenze della loro religione.
La stessa cosa dicasi per la fisica e soprattutto per la filosofia.
Per l’India si può allora parlare di sincretismo religioso, proprio per come un’immensa varietà di culti riescano a convivere armoniosamente, abbracciati sotto una stessa bandiera.
Ma per religione in India non si intende esclusivamente un credo spirituale, bensì un modus operandi, la scelta incondizionata di uno stile di vita che accompagna l’individuo in ogni suo passo, per tutto il suo cammino: ne costituisce lo sfondo del pensiero e della sua esistenza.
Le religioni in India sono molteplici e fortemente differenti l’una dall’altra.
Ciò nonostante tra ognuna di esse possono essere riscontrate delle analogie, proprio come in una famiglia fratelli differenti per carattere restano eternamente uniti nel sangue.
Credo primo per anzianità e numero di seguaci è l’Induismo. 4
Induismo
Bagnarsi nelle acque del Gange discendendo dai gradini (ghats) di Uttar Pradesh è uno dei tanti riti sacri induisti.
Con il termine Induismo si indica convenzionalmente l’intera esperienza religiosa degli indiani nel suo svolgimento storico fin dalle origini (fissate approssimativamente intorno al 1500 a.C.). L’accezione scientifica del termine, tuttavia, denota come Induismo soltanto la religione che, praticata a partire dal VI secolo a.C., costituisce l’evoluzione di due fasi anteriori dette rispettivamente Vedismo (dalle origini all’800 ca. a.C., dal nome dei libri sacri, i Veda), e Brahmanesimo, (dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani).
Vedismo
Il culto dei Veda trae fondamento da una visione panteistica, improntata sull’esistenza di innumerevoli spiriti risiedenti in ogni forma della natura.
Il più importante dio vedico è Agni, il fuoco, ma il più popolare è Indra, signore del tuono e della tempesta, che porta con sé la pioggia preziosa.
Agni: Dio del fuoco. Egli viene raffigurato con 3 gambe, 7 lingue, 7 mani e 2 facce. I due volti corrispondono ai suoi poteri benefici e malvagi. 5
Filosofia: “Il velo di Maya”
A. Schopenhauer
Immagine induista di Maya e del suo velo ingannatore
माया, māyā
Con il termine Maya (in sanscrito si intendono diversi concetti metafisici e gnoseologici propri della religione e della cultura induista). Spesso tale nomenclatura viene associata semplicemente all’espressione Velo di Maya, coniata da Arthur Schopenhauer nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione.
Si tratta di un «velo» metafisico ed illusorio che, separando gli esseri viventi dalla conoscenza della realtà, impedisce loro di ottenere moksha, la liberazione spirituale, cosicché essi rimangono perennemente imprigionati nel samsara, il continuo ciclo della reincarnazione. Nelle Upanishad antiche è ben spiegato come le rappresentazioni fenomeniche, cioè Maya, siano originate da Tempo, Spazio e Causalità. Consapevoli di ciò, i saggi indù avevano già trovato la via per squarciarne il velo.
Secondo il credo induista Maya è altresì la madre di Gautama Buddha, da qui l’evidente somiglianza iconografica con l’idolo Buddista. 6
Sempre nelle Upanishad, Maya è al contempo identificata come l’attività divina mediante la quale l’Essere supremo (Brahman) può far sorgere e scomparire le cose, per mezzo del suo potere illusionante.
Similmente alla metafora della caverna di Platone, l’uomo indù (e quindi l’intera umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti dalla nascita da un velo, liberandosi dal quale l’anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) per riuscire finalmente a contemplare la vera essenza della realtà.
Questo precetto religioso non sarà largamente modificato nella postera filosofia di Schopenhauer, nella quale appaiono evidenti espliciti riferimenti. Anche per il filosofo, il fenomeno è infatti l’illusione che vela la realtà delle cose nella loro essenza autentica.
“È Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente.” Arthur Schopenhauer
Da ciò si capisce che per Schopenhauer, la realtà visibile è apparenza o per l’appunto, illusione. Nulla, a ben guardare, ci garantisce che quanto esista o accada non sia solo un sogno. Sulla scia di questi pensieri il filosofo scriverà infatti:
“La vita e i sogni sono pagine dello stesso libro”.
La dottrina platonica delle idee e quella kantiana della distinzione tra mondo fenomenico e mondo noumenico, convergono quindi, a parere di Schopenhauer, verso un’unica verità fondamentale: il mondo che noi conosciamo tramite l’esperienza sensibile e la conoscenza intellettuale-razionale è pura illusione e ci rimanda necessariamente a qualche cosa che sta al di là di esso.
7
Ma alla prospettiva dualistica dell’Illuminismo, egli apporta però sostanziali correzioni. Il fenomeno è infatti visto come sinonimo di apparenza e non di parvenza, che comporta il celarsi, al di sotto di una realtà ingannevole, di una verità attendibile e raggiungibile. Lo stesso noumeno (la cosa in sé), viene per Schopenhauer risolto in un concetto limite, indispensabile per la definizione teorica della nozione stessa di fenomeno.
L’essenza della realtà, noumeno, che si nasconde dietro il fenomeno, per Kant restava quindi inconoscibile. Schopenhauer supera questa visione, presentando la propria teoria come soluzione al divieto limite del maestro predecessore. Per il filosofo la verità può essere allora raggiunta. Anche per lui è possibile (come per gli induisti), squarciare il velo di Maya.
Al di là del sogno e del fenomeno di matrice illuministico-dualistica, Schopenhauer, analogamente alla dottrina induista è quindi consapevole dell’esistenza di una verità oltre l’illusione, sulla quale l’umanità non può fare a meno di interrogarsi. Il desiderio di una tale scoperta è inevitabilmente proprio di ogni individuo, poiché imposta dalla sua stessa natura. L’uomo è infatti un animale metafisico che, a differenza degli altri esseri viventi, è portato a stupirsi della propria esistenza e ad interrogarsi sull’essenza ultima della vita.
Ma come avviene ciò?
Se l’uomo fosse soltanto conoscenza intellettuale e razionale non potrebbe mai uscire dal mondo fenomenico, poiché resterebbe imprigionato nelle forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità. Oltre ad essere un soggetto conoscente, l’uomo è però anche soggetto corporeo; ed il suo corpo ha una duplice valenza: se da un lato esso è soltanto un oggetto tra gli oggetti, così da non poter sfuggire alle leggi della rappresentazione, dall’altro è però anche la sede in cui si manifesta una forza assolutamente irriducibile alla rappresentazione, una forza primigenia espressione di volontà. Tramite l’esperienza corporea l’uomo può così squarciare il velo di Maya e giungere alla cosa in sé, a quel fondamento che sta alla base di ogni manifestazione fenomenica della realtà.
I caratteri fondamentali di questa volontà noumenica sono l’unità e l’irrazionalità (infatti la ragione esiste solamente nel mondo della rappresentazione).
La volontà è altresì: 8
- Una poiché, non essendo determinata dalle forme a priori della conoscenza, sfugge alle condizioni dello spazio e del tempo e quindi al principio di individuazione: solo il fenomeno si rifrange in una pluralità di individui, mentre la cosa in sé è unica.
- Essa è altresì un’aspirazione senza fine e senza scopo,
- Una forza cieca
- Inconscia,
- Puro istinto,
- Pura volontà di vivere.
9
Bramanesimo
Le rive del Gange a Benares, la capitale religiosa dell’India Induista. Ogni anno migliaia di persone vengono qui a morire, nella fede che, se le loro ceneri saranno gettate nel fiume, sarà loro risparmiata la reincarnazione.
La religione acquistò con l’andar del tempo sempre maggiore importanza nella vita familiare e pubblica. Ciò fu possibile grazie all’azione dei sacerdoti brahmani che diffusero il Brahmanesimo, assicurando così al loro credo un ruolo sempre più predominante nella scena pubblica nazionale fino ai giorni nostri.
Al culto delle forze della natura il brahmanesimo sostituisce quello della Trimurti (tre corpi), composta da Brahma, il supremo Dio creatore, da Vishnù (il Dio che conserva la vita combattendo i demoni) e da Shiva, il Dio della distruzione e della morte. Brahma, Shiva e Vishnu. Analogamente alla Trinità Cristiana, ognuna di esse è intesa come manifestazione dell’Assoluto Universale, che attribuisce alla divinità un triplice aspetto di creatrice, continuatrice e riassorbitrice in sé della vita. 10
In questi termini l’Induismo può essere allora inteso come una religione nella quale le molte divinità convivono sia con l’idea di un Dio Sacro Assoluto, sia con una sua visione impersonale ed omnipervadente. Tale prospettiva spirituale funge da base filosofica all’articolata concezione della vita pubblica indiana, in cui ogni singolo è destinato per tutta la vita a recitare un determinato ruolo imposto dalla società.
La ruota del Samsara Thanka. In base alla dottrina del samsara, infatti, ogni uomo è destinato al momento della morte a reincarnarsi in un essere di qualità superiore o inferiore rispetto all’esistenza appena trascorsa, secondo i meriti accumulati nel precedente corso (il karma). La vita diviene così per ciascuno un premio o un castigo, che deve essere accettato passivamente, senza alcun tipo di esitazione o speranza di redenzione.
Tale credenza religiosa funge quindi da spiegazione alla diversa sorte degli uomini: gli uni sfortunati, gli altri felici; gli uni ricchi, gli altri poveri.
Costantemente in balia degli eventi, per il credo induista, è possibile rinascere anche in un animale, e da ciò deriva la proibizione di uccidere e di mangiare carne (lo stesso Gandhi era vegetariano).
Questo atteggiamento fornisce altresì la giustificazione filosofica alla divisione della società in classi (varna), cui si appartiene per nascita senza alcuna possibilità di fuga. La danza cosmica di Shiva 11
Varna
Divisione in
“Dar da bere ad un fuori casta senza infrangere le regole di casta”
Tratta da: “The Editor”, June 2003, National Geographic Magazine
Queste, note in Occidente con il termine portoghese di caste, costituiscono le basi di un’organizzazione sociale fondata su un rigido principio d’ordine.
L’origine storica di tale divisione risalirebbe all’invasione dell’India da parte degli Ariani, popolazione seminomade indo-europea.
Costoro erano alti e biondi e fieri delle loro caratteristiche razziali, tanto da voler rimanere separati dal resto della popolazione.
Ecco allora che all’origine di questa divisione vi è stato il desiderio dei popoli vincitori, poco numerosi rispetto ai vinti, di preservare la purezza della razza evitando ogni tipo di rapporto con gli abitanti locali, a cominciare dai matrimoni misti.
Tale spiegazione pare confermata anche dal primitivo significato della parola varna che significava, appunto, colore. 12
Ovviamente, i vincitori si attribuirono un ruolo di assoluta preminenza, elevandosi a membri delle tre caste superiori (rispettivamente come sacerdoti brahmani, guerrieri ksatriya e lavoratori qualificati vaisya).
Il ruolo di totale sottomissione spettò al contrario ai vinti, relegati nelle classi inferiori. Tra queste caste subalterne vi è, ancora oggi, un’ulteriore distinzione tra quelle considerate servili (sudra) e altre disprezzate come impure, ai cui appartenenti non viene concesso alcun tipo di diritto umano: i paria.
Costoro vivono nella condizione di fuori casta poiché nati dall’unione illecita fra una donna di casta brahmanica e un uomo di casta servile.
«Paria significa che nessun uomo di casta può toccarvi, che i vostri fanciulli non sono ammessi alle scuole, ma sono ridotti ad una oziosità nefasta, che qualsiasi contatto volontario o involontario con voi, condanna colui che vi tocca a gravi sanzioni religiose. Queste sanzioni sono diverse; una di esse consiste nell’obbligo di nutrire i bramini, un’altra nel bere un liquido purificatore. Questo liquido è composto di cinque prodotti organici della vacca di cui l’orina e gli escrementi sono la parte essenziale»
(G. Mac Munn)
Tutti coloro che esercitano mestieri considerati impuri, secondo le regole dell’induismo, rientrano nella categoria degli intoccabili. Così i conciapelli perché raccolgono le spoglie dei bovini morti, i barbieri perché toccano i peli, (parte impura del corpo), gli spazzini, gli acrobati, i musici, i portatori d’acqua, quanti praticano i lavori più umili che non richiedono abilità particolari ed i mendicanti.
Gli Indù di casta si ritengono contagiati, non solo dal loro contatto ma anche a distanza di molti metri. Tra i Paria vi sono addirittura chi, come i Purada, possono circolare esclusivamente di notte perché anche solo la loro vista è considerata di contagio. Chi è venuto in contatto con gli intoccabili deve subito purificarsi con le abluzioni, per non rischiare il contagio.
A questo punto è importante ribadire che in India il sistema castale non esiste più legalmente fin da quando è stata promulgata la costituzione, per cui di fronte alla legge possono concludersi matrimoni tra persone di caste diverse (matrimoni del genere sono rari, ma ci sono). 13
Lo Stato infatti non riconosce l’intoccabilità e punisce chi mantiene un atteggiamento discriminante nei riguardi dei fuori casta. Se oggi le condizioni di questa gente sono (seppur lievemente) migliorate, è stato anche grazie all’azione di Gandhi, che lottò per l’emancipazione dei Paria e contro le discriminazioni sociali tra indiani.
Di fatto però il suo tentativo risulta ancora vano:
«Nella sala d’aspetto vi erano due servi, un facchino e un spazzino. Il primo portava i sandali e l’altro era a piedi nudi. Il netturbino agitava un lurido straccio umido sul pavimento della stanza, mentre il facchino impartiva ordini con voce acuta e preponente. Non potevamo fare a meno di essere coscienti sia dell’arroganza del portabagagli sia dell’umiltà rassegnata dello spazzino. Un maestro di scuola entrò nella sala con un gruppo di bambini; tutti si sedettero sul pavimento per consumare la colazione. Quando ebbero finito di mangiare, il maestro raccolse un sudicio giornale di avanzi di riso e lo gettò in silenzio allo spazzino, il quale afferrò con destrezza il fagotto e si inchinò umilmente, come se avesse ricevuto il dono più splendido. Simili episodi fanno pensare con sconforto che le mortificazioni imposte agli indiani dai conquistatori inglesi e musulmani dovessero superare di poco quelle che gli indiani si infliggono tra loro».
(G. Woodcock, viaggio in India). 14
Buddismo
Buddha coricato di Xieng Khonane, ne “Il Giardino dei Buddha” vicino al confine tra Laos e la Thailandia.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: L'India come esempio di sincretismo religioso.
Autore: Francesca Paradiso
Descrizione: un viaggio verso una terra lontana spesso nasconde il desiderio di esplorazione di se stessi. Uno specchio di religioni, anime e culti di una terra apparentemente distante, ma oggi a me così vicina.
Materie trattate: filosofia, tedesco, francese, storia, inglese, latino, italiano
Area: umanistica
Sommario
Introduzione
"Due fatti appaiono in prima linea nel concetto nostro di nazione agli occhi degli orientali: il campo ristretto della nazione e i suoi fini egoistici e materiali. L'Asia in generale e l'India in specie sono la Patria delle razze e l'Asia ha imparato da secoli che solo le religioni possono unificare gli animi." (Rabindranath Tagore – "Aspetti e problemi della civiltà indiana)
Perché "sincretismo religioso"?
Secondo quanto hanno rilevato gli studiosi di indologia, se c'è un popolo la cui cultura spirituale sia subordinata al pensiero religioso è proprio quello indiano. Così persino la più astratta delle scienze, la matematica, ubbidisce presso costoro alle esigenze della loro religione. La stessa cosa dicasi per la fisica e soprattutto per la filosofia.
Per l'India si può allora parlare di sincretismo religioso, proprio per come un'immensa varietà di culti riescano a convivere armoniosamente, abbracciati sotto una stessa bandiera. Ma per religione in India non si intende esclusivamente un credo spirituale, bensì un modus operandi, la scelta incondizionata di uno stile di vita che accompagna l'individuo in ogni suo passo, per tutto il suo cammino: ne costituisce lo sfondo del pensiero e della sua esistenza.
Le religioni in India sono molteplici e fortemente differenti l'una dall'altra. Ciò nonostante tra ognuna di esse possono essere riscontrate delle analogie, proprio come in una famiglia: fratelli differenti per carattere restano eternamente uniti nel sangue.