Introduzione
Dall’idealismo deriva la svolta atea della cultura contemporanea
La caratteristica dell’idealismo è quella di porsi da Fichte a Schelling a Hegel come una concezione del mondo onnicomprensiva, ovvero capace di dare ragione della totalità del reale. Questa caratteristica
totalizzante dell’idealismo assoluto, che raggiunge sicuramente con Hegel il massimo della sistematicità, ha fatto sì che esso determinasse in modo decisivo la svolta atea della cultura contemporanea, non
tanto per una sua posizione critica nei confronti della religione, quanto piuttosto per la sua intrinseca convinzione di essere il superamento razionale di qualsiasi forma di religione positiva, con particolare
riferimento alla tradizione cristiana occidentale. È opportuno, per una retta comprensione del problema, sottolineare come tutti e tre i massimi rappresentanti dell’idealismo provengano da studi teologici
e la loro formazione sia sostanzialmente quella della filosofia e della teologia scolastica.
Il patrimonio biblico giudaico-cristiano e alcuni contenuti fondamentali dello stesso tomismo sono presenti nei tre grandi esponenti dell’idealismo.
Ne sottolineiamo alcuni:
- L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, diviene da creatura creatore: l’Io puro o Coscienza assoluta altro non è che la divinizzazione di ciò che intrinsecamente caratterizza l’uomo in quanto tale.
Le tre posizioni dell’Io fichtiano (io puro/non-io e io empirici/Io assoluto) e la triade hegeliana (in sé/per sé/in sé e per sé, soggettività/oggettività/autocoscienza), altro non sono che l’utilizzazione concettuale dei termini della reditio completa subiecti in se ipsum di San Tommaso;
in Schelling, l’Assoluto indifferenziato di Spirito e Natura è l’assolutizzazione metafisica dell’uomo, unità psico-fisica secondo l’antropologia aristotelico-tomista;
- In Hegel, la concezione triadica in genere e la fenomenologia dello spirito in particolare sono una trasposizione in chiave razionale della teologia trinitaria e pneumatologica, così come il primato
metafisico del pensiero (logos, parola) sull’essere riecheggia il racconto biblico della creazione, nel quale si narra che la parola di Dio crea tutte le cose, così com’è chiara la risonanza del prologo del
Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio. Per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Perseguendo ancora l’obiettivo
di proporre il problema di Dio nelle varie epoche e nelle varie discipline, affrontiamo ora la
questione dal punto di vista filosofico. 1
Tratteremo brevemente della religione come “gemito dell’oppresso” e “oppio del popolo” all’interno della filosofia di Karl Marx,
analizzeremo in seguito l’alienazione religiosa in Ludwig Feuerbach ed infine ci
soffermeremo in maniera più approfondita sulle filosofie di Friedrich Nietzsche e Jean-Paul Sartre.
Karl Marx
Marx considera la religione una delle tante sovrastrutture che accompagnano la struttura economica. Diversamente dalle altre (politica, sociale e culturale), che sono indispensabili per qualsiasi tipo di società e che, perciò, non potranno mai venir meno, la
sovrastruttura religiosa è destinata a scomparire, perché ha una funzione provvisoria, quella di procurare un’illusione necessaria
per compensare forme di vita altrimenti insopportabili, durante l’epoca della schiavitù e del capitalismo, e di fornire una
spiegazione fantastica della realtà al posto della vera spiegazione che verrà data dalla scienza.
Queste tesi relative al carattere contingente della religione, Marx le aveva già maturate durante gli anni giovanili.
Nella sua dissertazione dottorale, di cui rimangono pochi frammenti, egli affermava
che “nel paese della ragione” l’esistenza di
Dio non può più aver nessun significato:
“Portate della carta moneta in un paese in cui quest’uso della carta moneta non si conosce, ed ognuno riderà della vostra
soggettiva rappresentazione. Recatevi con i vostri dèi in un paese dove sono adorati altri dèi, e vi si dimostrerà che siete vittime
di immaginazioni e astrazioni. E con ragione. Chi ai greci antichi avesse portato un dio migratore, avrebbe trovato la prova della
non esistenza di questo dio, ché per i greci esso non esisteva. Ciò che per un determinato paese è per determinati dèi stranieri,
avviene nel paese della ragione per un dio in generale: è una regione nella quale la sua esistenza cessa”.
Marx fonda il suo ateismo su tre postulati:
- Il materialismo metafisico o dialettico che considera la materia quale causa suprema ed unica d’ogni cosa;
- Il materialismo storico il quale vuole che il fattore economico sia il fattore principale e decisivo, e che la struttura economica
- Sia la struttura portante di tutte le altre strutture che compongono la società;
- L’umanesimo assoluto il quale situa l’uomo al vertice del cosmo: l’uomo è essere supremo.
La ragione decisiva su cui Marx fonda il suo ateismo è prevalentemente la terza. Marx è ateo per
la sua passione per l’uomo.
Ciò che egli vuole salvaguardare con l’ateismo è la grandezza dell’uomo. 2
Con l’ateismo egli intende escludere che ci sia qualche essere superiore, più grande dell’uomo. È in vista della grandezza
dell’uomo che egli ritiene necessaria la soppressione della religione, perché a suo giudizio questa è l’oppio, la droga, il surrogato
che impedisce all’uomo di prendere coscienza della sua dignità.
L’ateismo di Marx appartiene, infatti, a quella forma di ateismo che Maritain chiamerà “ateismo assoluto positivo ed eroico”,
ovvero un ateismo che nega esplicitamente Dio, che lotta contro Dio, e che sostituisce alla fede in Dio la fede in valori elevati,
anche se esclusivamente umani, per conseguire e realizzare i quali l’uomo è chiamato ad impegnarsi anche a costo della vita.
“
Nella Questione ebraica leggiamo: La religione per noi non costituisce il fondamento, bensì soltanto il fenomeno della
limitatezza mondana. Per questo, noi spieghiamo la soggezione religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena.
Affermiamo che essi sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loro limiti terreni. Noi non
trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene”.
Il periodo iniziale di questo passo è assai espressivo: dice che la religione è un fenomeno (secondo il senso kantiano del
termine) e non una realtà. Perciò la religione non dà ragione, non fonda una limitatezza reale, una creaturalità effettiva
dell’uomo, ma manifesta solamente una condizione storica contingente, ingiusta e transitoria. Essa esprime il mancato
raggiungimento della propria grandezza da parte dell’uomo.
Quando questi la conquisterà, anche il fenomeno religioso si estinguerà.
Nella nota “Introduzione” alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico Marx dà una formulazione ancora più esplicita
ed elaborata di questa concezione:
“La miseria religiosa è ad un tempo espressione della miseria reale e protesta contro di essa. La religione è il gemito
dell’oppresso, il sentimento di un mondo senza cuore, e insieme lo spirito di una condizione priva di spiritualità. Essa è
l’oppio del popolo. La soppressione della religione in quanto felicità illusoria del popolo è il presupposto della sua vera felicità.
È innanzi tutto compito della filosofia, operante al servizio della storia, di smascherare l’autoalienazione nelle sue forme profane,
dopo che la sacra forma di autoalienazione umana è stata scoperta. La critica del cielo si trasforma così in critica della terra, la
critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica”.
“La religione è la consapevolezza e la coscienza dell’uomo che non ha ancora acquisito
E poco prima: o ha di nuovo
perduto se stesso.
Ma l’uomo non è un essere astratto, isolato dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società.
Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, proprio perché essi sono un mondo
capovolto.
La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, la sua
sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua fondamentale ragione di consolazione e di giustificazione. Essa è la
realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una vera realtà.
La lotta contro la religione è quindi indirettamente la lotta contro quel mondo del quale la religione è l’amore spirituale”.
“La critica della religione porta alla dottrina secondo la quale l’uomo è, per l’uomo,
Ancora nella stessa Introduzione si legge:
l’essere supremo; dunque essa perviene all’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere
degradato, asservito, abbandonato, spregevole”.
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Ludwig Feuerbach
Feuerbach ritiene che nella storia dell’uomo, la religione abbia sempre avuto un ruolo fondamentale. La filosofia non ha il
compito di negare o ridicolizzare questo grande fatto umano che è la religione. Deve capirlo.
E lo si capisce, afferma Feuerbach, allorché ci si rende conto che
“la coscienza che l’uomo ha di Dio è la coscienza che
l’uomo ha di sé”.
In altri termini, l’uomo pone le sue qualità, le sue aspirazioni, i suoi desideri al di fuori di sé, si estranea, si aliena e costruisce la
sua Divinità. La religione, pertanto, sta nel rapportarsi dell’uomo alla sua stessa essenza (in questo consiste la sua verità), ma
alla sua essenza non come sua, ma come un’altra essenza, separata, divisa da lui, anzi opposta (in questo consiste la sua
falsità).
La religione, dunque, è la proiezione dell’essenza dell’uomo: “Dio è lo specchio dell’uomo”, afferma Feuerbach. L’uomo nella
preghiera adora il suo stesso cuore; il miracolo è
“un desiderio soprannaturale realizzato”
e i
“dogmi fondamentali del cristianesimo sono desideri del cuore realizzati”.
La religione per Feuerbach è un fatto umano, totalmente umano.
Come l’uomo pensa quali sono i suoi principi, tale è il suo dio: quanto l’uomo vale, tanto e non più vale il suo Dio. Tu conosci
l’uomo dal suo Dio, e, reciprocamente, Dio dall’uomo; l’uno e l’altro si identificano.
Dio è l’intimo rivelato, l’essenza dell’uomo espressa; “la religione è la solenne rivelazione dei tesori celati dall’uomo, la
pubblica
professione dei suoi segreti d’amore”.
Il nucleo segreto della teologia è, dunque, l’antropologia. L’uomo sposta il suo essere fuori di sé prima di ritrovarlo in sé.
E questo ritrovamento, “non è altro che la coscienza della
specie”, Feuerbach la vede come “una svolta della storia”.
Finalmente, nella storia, “homo homini deus est”.
Dunque, tutte le qualificazioni dell’essere divino sono qualificazioni dell’essere umano; l’essere divino è unicamente l’essere
dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà, e oggettivato, ossia contemplato e adorato
come un altro essere da lui distinto.
Ma perché l’uomo si estranea, perché costruisce la divinità senza riconoscervisi?
Perché l’uomo, risponde Feuerbach, trova una natura insensibile alle sue sofferenze, perché ha segreti che lo soffocano e nella
religione allevia il proprio cuore oppresso.
Dio è l’ottativo del cuore umano divenuto tempo presente, ossia beata certezza, è la spregiudicata onnipotenza del sentimento, è
la preghiera che si esaudisce, il sentimento che ascolta se stesso; è l’eco del nostro grido di dolore. La sofferenza deve
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estrinsecarsi; inconsciamente l’artista dà di piglio al liuto per effondere nella musica la propria sofferenza. Placa il suo dolore
nell’ascoltarlo, nell’oggettivarlo; allevia il peso che opprime il suo cuore partecipandolo, trasformando il suo dolore in dolore
universale. Ma la natura non ascolta i lamenti dell’uomo, è insensibile alle sue sofferenze. Perciò l’uomo fugge dalla natura, dalle
cose visibili, e si rifugia nel proprio intimo per trovare qui ascolto alla propria sofferenza. Qui egli esprime i segreti che lo
soffocano, qui allevia il proprio cuore oppresso. Questo conforto del cuore, questo segreto che ha potuto rivelarsi, questa
sofferenza che ha potuto effondersi è Dio.
“Dio è una lacrima dell’amore versata nel più profondo segreto della miseria
umana”. Al Dio in cielo Feuerbach sostituisce un’altra divinità, l’uomo “di carne e di
Ecco, dunque, svelato il mistero della religione:
sangue”. Alla morale che raccomandava l’amore di Dio, egli intende sostituire la morale che raccomanda l’amore dell’uomo in
nome dell’uomo. È questo l’intento dell’umanesimo di Feuerbach: quello di trasformare gli uomini da amici di Dio in amici degli
uomini che lavorano, da candidati dell’aldilà in studiosi dell’aldiquà, da cristiani, che per la loro stessa ammissione sono metà
animali metà angeli, in uomini nella loro interezza.
Friedrich Wilhelm Nietzsche
La posizione di Nietzsche in materia religiosa è nota:
“La Gaia Scienza”
in un passo de, il filosofo tedesco così si esprime rispetto al problema di Dio:
“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare
incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio,
suscitò grandi risa.
“È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro.
“Oppure sta ben nascosto?” Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il
folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – –
a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora
proseguì non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il
suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni
vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è
ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni:
che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo.
Cacciato fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato
queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.
“Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io!
Siamo tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potremmo vuotare il mare benevolo fino all’ultima goccia? Chi
ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a scioglier questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è
che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in
avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su
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di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere
lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo
ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dei si decompongono!
Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più
possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale
acqua potremo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la
grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione
più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai
siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori:
anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.
“Vengo troppo presto – –
proseguì non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il
suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni
vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è
eppure son loro che l’hanno compiuta!”.
La morte di Dio è, dunque, il grande evento della storia dell’umanità.
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Il pensiero ateo nella filosofia sartriana
La tesina si propone di ripercorrere le varie tappe del pensiero ateo, in accordo con la filosofia sartriana che ha come presupposto una posizione atea coerente.
Materie trattate: Greco, filosofia, latino, italiano, geografia astronomica.