Il colore
Espressione del proprio io
“E tutti si accorgeranno che sotto la nostra epidermide non serpeggia il bruno, ma che vi splende il giallo, che il rosso vi fiammeggia, e che il verde, l’azzurro e il violetto vi danzano voluttuosi e carezzevoli”
Tratto dal “Manifesto della Pittura Futurista”
1910
Tesina realizzata da Paradiso Alessandra V LB
Anno scolastico 2006/2007
Liceo Linguistico Don Milani
Acquaviva delle Fonti (Bari)
Storia dell’arte
L’Impressionismo: Eduard Manet, “Il Bar delle Folies-Bergères”.
Il Cubismo: Pablo Picasso, “Guernica”.
Letteratura italiana
Il movimento Crepuscolare: Guido Gozzano, “La Signorina Felicita ovvero la Felicità”.
La letteratura fra le due guerre: Eugenio Montale, “I Limoni”.
Geografia astronomica
L’Arcobaleno.
L’eclissi.
English literature
Francis Scott Fitzgerald: The Great Gatsby.
Thomas Stearns Eliot: The Waste Land.
Joseph Conrad: Heart of Darkness.
Edward Morgan Forster: A Passage to India.
Littérature française
Charles Baudelaire: Les Fleurs du Mal; Les Paradis Artificiels.
Filosofia
Freud e il sogno come vortice di colori.
Storia
L’Italia Fascista.
Il Comunismo.
Storia dell’arte
L’Impressionismo: Eduard Manet, “Il Bar delle Folies-Bergères”.
Il Cubismo: Pablo Picasso, “Guernica”.
Il colore nell’arte
L’impressionismo: la rivoluzione del colore
Nel mondo dell’arte il colore ha da sempre avuto un’importanza fondamentale, poiché è proprio grazie ad esso che gli artisti sin dall’antichità hanno potuto esternare in forme, in sfumature, in passaggi cromatici, le loro emozioni e ciò che sentivano nell’animo. Ogni artista del mondo dell’arte ha prodotto tecniche personali che lo differenziavano dai suoi contemporanei, sino ad allontanarlo, in alcuni casi, dalla propria corrente d’appartenenza. Ma a parte qualche critica, ciò non ha mai fatto grande scalpore.
Ciò che invece è rimasto nella storia, è stato il ruolo del colore nella rivoluzione impressionista del secondo ’800. In questo caso non era un unico artista ad allontanarsi dalle convenzioni dell’arte, bensì un gruppo di pittori, scultori, incisori… insomma una vera generazione artistica che dimostrava attraverso l’uso del pennello e della tavolozza un grande cambiamento nella storia dell’arte. Il fulcro centrale di tale rivoluzione fu proprio il colore e la luce, il cui modo d’intenderli, dopo l’impressionismo, non è stato più lo stesso.
Prima che questa nuova corrente si sviluppasse, gli artisti singolarmente covavano, nel loro modo di pensare e agire, insofferenze e cambiamenti. Infatti gli impressionisti, analogamente ad altre correnti artistiche, non nascono con un programma o come un movimento ben organizzato. Semplicemente erano accomunati dal rifiuto delle convenzioni dell’arte accademica e ufficiale e necessitavano di nuovi linguaggi artistici per poter esprimere se stessi.
Luogo d’incontro degli impressionisti era il caffè Guerbois a Parigi, dove, dapprima casualmente, poi in modo sempre più organizzato, ci si incontrava nel tardo pomeriggio, quando ormai la luce era insufficiente per dipingere, si discutevano idee e si confrontavano progetti. I pittori che si riunivano erano diversi per temperamento, estrazione e condizione sociale, idee politiche; ma nonostante ciò formarono, ancor prima della nascita del termine “impressionisti”, una “Libera associazione di pittori, scultori ed incisori”, e ciò che li teneva uniti era proprio la loro avversione per le regole troppo antiche dell’arte ufficiale e la voglia di gridare al mondo le loro idee di innovazione.
L’impressionismo fece la sua definitiva comparsa nel 1874 a Parigi, con la prima mostra del gruppo, nello studio fotografico di Nadar, un ex-pittore che si era consacrato alla fotografia nel periodo del suo boom. Alla prima esposizione parteciparono alcuni dei più importanti artisti, quali il capofila Monet, Pissarro, Renoir, Degas, Cezanne, Morisot, e furono proprio questi artisti, a loro spese, ad inaugurare la mostra, con l’intento di contrapporsi ai salons ufficiali. Il fotografo Nadar, a differenza della maggior parte dei critici d’arte o di coloro che in un certo qual modo se ne “intendevano”, accolse con piacere gli impressionisti nel suo studio, innanzitutto poiché nel suo passato era stato anch’egli un pittore e conosceva bene le difficoltà degli artisti nel momento di proporre nuovi stili, e inoltre perché, essendo un fotografo, era molto più aperto agli ultimi orizzonti artistici.
Diverso fu il comportamento dei critici d’arte, i cui pungenti commenti, nonostante tutto, suggerirono il nome di questa corrente artistica. Fu infatti il critico Louis Leroy che, osservando il primo dipinto di Monet, “Impressione levar del sole”, definì la nuova arte non pittura, ma una sorta di “impressione”. Altri affermarono che l’accostamento stridente dei colori creava un’arte “impressionante”. Di qui nacque il termine che fu accettato con piacere dagli stessi artisti, poiché era quello che meglio li rappresentava. Lo stesso Monet, infatti, ha spesso descritto la sua corrente artistica utilizzando un esempio pratico: prendeva in considerazione un grappolo d’uva e affermava che l’occhio umano non osserva quel soggetto nei dettagli, non ne mette in risalto i contorni, ma ne coglie un’impressione totale; l’immagine si forma nella mente in modo generale. È proprio per questa ragione che il termine impressionisti calzava a pennello.
Le innovazioni che gli impressionisti apportarono all’arte furono molteplici e toccarono vari aspetti del dipinto. Innanzitutto criticavano la staticità e lo schematismo dei dipinti ufficiali.
Poiché l’occhio umano coglie l’insieme e la sua visione è totale, la prospettiva classica non ha più alcun senso. La realtà percettiva infatti non conosce confini, determinati dalla prospettiva geometrica, ma continua anche al di là della nostra visione. Non si poteva più applicare un rigido schema alla visione che diventa totalmente libera. Proprio per questo motivo gli impressionisti applicarono ai loro dipinti una prospettiva stereometrica, che simulava la visione dell’occhio umano, abbracciando tutto ciò che era davanti al campo visivo.
Poiché ciò su cui si basava la nuova corrente artistica era proprio l’impressione di un soggetto, ora viene totalmente eliminato il disegno o bozzetto di fondo. Questo lo ritroviamo già nello stesso Leonardo Da Vinci, che nei suoi dipinti utilizzava direttamente il colore sulla tela. La realtà infatti non può rendersi con la perfezione dei dettagli e dei contorni. È l’insieme che dà l’effetto.
In questo interviene il colore, massimo protagonista della rivoluzione impressionista: è tramite il colore e la luce che si costruiscono i dipinti. Cominciava quindi quello sfaldamento dell’immagine, quella sensazione di realtà cangiante e sfuggente. Ora il colore viene utilizzato puro, ossia non miscelato, e in giustapposizione.
Questa nuova tecnica, che si basava sulla legge dei contrasti simultanei, andava ulteriormente contro l’arte ufficiale, poiché non rispettava più i canoni che regolavano i passaggi tra i colori ed i diversi toni: questi infatti, secondo le regole della pittura classica, erano graduali; si passava lentamente da zone d’ombra a zone immerse nella luce. Nell’impressionismo tutto cambia. Giustapporre vuol dire infatti accostare toni caldi a toni freddi in modo brusco e spontaneo, così da conferire vibrazione coloristica e da costruire il dipinto nell’insieme.
Vengono usati prevalentemente colori primari e puri, in modo tale che non si perda la luminosità di ciascuna tonalità, nella miscelazione con le altre. Un’altra caratteristica fondamentale per non disperdere la luminosità del colore è creare il dipinto per macchie, tocchi, pennellate veloci e brevi, poiché in questo modo è l’occhio umano che ricostruisce il dipinto. Anche in quest’aspetto Da Vinci aveva anticipato gli impressionisti con le sue “velature a macchia” e, se vogliamo, gli impressionisti hanno anticipato la nostra moderna televisione, le cui immagini vengono formate dal velocissimo accostamento di piccolissimi punti (pixel), macchie di colore che nell’insieme restituiscono il soggetto.
Per essere quanto più fedeli alla natura nelle sue sfumature, ritennero opportuno abolire il colore locale: secondo gli impressionisti il colore è il risultato della riflessione o della rifrazione della luce sugli oggetti; per questo motivo, il colore di un oggetto non è unico ma è dato dalla sua interazione con gli altri oggetti. Ogni porzione di realtà è determinata dai toni con i quali viene a contatto. Il colore quindi non esiste in sé, ma in rapporto con i toni vicini, dai quali viene influenzato e che, a sua volta, influenza. E proprio per potenziarlo, abolirono ogni contorno, affidando ai soli passaggi cromatici la funzione di suggerire i volumi.
Gli impressionisti rivoluzionarono anche il metodo di rappresentare le ombre: essi volevano ritrarre paesaggi e soggetti luminosi al massimo grado, e studiarono il modo per impedire alle ombre di togliere splendore al quadro. Le parti in ombra infatti non erano prive di luce, ma semplicemente avevano un tono cromatico più basso. Quindi per le ombre non più il nero, scuro e perciò privo di colore, ma l’utilizzo di una svariata gamma coloristica, nella quale dominavano i colori complementari, quali il blu. Di qui, la nascita delle ombre colorate.
La visione sfuggente della realtà mette in evidenza come gli impressionisti avessero compreso che la natura non era fissa e rigida, ma in continuo divenire. Per rendere questo aspetto, utilizzarono nuove tecniche, quali la pittura en “plein air”, ossia a diretto contatto con il soggetto che si stava rappresentando. I tempi di pittura quindi si velocizzavano, quasi per cercare di immortalare il continuo fluire del tempo e delle cose. Assieme alla pittura en “plein air”, la rappresentazione del soggetto in vari momenti del giorno, in modo da cogliere ogni sfumatura e cambiamento di colore. In questo era specializzato Monet, la cui pittura era in serie: di uno stesso soggetto realizzava più tele in diversi momenti del giorno, in diverse stagioni e con differenti tonalità di luce e colore, quasi come fotogrammi consequenziali di una macchina fotografica.
La pittura en “plein air” fu resa più semplice e sbrigativa, grazie alla realizzazione dei colori in “tubetto”, che permettevano una pittura più accurata e, soprattutto, realizzabile in qualsiasi luogo.
La scelta dei soggetti nell’Impressionismo era di secondaria importanza: ciò che interessava ai pittori era il modo in cui il soggetto era raffigurato. Un soggetto valeva l’altro, ma si sceglieva quello che permetteva un maggiore utilizzo del linguaggio artistico, della giustapposizione dei colori e della massima luminosità. A questo proposito erano gettonati soggetti come superfici vitree, distese innevate, campi fioriti, in modo da rendere al meglio le nuove tecniche. Quindi il linguaggio artistico non è più il mezzo, ma diventa il fine dell’arte.
L’impressionismo fu particolarmente influenzato dalla fotografia istantanea, in cui non si teneva più conto dei canoni ufficiali: assenza di regole di centratura del soggetto, la cui riproduzione non richiedeva una perfetta inquadratura e nella quale vigeva soprattutto la casualità.
Grande influenza ebbe anche l’arte giapponese: l’intensificazione degli scambi commerciali e culturali con l’Oriente, proprio di tale periodo, aveva permesso l’incontro ed il contatto con nuovi modelli di arte pittorica, definita anticonvenzionale e anticonformista, e per questo molto ammirata dagli impressionisti stessi, per i suoi colori sgargianti e per la massima luminosità, nei cui dipinti i soggetti erano completamente decentrati e sembrava non seguire alcun ordine.
Proprio per l’assenza di regole ufficiali, i pittori impressionisti guardarono all’arte orientale, prendendone spunto. La loro arte rimane inoltre influenzata dalle stampe e dalla tecnica cartellonistica.
Manet: precursore dell’impressionismo
L’artista che ho scelto per illustrare l’impressionismo è proprio il suo precursore, Edouard Manet. Infatti nella sua arte, che è stata molto criticata dalle accademie e dalle esposizioni ufficiali, sono presenti tecniche artistiche, quali la giustapposizione, che di fatto precedono l’impressionismo stesso. Solo nell’ultimo periodo della sua esperienza artistica Manet realizzerà dipinti totalmente impressionisti che furono accettati dalle esposizioni universali.
Edouard Manet nasce nel 1832 a Parigi da una famiglia alto borghese. Sin da piccolo è interessato alla pittura e all’arte, ma il padre aveva altri progetti per il futuro di suo figlio. Infatti, non appena fu “grande a sufficienza”, lo imbarcò su una nave per Rio de Janeiro, con la speranza che l’esperienza gli giovasse una carriera da capitano navale. Ma questo non era ciò che Manet desiderava. Infatti il viaggio fu uno sfacelo, secondo tale punto di vista, mentre ebbe grandissima importanza per ciò che concerne il suo sogno di pittore: Manet non passò gli esami che l’avrebbero immesso nella carriera navale, e, con la massima rassegnazione del padre, una volta giunto a Parigi, cominciò nel 1850 la sua formazione artistica. Per qualche tempo frequentò l’atelier del pittore accademico Thomas Couture, ma la sua formazione ufficiale non durò che qualche anno, in quanto cominciò a mostrare inquietudine per la pittura accademica. Successivamente cominciò a formarsi da autodidatta, viaggiando moltissimo in Italia e studiando l’arte italiana e fiamminga: venne infatti in contatto con i dipinti di Tiziano, Tintoretto, Velasquez e Rubens. Di ritorno dall’Italia studiò al Louvre dove ammirò i dipinti dell’artista romantico Eugene De Lacroix.
Cominciò a frequentare i pittori impressionisti nel Café Guerbois dove nel 1861 incontrò Degas del quale divenne amico e collaboratore. Durante questo periodo realizzò i suoi primi dipinti en “plein air”, ossia direttamente a contatto con la natura.
Dopo aver viaggiato ancora, intorno agli anni ’70 venne accolto nei Salons ufficiali. Nei primi periodi, la sua arte fu criticata moltissimo: i suoi dipinti erano considerati totalmente scorretti e dissacratori delle regole accademiche e lui stesso era considerato un principiante. Per questa ragione fu sempre rifiutato alle Esposizioni Universali, e i suoi dipinti furono esposti al Salon des Refusés.
In questo periodo la sua arte presenta le caratteristiche dell’arte impressionista, ma non parteciperà mai alle mostre della nuova corrente artistica. Infatti nella prima mostra ufficiale, che si terrà nel 1874, non figureranno suoi dipinti. Nonostante ciò, nella sua ultima fase artistica, Manet è da ricomprendere pienamente nel movimento impressionista.
Morirà nel 1883 a Parigi a seguito dell’amputazione di una gamba.
Il Bar delle Folies-Bergère: l’opera impressionista di Manet
Il dipinto, realizzato tra il 1881-82, fu terminato vent’anni dopo la “Colazione sull’erba” e “Olympia” e venne esposto al Salon Ufficiale dello stesso anno. La critica aveva cambiato il suo atteggiamento nei confronti dell’arte di Manet, ma ancora non si comprendevano fino in fondo le sue rappresentazioni artistiche.
La tela rappresenta l’interesse di Manet per i soggetti quotidiani: infatti figura uno dei luoghi più gettonati dell’aristocrazia francese, il Bar Chantal, nel quale i ricchi borghesi trascorrevano le loro giornate tra canti, balli e divertimenti.
In primo piano è rappresentata Suzon, una cameriera del bar con le mani appoggiate sul banco, lo sguardo vacuo e assente, l’aria stanca dopo una giornata di lavoro. Sul ripiano del bar sono presenti gli “arnesi” del suo mestiere: bottiglie di champagne, cesti di frutta, liquori e flûtes. Alle sue spalle un grande specchio nel quale si riflette la sala gremita di gente, che le sta di fronte, e l’atmosfera chiassosa. Si intravedono persone che fumano, che chiacchierano al di sotto dei lussuosissimi lampadari e delle luci sferiche appese ai pilastri. Lo specchio appare come uno degli elementi più importanti del dipinto, poiché è tramite esso che si osservano la sala, le spalle della ragazza e il suo interlocutore: all’estrema destra, infatti, si riflette un uomo elegante nell’atto di ordinare una consumazione al bar.
In questo caso, Manet ha utilizzato un artificio artistico, poiché il riflesso dei due personaggi appare volutamente sfasato: rispettando le regole di riflessione nello specchio, si sarebbe osservata la figura dell’uomo sovrapposta alle spalle della ragazza, senza la possibilità di distinguerne i tratti e di osservare la sala. In questo modo invece, spostando leggermente il riflesso, è stato possibile realizzare contemporaneamente il ritratto della vita mondana e il suo sfolgorante luccichio, il ritratto della cameriera e del suo cliente.
Ma i veri protagonisti del dipinto sono la luce e il colore, poiché tramite essi si costruisce il tutto: il dipinto è realizzato con immediatezza, con rapidi tocchi di colore che costruiscono l’immagine, ma che visti da vicino si risolvono in accostamenti senza senso, rispettando la legge della giustapposizione coloristica. La tela è pervasa dal bianco e dal nero, colori ai quali Manet non rinuncia.
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Con questa tesina ho voluto rappresentare me stessa!
Materie trattate: Storia dell'arte, Letteratura italiana, Geografia astronomica, Letteratura inglese, Letteratura francese, Filosofia, Storia.
Storia dell'arte
L'Impressionismo: Édouard Manet, "Il Bar delle Folies-Bergère". Il Cubismo: Pablo Picasso, "Guernica".
Letteratura italiana
Il movimento Crepuscolare: Guido Gozzano, "La Signorina Felicita ovvero la Felicità". La letteratura fra le due guerre: Eugenio Montale, "I Limoni".
Geografia astronomica
L'Arcobaleno. L'eclissi.
English literature
Francis Scott Fitzgerald: The Great Gatsby. Thomas Stearns Eliot: The Waste Land. Joseph Conrad: Heart of Darkness. Edward Morgan Forster: A Passage to India.
Littérature française
Charles Baudelaire: Les Fleurs du Mal; Les Paradis Artificiels.
Filosofia
Freud e il sogno come vortice di colori.
Storia
L'Italia in Nero fascista, Il Rosso comunista.
Storia dell'arte
L'Impressionismo: Édouard Manet, "Il Bar delle Folies-Bergère". Il Cubismo: Pablo Picasso, "Guernica".