Liceo Classico Plinio il Giovane
Città di Castello
Esame di Maturità 2014
Comunicare la scienza
Jacopo Canonichesi 5°A 0
Perché comunicare la scienza
“Viviamo in una società profondamente dipendente dalla scienza e dalla tecnologia e in cui nessuno sa nulla in merito a tali questioni. Si tratta di una formula sicura per il disastro” Carl Sagan
La tecnica ha conosciuto negli ultimi due secoli uno sviluppo senza precedenti storici. I risultati delle innovazioni tecnologiche sono via via divenuti disponibili ad un numero sempre maggiore di persone. Il sapere scientifico che ha permesso questo boom, al contrario, ha avuto una diffusione molto più lenta e all’interno di una porzione molto più esigua della popolazione mondiale.
Lo sviluppo delle varie tecnologie ha certo avuto effetti apprezzabili sulla collettività (aumento della durata della vita media, possibilità di coprire ampie distanze in breve tempo, maggiore accessibilità di informazioni di qualsiasi tipo, ecc.) e ha reso sempre più grande la capacità dell’uomo di modificare l’ambiente in cui vive. A questa capacità, sfortunatamente, non si accompagna un’adeguata consapevolezza della portata delle azioni dei governi e dei privati cittadini.
Il membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana e Premio Pulitzer Jared Diamond, nel suo saggio Collasso, individua dodici problemi che possono portare ad una crisi ambientale di portata planetaria. Nell’appendice all’ultimo capitolo cerca di rispondere alla domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi “cosa posso fare io?”. Le risposte sono più d’una. Il peso del singolo si esprime, in una democrazia, con il voto, in più, come consumatore, ognuno può decidere cosa comprare. Chi consuma può attirare su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica e usarla come mezzo per imporre cambiamenti alle grandi aziende. Diamond poi non trascura l’importanza dei passaparola e degli esempi, che, con il tempo, possono mutare completamente i nostri costumi.
La scienza è uno strumento prezioso per trovare le strategie adatte al fine di evitare danni irreparabili a cose e persone. Il problema è che non viene comunicata in modo estensivo. Il potere decisionale, oltre alle modalità di cui parla Diamond, può esprimersi direttamente sullo sviluppo della ricerca. Gli scienziati, per avere accesso alle strumentazioni più adeguate, devono cercare finanziamenti. Questi possono venire dall’industria come dalle associazioni di donatori (le cosiddette charities), in entrambi i casi chi fa ricerca deve convincere qualcuno a dargli fiducia e mezzi materiali. Comunicare la scienza, allora, significa anche far sopravvivere quei settori che devono essere sviluppati, dimostrando la loro utilità per chi vi investe.
Laddove c’è effettivamente diffusione di informazioni scientifiche, non sempre si avverte in modo adeguato il pubblico sul fatto che i prodotti divulgativi presentano sempre al destinatario una visione parziale della questione esposta. Ogni specialista può infatti fornire soltanto i dati emersi dalle ricerche di sua competenza. Inoltre, nel momento in cui un divulgatore debba informare un pubblico riguardo ad un qualsiasi fenomeno, è costretto ad operare una selezione dei dati da riportare, la quale rispecchierà, in modo più o meno volontario, il suo personale punto di vista[1]. La sua relazione, in quanto parziale, vizia la concezione che i destinatari hanno della problematica esposta.
Una piena presa di coscienza di tale problematica, comunque, permette di ridurne l’entità. Per fare ciò bisogna mantenere forti la collaborazione e il dialogo fra ricercatori, fare in modo che i membri della comunità accademica siano informati gli uni sulle scoperte degli altri.
Una maggiore valorizzazione dell’opera divulgativa, può permettere una diffusione di una cultura della scienza in più ampi strati della popolazione condizione necessaria ad un uso consapevole delle tecnologie e alla presa di coscienza dell’importanza delle scelte del singolo in una società globale.
La comunità scientifica non può dare ai suoi prodotti divulgativi un’obiettività assoluta, ma può scegliere i mezzi con cui distribuire le nozioni che produce, fare in modo che esse siano a disposizione del maggior numero di destinatari possibile. In tale direzione si sono mossi organi e iniziative dell’ultimo secolo. Per la drammaticità degli eventi che portarono alla sua nascita, si ricorda la “Lega degli scienziati atomici”. Nell’agosto del ’45 su Hiroshima e Nagasaki vennero sganciati due ordigni nucleari; nello stesso mese, uno scienziato del centro di ricerca di fisica nucleare di Los Alamos (USA) venne esposto, durante un esperimento, a quantità di radiazioni tali da provocarne la morte a seguito di atroci sofferenze. I suoi colleghi ne rimasero sconvolti, fondarono un’associazione a cui aderirono circa cento scienziati. Questi si impegnarono in un’opera di informazione e, facendo conoscere al pubblico gli orrori legati alla tecnologia dell’atomo, riuscirono a fare forti pressioni sui vertici dello stato americano.
Perché esista comunicazione, tanto tra specialisti in diversi settori quanto tra specialisti e grande pubblico, occorre fare una divulgazione di alto livello.
La seguente trattazione vuole proprio indagare la logica della comunicazione a carattere scientifico, cogliere i segreti di un buon prodotto divulgativo ed applicarli.
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[1] Questo è un problema sia etico che metodologico. Etico in quanto, affinché il prodotto risenta poco di ciò, si deve presupporre l’onestà del divulgatore. Metodologico perché è teoricamente risolvibile elaborando una teoria del metodo divulgativo, finalizzata alla realizzazione di opere trasparenti.
I. Comunicazione e linguaggio
Prima di calarsi nella questione della divulgazione scientifica, è bene rivedere i concetti cardine della comunicazione.
Di seguito si danno le definizioni dei suoi elementi fondanti.
L’oggetto della comunicazione è chiamato messaggio.
I soggetti della comunicazione appartengono a due categorie: il mittente, cioè colui che trasmette il messaggio, e il destinatario, ovvero colui che lo riceve.
Il messaggio viene trasmesso utilizzando un codice, ovvero un sistema di segni e regole che ne stabiliscono la combinazione. Il codice deve essere noto tanto al mittente quanto al destinatario.
Il mezzo fisico che permette il passaggio del messaggio è detto canale.
La realtà, concreta od astratta, cui si riferisce il messaggio, è detta referente (o contesto).
Una possibile elaborazione grafica dei rapporti tra tali componenti è questa:
Referente
Mittente, canale, messaggio, destinatario
Canale
Codice
Per meglio chiarire la natura di tali componenti si propone il seguente esempio.
Si sta tenendo una conferenza sulla teoria della relatività ristretta. Il relatore è il prof. Titius, il suo pubblico un gruppo di studenti. Un proiettore getta sulla parete la scritta E=mc2. Quello che il prof. Titius vuol dire è “massa ed energia sono grandezze fisiche equivalenti”.
Nella descrizione sopra
- “Massa ed energia sono grandezze fisiche equivalenti” è il messaggio.
- Il prof. Titius è l’emittente.
- Gli studenti sono i destinatari.
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- E=mc2 è un gruppo di segni.
- Il linguaggio fisico-matematico è il codice.
- Il proiettore e la parete sono il canale.
- La teoria della relatività ristretta è il referente.
In questo capitolo si effettuerà un’analisi chiarificatrice su una particolare tipologia di codice, la lingua, e sui canali ad essa associati. Più avanti si vedrà anche come la scelta del codice da usare sia strettamente legata alla sensibilità e alle propensioni del destinatario.
Ogni lingua è definita sistema di segni, in quanto gli elementi che la costituiscono non hanno significazione presi singolarmente, ma sono fra loro solidali, cioè il valore dell’uno non risulta che dalla presenza simultanea degli altri. (Saussure) La lingua non è un semplice insieme di segni, ma un sistema di relazioni, fatto di elementi legati l’uno all’altro, i quali si condizionano a vicenda.
Per spiegare ciò, il linguista Ferdinand de Saussure usava la metafora del gioco degli scacchi. Se si muove un singolo pezzo sulla scacchiera, l’equilibrio di tutto l’insieme si modifica e cambia anche l’andamento della partita.
Vediamo ora cos’è un segno dal punto di vista linguistico. Esso può con una certa efficacia essere definito come la combinazione di due componenti, il significante e il significato.
Il significante è la parte concreta, materiale del segno. Può essere una successione di suoni o di lettere, oppure un’elaborazione grafica o ideografica.
Il significato coincide col concetto a cui il segno rimanda.
Il legame tra significante e significato è certo convenzionale, cioè concordato tra i soggetti della comunicazione. Se esso sia anche puramente arbitrario oppure no rimane oggetto di un dibattito apparentemente irrisolvibile. (Cassirer)
In ogni caso tale vincolo non è nemmeno strettamente necessario, come testimonia il fatto che esista una pluralità di vocabolari, diversi per ogni lingua, come si vede nello schema sottostante.
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In ogni caso, è certo che un segno non si identifica con la realtà a cui fa riferimento. Esso è un prodotto della cultura, uno strumento che cambia in funzione dei bisogni e degli usi dei vari contesti in cui si sviluppa una lingua.
Questo è vero non solo per la lingua parlata ma, come ha cercato di sottolineare il pittore surrealista René Magritte, riguarda anche il linguaggio delle icone e della pittura[1].
Dato il vasto insieme di segni, a volte di significato simile, contenuti in una qualsiasi lingua, per comunicare il mittente deve operare una selezione di quelli più coerenti con ciò che vuole trasmettere. Perché il messaggio sia coerente e dotato di senso, egli deve poi attuare una combinazione dei segni.
Per esempio, dovendo descrivere a parole questa situazione:
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Possiamo scegliere, per soggetto, predicato ed oggetto, fra più termini affini:
- Un ragazzo un libro
- Legge
- Un giovane sfoglia un rotocalco
- Uno scolaro scorre
- Una ragazza un giornale
- Ecc. ecc. ecc.
E combinare in modi diversi le varie scelte:
- Un ragazzo un libro
- Legge
- Un giovane sfoglia un rotocalco
- Uno scolaro scorre
- Una ragazza un giornale
Alla fine diciamo “un ragazzo legge un libro”. Vediamo in base a cosa abbiamo stabilito che frase utilizzare. Si è scelto il maschile e generico un ragazzo, in quanto non ci sono segni specifici o chiari che mi indichino una ragazza; viene associato al verbo più comune legge, piuttosto che ai meno pensabili sfoglia o scorre; per lo stesso motivo preferisco libro a giornale o rotocalco.
La lingua mette a nostra disposizione un’ampia scelta di materiale. Questo è dato ordinatamente, diviso nella nostra memoria in classi organizzate per schemi (paradigmi) di ordine lessicale, fonologico e sintattico. Per esprimerci scegliamo segni dalle varie classi, dunque li combiniamo nella catena parlata o scritta, tenendo conto della connessione dei segni e del loro accordo morfologico (singolare o plurale, femminile o maschile).
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Graficamente, la risultante delle due operazioni può essere rappresentata come segue
Asse della combinazione
(o asse sintagmatico)
un ragazzo legge un libro
uno scolaro sfoglia un rotocalco asse della selezione
una ragazza scorre un giornale (o asse paradigmatico)
ecc. ecc. ecc.
La selezione può estendersi, sempre con gli stessi criteri, non alle parole di una singola proposizione, ma a quelle di tutte le proposizioni formulabili. In tal caso si adotta una lingua settoriale o sottocodice. Un sottocodice è composto in gran parte da tecnicismi, cioè da termini che si riferiscono ad una data realtà professionale. Esso può avere ulteriori suddivisioni, ad esempio lo stesso linguaggio può essere utilizzato secondo più registri. Un registro definisce lo stile a livello non solo a livello lessicale, ma anche morfologico e sintattico. I vari registri possono essere generalizzati in due macrocategorie, applicabili ad ogni linguaggio. Esiste un registro formale, caratterizzato da toni più alti, distaccati, da una sintassi più complessa e una terminologia più ricercata; c’è poi un registro informale, più spontaneo, immediato, sintatticamente più semplice e caratterizzato da un vocabolario più semplice. (Treré/Gallegati)
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[1] Per approfondire si veda l’opera “L’uso della parola 1” in appendice. Nel dipinto capeggia il disegno di una pipa, con sotto la didascalia, in apparente contraddizione con l’immagine, “Questa non è una pipa”. Magritte vuole chiarire che il significante (l’immagine) e il significato (l’oggetto che rappresenta) sono due cose diverse. La pittura, che ha il suo sistema di simboli, non può pretendere di riprodurre alcunché di reale. Al massimo, essa può far riflettere sulla natura del linguaggio, evidenziando che esso è una realtà separata dagli oggetti materiali.
II. Il linguaggio della scienza
1. Linguaggio e conoscenza [1]
Secondo il filosofo neokantiano Ernst Cassirer la caratteristica fondamentale e forse esclusiva del linguaggio umano è la sua struttura proposizionale. Esso non si limita a riferire le sensazioni che il soggetto prova (linguaggio emotivo), bensì descrive oggetti. Le componenti fondamentali del linguaggio proposizionale sono i simboli. I segni (o segnali) hanno un carattere puramente operativo (il fischio di un addestratore, che comunica un comando a un cane, è un segno), i simboli sono dotati in più di un carattere designativo e rappresentativo. I simboli non hanno una realtà materiale; non sono semplicemente usati per parlare, ma anche per pensare. Essi possono essere analizzati e composti, presentano una plasticità che permette di usarli come materiale per il processo immaginativo.
La scienza stessa si articola mediante dei simboli, analizzare il linguaggio della scienza equivale ad analizzare la concezione della realtà che esprime.
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Sarebbe un errore che pensare il linguaggio scientifico, dunque la stessa scienza, sia uno specchio esatto delle cose: un sistema simbolico è qualcosa che si pone fra il piano della sensazione e quello dell’azione, è la realtà quale noi ce la raffiguriamo. Esso segue un’evoluzione guidata dalle necessità della cultura e non può assumere una forma definitiva. (Cassirer)
Come abbiamo visto nel capitolo I, ogni codice è fatto di segni e di regole. Vediamo meglio come devono essere nel linguaggio scientifico.
2. Il lessico scientifico
Ogni nozione scientifica è fatta di affermazioni rigorose ed univoche. Per esprimere un tal tipo di sapere occorre un linguaggio in cui ogni segno rimandi in modo inequivocabile ad un solo oggetto dotato di proprietà note e definite.
Un linguaggio scientifico deve dunque avere una funzione referenziale: occorre un codice che permetta una descrizione puramente oggettiva dei fenomeni trattati. Questo non può coincidere con nessuna lingua comunemente parlata, poiché ognuna porta con sé il punto di vista parziale dell’insieme di soggetti che la parla. In ogni lingua comune le notazioni simboliche dei vocaboli sono infatti influenzate dalla cultura e dal contesto storico. Ad esempio, considerando le parole usate per indicare l’oggetto “luna” in latino ed in greco antico, emergono due modi completamente differenti di pensare all’astro[2]. Uno dei termini greci per “luna” è μήν (mèn), che significa anche “mese”. Il termine latino è invece luna, dalla stessa radice di lux, “luce”. Per i primi la luna era vista soprattutto in modo pragmatico, in base ai suoi cicli si potevano elaborare dei calendari; per i secondi l’aspetto preminente dell’astro era che fosse il più luminoso nel cielo notturno. (Cassirer)
La trattazione scientifica richiede una ridefinizione del lessico usuale. Bisogna, conoscendo i dati di cui si vuole parlare, dare ad essi un nome convenzionale. Ogni segno, fonico o grafico, deve essere associato rigorosamente ad uno ed un solo ente reale o astratto. Tale necessità era emersa già in tempi antichi, ne è un prezioso esempio il primo libro degli Elementi di Euclide, all’inizio del quale l’autore stabilisce con i suoi lettori il significato dei termini che andrà ad usare nel suo trattato.
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ιι εε υε υε
Σημε ον στιν, ο μέρος ο θεν. Punto è ciò che non ha parti.
η εεε ηι αε
Γραμμ δ μ κος πλατές. Linea è lunghezza senza larghezza.
ηι ε ιι
Γραμμ σ δ πέρατα σημε α. Estremi di una linea sono punti.
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Introduzione divulgazione scientifica, tesina
La seguente tesina di maturità tratta del tema della divulgazione scientifica.
La scienza è uno strumento prezioso per trovare le strategie adatte al fine di evitare danni irreparabili a cose e persone. Il problema è che non viene comunicata in modo estensivo. Il potere decisionale, oltre alle modalità di cui parla Diamond, può esprimersi direttamente sullo sviluppo della ricerca. Gli scienziati, per avere accesso alle strumentazioni più adeguate, devono cercare finanziamenti. Questi possono venire dall’industria come dalle associazioni di donatori (le cosiddette charities), in entrambi i casi chi fa ricerca deve convincere qualcuno a dargli fiducia e mezzi materiali. Comunicare la scienza, allora, significa anche far sopravvivere quei settori che devono essere sviluppati, dimostrando la loro utilità per chi vi investe.
Collegamenti
Divulgazione scientifica, tesina
- Filosofia - Ernst Cassirer, la filosofia delle forme simboliche; Howard Gardner, (psicologia), la teoria delle intelligenze multiple
- Fisica - la Teoria della Relatività Generale
- Greco - Euclide, Elementi
- Inglese - Edwin A. Abbott, Flatland
- Italiano - Primo Levi, Il Sistema Periodico
- Latino - Lucrezio, De Rerum Natura
- Scienze naturali - La placca della sonda Pioneer (geografia astronomica)
- Storia - La Lega degli Scienziati Atomici di Los Alamos
- Storia dell'arte - René Magritte, L'Uso della Parola I