Desiderio di evasione, tesina

Tesina per esame di stato sul desiderio di evasione. Film " Into the wild" a cui ho collegato pirandello in italiano, sartre in filosofia e magritte in storia dell'arte.

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E io lo dico a Skuola.net

INTRODUZIONE


Il percorso interdisciplinare che ho deciso di intraprendere interessa letteratura italiana, filosofia e storia dell’arte. Partendo da una mia visione della società odierna, ho voluto esaminare il bisogno dei giovani di fuggire dal contesto sociale e la loro grande difficoltà nel riconoscersi in esso. Da qui parte il desiderio di evasione.

Il termine evasione, dal latino tardo “evasio-onis”, in senso letterario indica l’atto di fuga da un luogo; viene usato in senso figurativo per indicare la liberazione da un ambiente, da una condizione morale o spirituale, o da un modo di vita, che siano divenuti insopportabili o siano causa di disagio e di sofferenza.

Il desiderio di affrontare questo tema è nato dal film “Into the wild” che ho avuto modo di vedere quest’anno e proprio questo film ha suscitato in me una particolare riflessione sulla società in cui vivo, una società descritta perfettamente dal protagonista del film.

In questo percorso tematico ho deciso di presentare e analizzare fondamentalmente due tipi di evasione: l’approdo a terre estreme, il ritorno alle origini dove si possa vivere con ciò che dona la natura, come nel caso del protagonista del film “Into the wild”; oppure l’approdo all’eccesso, a una vita sregolata, per sfuggire a restrizioni, come nel caso della Beat Generation.

PREMESSA


Spesso mi è capitato di soffermarmi ad analizzare la società in cui vivo e in modo particolare i riscontri che essa ha avuto e ha sui giovani.
Mi fermo e vedo una società che ha subito una perdita di valori, dovuta anche all’interazione tra fattori evolutivi quali sociali, culturali, economici e tecnologici che hanno cambiato il nostro modo di vivere, di pensare, di percepire il mondo e i rapporti interpersonali.
Vedo una “società liquida”, così l’ha definita il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman per spiegare il post-modernismo.
Una società priva di qualunque riferimento solido per l’uomo di oggi; una società caratterizzata da una profonda crisi dello Stato che, spesso, si macchia di corruzione: scompare l’entità che garantiva al singolo individuo la possibilità di risolvere le varie problematiche, la possibilità di arrivare al progresso; una crisi che ha portato alla profilazio ideologica e dei valori che permetteva all’individuo di sentirsi parte di una collettività in grado di soddisfare i suoi bisogni, una collettività e comunità che, entrando in crisi, fa emergere un individualismo sfrenato dove tutti sono visti come antagonisti.

Siamo approdati a un “soggettivismo” che ha indebolito la modernità, venendo a mancare punti di riferimento tutto si è dissolto in una sorta di liquidità che spinge l’uomo a una vita basata sul materialismo, sul consumismo, sulle apparenze e sulla moda che impediscono di esprimere la propria personalità.

Percepisco una società disgregata, dove non vi è più il solido valore della famiglia e del matrimonio; vedo ogni individuo alienato dal lavoro, alla continua ricerca del successo e del denaro: uniche cose che sembrano in grado di concedere all’uomo una qualche sensazione di appagamento. Conduciamo una vita frenetica che porta a non godere delle piccole gioie, andiamo avanti senza soffermarci sulle cose e disimparando a guardare ciò che ci circonda con quello stupore e quella meraviglia, tipico dello sguardo di un bambino.
Tutto questo ha portato molti di noi giovani a una visione statica della società, corrotta e impossibilitata al miglioramento. Mi ritrovo a far parte di una gioventù profondamente delusa, arrabbiata, sfiduciata, priva di punti di riferimento, caduta ormai in una profonda precarietà esistenziale.
Ecco perché i più tra i giovani si sentono di vivere attimo per attimo, senza “sprecare” tempo, conducono un’esistenza priva di razionalità, priva di restrizioni e soggetta al rifiuto delle regole e di valori etico-civili. Sentono il bisogno di evadere da questa società, alla ricerca di se stessi o di un posto che possa consentire pace, un posto dove non vengono “avvelenati dalla società”.

 

“INTO THE WILD”


È proprio questo il motivo per il quale il protagonista del film “Into the wild” fugge dalla società: non essere avvelenato da quest’ultima.

In questo adattamento cinematografico del bestseller di Jon Krakauer -Nelle terre estreme- Sean Penn ripercorre le tappe del viaggio di Christopher McCandless, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Un ragazzo, artefice dell’ardua impresa di allontanarsi dalla solita routine quotidiana, dall’apparente solidità e sicurezza che la vita sembra infonderci. Egli intraprende un viaggio avventuroso e “controcorrente” lungo il fiume Colorado che lo porterà dai campi di grano del South Dakota a Slab City, in California, e oltre. Fino ad approdare in un territorio selvaggio e disabitato dell’Alaska, dove rimarrà intrappolato in quanto, a seguito dello scioglimento dei ghiacciai, non potrà attraversare i fiumi che circondano la zona, ormai in piena.

Le vicende narrate nel film e nel libro sono frutto di un accorpamento di diversi documenti lasciati dal giovane e di interviste fatte a coloro che ebbero la fortuna di conoscere Christopher durante il suo utopico e unico viaggio. La narrazione non segue un percorso lineare, vi è l’alternarsi di momenti delle ultime settimane di vita a momenti della sua infanzia e adolescenza.

Chris era un ragazzo come gli altri: gli piaceva la vita nel college, le ragazze, la sua auto di seconda mano. Era uno studente e un figlio modello. Poi un giorno cambiò tutto. Decise di mettersi lo zaino in spalla e partire all’avventura, lasciando la sua casa e la sua famiglia. Ma non sarà un viaggio normale, sarà un viaggio alla ricerca di sé stesso sulla strada e nella natura, alla ricerca della propria identità; un viaggio che avrà come obiettivo quello di uccidere il falso essere interiore.
Un viaggio che porti alla libertà assoluta.

La sua crisi interiore nasce, probabilmente, dalla famiglia: una famiglia perfetta solo in apparenza, segnata da episodi di violenza domestica e dal bigamia del padre. Chris voleva estraniarsi da quel mondo fatto di astrazioni, false sicurezze, di genitori e consumismo che ti tagliano dalla verità della tua esistenza (Into the wild). I soldi e il potere, a cui tanto aspirava il padre, sono solo illusioni.

« C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo»
(Dalla lettera di McCandless scritta all'amico Ronald Franz)

PIRANDELLO: DISTRUZIONE DELL’INDENTITÀ

Il primo passo del percorso evasivo che intraprende Chris consiste nel cambiare il nome attribuitogli dai genitori. Diventare Alexander Supertramp (nome scelto da Christopher) significa rinascere, approdare a una nuova identità.
Perché, secondo Chris, cambiare nome segna l’inizio della ricerca della propria essenza interiore?
Perché il nome, sin dalla nascita, permette agli altri di identificarti, rinchiudendoti così in una “forma”; una forma non univoca, ma che varia a seconda dell’immagine che gli altri hanno di te. E, dunque, cambiare nome significa, per Chris, cambiare identità, liberarsi dalle diverse forme che gli altri gli hanno attribuito. Solo così Christopher potrà distruggere il falso essere interiore.

Tale percorso di distruzione rimanda a quello elaborato da Pirandello durante la sua produzione letteraria, fortemente influenzata dal contesto storico. L’autore siciliano, infatti, visse a cavallo tra la fine dell’800 e circa la prima metà del ‘900, periodo caratterizzato dal fallimento dell’ideologia risorgimentale; dal crollo del positivismo; dalla sfiducia nella ragione umana; dall’affermazione dei partiti totalitari come fasciamo e nazismo; dalla nascita della nuova città industriale dove l’uomo perde la propria individualità. Dunque Pirandello, come Chris, percepisce la realtà e la vita come “caos”; come un fluire continuo in cui esse non trovano una forma definita.
In questo continuo divenire si nasconde la vera gioia della vita.

“…il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso…Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale…”
(Dalla lettera di McCandless scritta all'amico Ronald Franz)

È antivitale pensare di poter chiudere l’essenza dell’individuo in una forma. L’uomo, però, vive in una perenne antitesi tra la consapevolezza di non poter vivere senza un forma precisa, perché questa gli permette di relazionarsi con la società e con gli altri individui; e un desiderio di liberarsi di questa forma attraverso la distruzione della propria identità e l’approdo al nulla.

Pirandello nel “ Il fu Mattia Pascal” presenta attraverso il protagonista una riflessione sull’identità che approderà alle estreme conseguenze in “Uno, nessuno e centomila”.
Mattia Pascal, bibliotecario del comune di Miragno, vive con sofferenza la sua forma di marito e di genero. Due avvenimenti voluti completamente dal caso, come la vincita dell’ingente somma di denaro al casinò e la convinzione da parte della moglie che il cadavere ritrovato nella gora del mulino del suo paese sia proprio lui, gli offrono l’opportunità di intraprendere una nuova vita senza più legami con il passato. Fu lui per primo ad approdare a una nuova identità, quella di Adriano Meis. Alla fine del romanzo comprende che questa nuova identità lo ha portato a non poter vivere all’interno della società in quanto dietro ad Adriano si nascondeva nessuno, un uomo senza un vissuto. Allo stesso tempo, però, è impossibile reincarnarsi nella forma precedente, perché sconvolgerebbe la nuova vita intrapresa dalla moglie. Egli è quindi costretto a vivere una vita nel limbo del non essere.

In “Uno, nessuno e centomila” Pirandello ha teorizzato la morte dell’individuo. Infatti, Vitangelo Moscarda riconosce che dietro la sua percezione di unicità dell’identità si sviluppano le centomila immagini tante quante sono le persone con cui si relaziona. Egli, quindi, rifiuta la convenzione sociale dell’apparire in una forma, si libera di queste centomila identità e riconosce che dietro di esse si cela il “nulla”. L’identità quindi non esiste e Vitangelo decide di abbandonarsi al flusso della vita, gustare il mondo allo stato nascente, darsi completamente alla natura; come fa Alexander Supertramp.

“C’è un piacere nei boschi senza sentieri, c’è un estasi sulla spiaggia desolata, c’è vita laddove nessuno si intromette, accanto al mare profondo e alla musica del suo sciabordare: non è ch’io ami di meno l’uomo, ma la Natura di più.”
(citazione di Byron all’inizio del film)

SARTRE

Dunque, i protagonisti di Pirandello prendono coscienza di essere ciò che non sono, in quanto l’identità dell’io è il nulla; egli in “la carriola” scrive: “pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato per raggiungere una forma; raggiuntala credono di aver conquistato la loro vita, e incominciano invece a morire.
…Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro…E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta, che mai non è stata mia…E ho NAUSEA, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io”

È proprio la nausea il sentimento che l’uomo percepisce, secondo Sartre, dinnanzi alla sua condizione esistenziale, dinnanzi alla negatività del suo stato, in quanto egli non sceglie di essere se stesso; il fatto di essere nel mondo è privo di ragioni e di scopi, perché questi vengono con l’essere, cioè con le cose del mondo.
Il soggetto del mondo non è l’uomo, ma il mondo stesso: le cose si presentano all’uomo impotente come cose autonome.

La coscienza dell’uomo è nulla perché essa non ha l’essere, non è determinabile e deducibile, non è conoscibile, ma è semplicemente una relazione con le cose. Non vedendo un senso in ciò che la circonda, la coscienza tende a nullificare il dato: tende a togliere il senso alle cose attribuendogliene uno proprio. Questo nullificare comporta la nausea, che subentra nel momento in cui ti rendi conto che tutto ciò che hai davanti non ha un senso.
La nausea è il sentimento che prova l’uomo costretto a vivere in un mondo con cui non ha nulla a che fare.


Secondo Sartre l’uomo non è nulla in sé, ma è ciò che è per sé e per gli altri: nessuno sa chi è in sé. Grazie all’immaginazione egli vive il presente come un progetto, cioè come un’anticipazione del futuro. L’uomo immagina, elabora, pensa e agisce, ma come riferimento non ha nessuna guida, nessun punto fisso, non solo non ci sono valori assoluti nel mondo, ma non ci sono valori oggettivi neppure dentro di noi.
L’identità dell’uomo come essere cosciente non è definita dalla sua realtà originaria, allo stesso modo in cui è definita l’identità delle cose. Infatti, ciascun uomo è ciò che decide di essere, avendo la possibilità di condurre vari tipi di vita e di darsi identità diverse; quindi l’uomo non è determinato a essere ciò che è ma è libero.

Questa è la “condanna” dell’uomo: la Libertà. Siamo liberi perché creiamo in ogni istante, progettiamo; il mondo è lo scenario in cui l’uomo crea. Ma non siamo liberi d’essere liberi, siamo condannati alla libertà, non possiamo non creare valori, non possiamo non creare, sarebbe come divenire nulla.
Noi siamo questo progettare, l’uomo è ciò che egli stesso si fa, ma non può farsi. Il suo essere è tutto da costruire e la vita coincide con questa costruzione; a essa non si sfugge, neppure abdicando alle scelte, dato che non scegliere, seguire passivamente il corso del mondo, è già una scelta.
Non riusciamo a non progettare, non riusciamo ad essere semplicemente il nulla che siamo.

Il senso profondo dell’esistenzialismo è l’impossibilità da parte dell’uomo di oltrepassare la soggettività umana. L’uomo si sceglie, ciascuno di noi si sceglie ma, scegliendo, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è un solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo un’immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere. L’immagine che attribuiamo a noi stessi è valida per tutti e per la nostra epoca. Attraverso questa immagine, l’uomo chiude se stesso e gli altri in una forma.


Portiamo la responsabilità di ciò che facciamo. Ma non abbiamo scelto noi di vivere, non abbiamo scelto noi di essere liberi.


BEAT GENERATION


Abbiamo visto come, secondo Sartre, le immagini e le scelte cui l’uomo approda, inevitabilmente condizionano tutti gli individui. Abbiamo visto come l’uomo cerchi di crearsi dei valori, secondo lui giusti, e quindi anche per tutti gli altri. Però le altre coscienze sentono che certe immagini non gli appartengono. Ho visto in queste immagini le convenzioni sociali cui tutti noi siamo costretti a sopportare, convenzioni che l’uomo accetta e prova a considerare giuste per il buon funzionamento della società. Ma da molti, tali convenzioni, sono viste come delle restrizioni per la propria libertà e per il manifestarsi del proprio essere.

Come già annunciato nell’introduzione, vi è un altro tipo di evasione oltre a quello intrapreso da Christopher; ossia quello dell’approdo a una vita sregolata, all’eccesso, a un’esistenza priva di razionalità.
Vi erano Gruppi di giovani che partivano senza niente, rifiutavano completamente il consumismo e il materialismo, erano padroni di sé stessi e della propria vita. Partivano alla scoperta dell’ignoto, senza mete e senza limiti. Assaporavano tutto ciò che di bello poteva capitargli: la natura, il viaggio, la strada, la sensazione di libertà, l’eternità. Il loro viaggio non aveva obbiettivi o particolari aspettative, erano guidati dal desiderio di godersi la vita che scaturiva da una profonda insoddisfazione. Erano i giovani della Beat Generation, la cosiddetta “gioventù bruciata”.
Quello della beat generation è un movimento storico, poetico, artistico e letterario, iniziato da giovani come Jack Keourac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, Norman Mailer e altri, nel periodo del dopoguerra, con l’intento di rivoluzionare la visione della cultura americana.

“Non è forse vero che si cominci a vivere da bambini innocenti che credono a tutto quello che succedono sotto il tetto paterno? Poi arriva il giorno in cui si capisce di essere sfiniti e infelici e poveri e ciechi e nudi, e con facce da spettri orridi e dolenti ci si incammina rabbrividendo lungo il sentiero da incubo della vita.”
Questo passo del libro “On the road”, manifesto della beat generation, di Jack Kerouac, pubblicato nel 1957, in cui lo scrittore racconta il suo percorso, i suoi viaggi e le sue prospettive, rappresenta il principale nemico con cui lui e suoi compagni combattevano: la cecità e l’impossibilità di vivere una vita determinata completamente da quello che erano e dalle loro azioni.
Jack e il suo amico Neal viaggiano alla ricerca di un’esperienza mistica. Il termine “beat” indica proprio tutto ciò che prepara a un’esperienza simile, indica ribellione e rifiuto delle norme imposte. I due giovani fuggono dall’America perbenista da cui si sentono soffocati, cercando di realizzarsi e di trovare sé stessi. “Beat” significa anche fuga dalla quotidianità e dalla noia derivata dall’immobilità.

Come gli hipster, anche i giovani beat si licenziarono dalla società, ma non vollero portare una nuova spiritualità, bensì porsi come nuovi modelli:
“Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte”.

Fino a qui la filosofia di vita e il metodo evasivo di questi giovani sembra essere in perfetta simbiosi con quello di Christopher McCandless.
Ma “beat” significa anche ben altro. Oltre ai significati sopracitati, può indicare perdizione; esperienza estetica estrema; sperimentazione di droghe e sessualità alternative. L’esperienza mistica è accompagnata dall’elemento visionario, che i giovani della Beat Generation ricercano nell’alcol e nell’uso di droghe, sia leggere ( marijuana e hashish ) sia sintetiche ( regina tra tutte la benzedrina ).
L’uso di queste sostanze non è dovuto dall’idea di distruzione, ma ha come obbiettivo quello di esplorare i lati nascosti del proprio inconscio e cercare frammenti del proprio io nelle cavità più nascoste nell’animo umano, attraverso la ricerca delle percezione ultima.

Il loro modo di cambiare le cose era cambiare se stessi e il loro stile di vita. Cambiavano riponendo i loro sogni e le loro speranze in valori come l’essenzialità e nel desiderio ascetico di volersi avvicinare all’intoccabile. La loro scelta era quella di vivere a pieno la vita, e ci riuscivano.
Erano capaci di dare un valore alle cose, di apprezzarle completamente, ma disprezzavano gli ordini prestabiliti.

Una cosa accomuna profondamente Chris e i giovani beat: il rifiuto di una vita razionale.

“Se ammetiamo che l’essere umano può essere controllato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere” (Into the wild)
MAGRITTE


Il rifiuto della razionalità sta alla base del movimento artistico-letterario del surrealismo, sorto in Francia dopo la prima guerra mondiale, che si proponeva di uscire dai rigidi schemi della ragione e dell’osservazione realistica dei fatti per cercare significati ulteriori e legami più autentici con la dimensione più profonda dell’io. La base comune a tutte le manifestazioni surrealiste è la critica radicale alla razionalità che non permette la libera espressione dell’inconscio e il raggiungimento della conoscenza della sur-realtà che è oltre la materialità. Il surrealismo di Magritte è molto diverso dal surrealismo onirico di Dalì in quanto si rivela più attinente alla realtà. Lo scopo di Magritte era la ricerca di quel senso e di quel mistero che a suo parere permeano l’universo e che l’uomo non riesce a cogliere in quanto limitato e rinchiuso nelle convenzioni sociali che lui stesso si è imposto .


“…In certi momenti non ero insensibile a un sentimento spontaneo che mi sorprendeva, precisamente quello di esistere senza conoscere la ragione del vivere e del morire. È questo sentimento che mi ha indotto a rompere con interessi d’ordine puramente estetico…” (Renè Magritte)


SULLA SOGLIA DELLA LIBERTÀ (1930)

In questo quadro il nucleo poetico è la riflessione, avviata da Magritte nei tardi anni Venti, sul rapporto esistente tra un oggetto e le sue rappresentazioni convenzionali nei diversi linguaggi, ionico e verbale. Per Magritte, “un oggetto non svolge mai la stessa funzione del suo nome e della sua immagine”; chi cerca significati simbolici “vuole qualcosa di sicuro cui aggrapparsi, per salvarsi dal vuoto…La mente ama ciò che è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto”.
L’uomo ha paura del non senso del mondo e della vita, cercando di rendere tutto comprensibile.
Quindi il senso del cannone in questo quadro è questo: liberare gli oggetti dalle immagini che vengono loro assegnate senza che vi sia un reale legame, e da questa rottura del vincolo tra oggetto e rappresentazione la mente dell’uomo si libererà finalmente dalle convenzioni e dal “senso comune”, che la stringono in una morsa, impedendogli di comprendere il mistero della vita.

“Il mistero della propria vita è parte integrante del più generale mistero del mondo” (René Magritte)
GIOVINEZZA (1924)


Questo quadro appartiene al periodo del Futurismo magrittiano, nuovo stile adottato essenzialmente per sfida al buon senso - e al cattivo gusto - borghese, che avrà un ruolo decisivo nella maturazione del suo pensiero: avviando quella riflessione sui rapporti “di un oggetto con la sua forma, e della sua forma apparente con ciò che essa ha di essenzialmente necessario per esistere”.

“Nel 1915 cercai di ritrovare la posizione che mi consentisse di vedere il mondo in un modo diverso da quello che mi si voleva imporre…Fu allora che, per un caso singolare, fu mi donato con un sorriso impietoso, senza dubbio con l’idea imbecille di farmi uno scherzo, il catalogo illustrato di una mostra di quadri futuristi. Ebbi così davanti agli occhi una sfida possente lanciata a quel buon senso che tanto mi irritava…” (René Magritte)


Ho introdotto il mio percorso tematico con una mia critica alla società contemporanea, ho analizzato brevemente la gioventù di oggi, ho citato la loro precarietà esistenziale, il loro non senso di appartenenza a questa società. Dopo aver analizzato il desiderio di evasione che si manifesta nel momento in cui ci si sente oppressi da convenzioni sociali e forme prestabilite, dopo aver esposto il probabile “non-senso” della vita e il mistero che l’avvolge, dopo aver analizzato il desiderio di rinunciare alla razionalità in quanto porta a “non vivere” e a vedere le cose secondo un significato prestabilito; sono giunta alla conclusione che i giovani di oggi non riescono a distaccarsi dalle convenzioni sociali e dalle “ forme” prestabilite dalla società, come possono essere la moda; il seguire determinati stili di vita e l’attribuire un’elevata importanza all’estetica.
Ma allo stesso tempo dicono di raggiungere l’evasione da questa società e dalle problematiche che essa comporta attraverso alcol, droga, sentendosi così in grado di abbattere ogni barriera del proibito. A parer mio non fanno altro che dimostrare di essere ulteriormente prigionieri di una forma di dipendenza, ormai diventata moda.

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