Andrea La Mantia
Liceo Paolo Frisi (Monza)
Classe 5aD
Anno scolastico 2007/2008
Apollo, Dioniso e la musica
Introduzione
“Nel canto e nella danza l’uomo si palesa come membro di una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è in procinto di volarsene via nell’aria. Nei suoi atteggiamenti parla la magia. E come frattanto gli animali ora parlano e la terra dà latte e miele, così anche da lui risuona qualcosa di soprannaturale: egli si sente come un dio, e ora egli stesso incede rapito e sublime, come vide in sogno incedere gli dèi. L’uomo non è più artista, è divenuto egli stesso opera d’arte” (Nietzsche, “La Nascita della Tragedia”).
La nascita della tragedia
La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica (Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik, 1872) è la prima opera matura di Friedrich Wilhelm Nietzsche, dedicata al musicista Richard Wagner. È un libro filosofico, filologico, e inoltre presenta una “metafisica da artisti”: a tale proposito riportiamo alcune frasi scritte dallo stesso Nietzsche nel “Saggio di un’autocritica”, prefazione che sostituì nell’edizione del 1886 la “Prefazione a Wagner” delle precedenti edizioni.
“Un libro per iniziati, quasi una “musica” per quelli che, battezzati alla musica, sono legati fin dal principio a comuni e peregrine esperienze artistiche; quasi un segno di riconoscimento per i fratelli in artibus: un libro orgoglioso ed entusiastico che fin da principio si tiene lontano dalle “persone colte” anche più che dal profanum vulgus”;
“ricorre sovente la tesi allusiva, che l’esistenza del mondo non si giustifica altrimenti che come fenomeno estetico”;
“un dio artista affatto istintivo e amorale, che nel costruire come nel distruggere, nel bene come nel male, intende uniformarsi al suo capriccio e alla propria gloria di dominio, e che, creando mondi, si libera dalle pastoie della pienezza e dell’esuberanza e dalla pena delle contraddizioni che in lui si avviluppano”;
“Tornerà forse come indecoroso il veder preso tanto sul serio un problema estetico, ove non siano in grado di riconoscere nell’arte nulla più che un piacevole superfluo, che un accompagnamento di sonagli alla “serietà dell’esistenza” cui si può ben rinunziare: quasi che poi nessuno sapesse cosa significhi, in questa contrapposizione, la “serietà dell’esistenza”.”
Il filosofo tedesco esamina in questa opera l’origine della tragedia greca, che egli individua nel solo coro ditirambico (il ditirambo era una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura; una danza collettiva eseguita in circolo da cinquanta danzatori incoronati da ghirlande, nella quale il solista rappresentava lo stesso Dioniso, mentre i coreuti lo accompagnavano con lamentazioni e canti di giubilo). Successivamente a questo vengono aggiunti gli attori e il dramma “vero e proprio”.
Egli osserva nell’arte greca (e in ogni successiva manifestazione artistica) la presenza di due istinti, l’apollineo e il dionisiaco. Egli parla talvolta di questi due spiriti in termini di “ottimismo” e “pessimismo” (da cui il sottotitolo dell’opera “ovvero grecità e pessimismo”).
La tragedia è nata dallo spirito dionisiaco, e ha raggiunto il suo massimo splendore quando i due impulsi risolvono il loro contrasto e sono presenti in eguale misura. In seguito, a partire dall’opera di Euripide, improntata a una sorta di naturalismo e influenzata fortemente dalle idee di Socrate (“il socratismo estetico, la cui legge sovrana suona a un dipresso così: “Per essere bello, tutto dev’essere intelligibile”; che è il principio parallelo all’aforisma socratico: “Solo chi sa è virtuoso”.”), la tragedia greca soffre un progressivo allontanarsi dell’originario spirito dionisiaco e un prevalere dell’apollineo (“chi potrebbe disconoscere nell’essenza della dialettica l’elemento ottimistico, che in ogni conclusione celebra la sua festa gioconda, e può respirare soltanto nella fredda chiarezza e consapevolezza”), e questo causa la sua “morte”: dopo Euripide essa è ridotta a un “epos drammatizzato: un dominio artistico apollineo, nel quale non è certamente dato di raggiungere l’effetto tragico”.
A proposito di Socrate
Nietzsche scrive queste parole: “Laddove in tutti gli uomini produttivi proprio l’istinto è la forza creativo-affermativa e la coscienza si rivela critica e dissuadente, in Socrate invece il critico è l’istinto e il creatore è la coscienza: una vera mostruosità per defectum!”.
Si narra che Socrate durante la sua prigionia vedesse di frequente in sogno un’apparizione, che lo ammoniva in tal modo: “Socrate, esercitati nella musica!”.
I due spiriti dell’arte
“Lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, nel modo medesimo come la generazione viene dalla dualità dei sessi in continua contesa tra loro e in riconciliazione meramente periodica.”
“Nel mondo greco esiste un enorme contrasto, enorme per l’origine e per il fine, tra l’arte plastica, quella di Apollo, e l’arte non figurativa della musica, che è propriamente quella di Dioniso.”
Apollineo
Apollo, dio olimpico della divinazione, delle arti e delle scienze, soprattutto della musica e della medicina; dio del castigo, protettore della flora, degli armenti, delle case e dei loro abitanti; anche dio del sole; bel giovane, figlio di Zeus e di Leto o Latona, fratello gemello di Artemide.
Presenta spesso tratti assai crudeli. Ciò è in relazione con il compito assegnatogli da suo padre Zeus: il dio infatti doveva punire le azioni ingiuste compiute dagli umani e garantire la giustizia.
Le qualità attribuite ad Apollo come dio delle belle arti e specialmente della musica e della poesia sono legate alla predilezione di Apollo per la lira e al suo insegnamento di musica e poesia impartito alle Muse sui monti Parnasso ed Elicona presso Delfi.
La tradizione vuole che Apollo abbia avuto un’incredibile quantità di rapporti amorosi infelici. Fu considerato il più nobile fra gli dèi olimpici e anche quello dotato del carattere più esemplare: egli infatti incarnava la bellezza, il dominio di sé, la moderazione e l’armonia, e si contrapponeva al male e all’ingiustizia.
Pare che la musica di Apollo eccitasse gli dèi olimpici. In scultura, a partire dal IV secolo a.C. Apollo incarnò (accanto a Dioniso e a Ermes) la quintessenza della giovane bellezza maschile (il cui corrispondente femminile è Afrodite).
Gli attributi del dio sono la lira, l’arco e le frecce, e talvolta anche il treppiede, l’onfalo (un oggetto simbolico che contrassegnava un luogo sacro, emblema del “centro del mondo”, il metafisico punto immobile dal quale la realtà si manifesta; il più famoso era quello del tempio di Apollo, a Delfi, rappresentato da un cono di marmo) e il grifone (un uccello sacro).
Le statue di Apollo hanno un corpo slanciato e maschile, ma talvolta presentano tratti quasi femminei.
Apollineo è per Nietzsche il mondo del sogno. “La bella parvenza dei mondi del sogno, nella cui creazione ogni uomo è perfetto artista, è il presupposto di ogni arte figurativa”.
Il suo primo “ingenuo” cantore è stato Omero. In sogno l’uomo gode di un mondo perfetto, ordinato, tutto ha un fine e un perché; tuttavia, anche nella massima intensità del sogno, in fondo sentiamo che esso è solo apparenza.
Il sogno è insomma una bella illusione, ma pure sempre un’illusione. Il sogno ha pertanto un limite (che può essere assimilato al velo di Maia di cui ci parla Schopenhauer): “quella linea sottile, che l’immagine sognata non può oltrepassare senza avere effetto patologico; altrimenti l’apparenza ci ingannerebbe come una realtà grossolana: quel senso adeguato del limite, quella immunità dalle commozioni sfrenate, quella sapiente pacatezza del dio delle forme.
L’occhio di lui, conformemente all’origine, dev’essere “sereno come il sole”; anche quando si adira e guarda accigliato, splende intorno a lui la santità della bella apparenza.”
Dionisiaco
Dioniso, dio del vino, della fertilità e dell’estasi; figlio di Zeus e Semele. Nei suoi lontani viaggi che lo portarono fino in India, Dioniso era accompagnato dalle Menadi o Baccanti.
Queste “donne invasate” prendevano parte a riunioni e riti misteriosi (thiasos) in onore della loro divinità: si abbandonavano all’ekstasis (cioè all’uscire fuori di sé) che Dioniso infondeva e raggiungevano lo stato di enthusiasmos (l’essere pieno di Dio) per mezzo di danze selvagge.
Come segno della loro appartenenza a Dioniso ne portavano l’attributo, il tirso, un bastone con avviluppate edera e vite. Del seguito di Dioniso facevano inoltre parte i Satiri e i Sileni, tra i quali si distingueva soprattutto Sileno, educatore di Dioniso.
Dioniso doveva spesso scontrarsi sia con il disprezzo e il dubbio circa la sua origine divina (le sorelle di Semele – Ino, Agave e Autonoe – dopo la sua morte sparsero la voce che ella si sarebbe soltanto vantata di essere l’amante di Zeus, mentre viceversa ella avrebbe avuto soltanto una relazione con un mortale), sia con l’opposizione al suo culto orgiastico.
Il re tracio Licurgo lo cacciò dal suo regno e il dio cercò rifugio in mare presso Teti. La storia più conosciuta sul tema dell’avversione a Dioniso è la trama della tragedia di Euripide, Le Baccanti, il quale insiste molto sulla pericolosità dell’estasi e della seduzione esercitata dai misteri.
Nell’arte figurativa l’immagine di Dioniso è talvolta quella di un uomo autorevole, alto, vestito e con la barba, talaltra quella di un fanciullo nudo, effeminato, in certi casi ubriaco.
Anche in questo si constata la contrapposizione con Apollo, il dio della misura e della ragione, il quale appare invece giovane, atletico e fiero. Dioniso è in mezzo a tralci di vite o di edera, ha con sé il tirso, un calice di vino in mano, è vestito con una pelliccia di pantera sulle spalle e ha accanto gli animali a lui consacrati (la pantera e la capra).
Dionisiaco è per Nietzsche il mondo dell’ebbrezza. È l’impulso profondo e primordiale della natura, che mette l’uomo in grado di percepirne i misteri più profondi e terribili, e di diventare tutt’uno con essa. È disordine, caos, estasi.
“Il mostruoso orrore da cui l’uomo è assalito, quando d’improvviso perda la fiducia nelle forme conoscitive del fenomeno, per il fatto che il principio di causa sembra che in taluna delle sue manifestazioni soffra eccezione.
Se accanto a questo orrore poniamo il rapimento gioioso, che per l’infrangersi stesso del principium individuationis sale dal fondo intimo dell’uomo, anzi dalla natura, noi ci formiamo un’idea dell’essenza del dionisiaco, che ci è resa anche più accessibile mercè il paragone con l’ebbrezza.
Quei commovimenti dionisiaci, che crescendo sommergono in completo oblio il senso soggettivo, sorgono o per effetto delle bevande narcotiche, delle quali tutti gli uomini e i popoli primitivi parlano in termini ditirambici, oppure per la potenza della primavera, il cui approssimarsi compenetra di allegrezza l’intera natura.”
“Ma in verità l’eroe è il Dioniso sofferente dei misteri, è il dio che prova su di sé i dolori dell’individuazione, il dio di cui i miti meravigliosi raccontano, che fanciullo fu fatto a pezzi dai titani, e in quello stato lo adorarono con il nome di Zagreo: donde si fa capire che codesto smembramento, in cui consiste la vera e propria passione di Dioniso, è semplicemente la trasformazione in aria, acqua, terra e fuoco; e che dunque dovremmo considerare lo stato dell’individuazione come la fonte e la causa originaria di tutto il patire, come alcunché di rifiutabile per se stesso.
Dal riso di codesto Dioniso sono nati gli stessi dèi olimpici, dal pianto gli uomini. Durante la sua esistenza di dio fatto in pezzi Dioniso ha la duplice natura di un feroce demone selvaggio e di un mite e clemente dominatore.”
Il primo poeta dionisiaco fu Archiloco.
Il loro contrasto e la loro conciliazione
Come è possibile che all’interno di una stessa civiltà (addirittura all’interno di una stessa opera d’arte) convivano due impulsi tanto diversi, opposti?
Da una parte abbiamo gli dèi dell’Olimpo, di derivazione apollinea, i quali sono nientemeno che un’esaltazione della vita (“ottimismo”, “serenità greca”): “Nulla in loro sa di ascesi, di spiritualità, di moralità: presso di loro non altro ci parla che una lussureggiante, una trionfale esistenza, nella quale ogni cosa è deificata, non importa se buona o cattiva.”
Dall’altra abbiamo la saggezza popolare, la diffidenza verso la forza titanica della natura, in una parola “tutta quella filosofia del dio silvestre insieme coi suoi esempi mitici”.
Dice il saggio Sileno al re Mida che lo implorava di rivelargli quale fosse per gli uomini la cosa migliore:
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Apollo, dioniso e la musica
Autore: Andrea La mantia
Descrizione: analisi di varie espressioni dell'arte musicale in relazione a concetti espressi dal filosofo nietzsche e idee personali
Materie trattate: filosofia, musica
Area: umanistica
Sommario: Introduzione "Nel canto e nella danza l'uomo si palesa come membro di una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è in procinto di volarsene via nell'aria. Nei suoi atteggiamenti parla la magia. E come frattanto gli animali ora parlano e la terra dà latte e miele, così anche da lui risuona qualcosa di soprannaturale: egli si sente come un dio, e ora egli stesso incede rapito e sublime, come vide in sogno incedere gli dèi. L'uomo non è più artista, è divenuto egli stesso opera d'arte" (Nietzsche, "La Nascita della Tragedia") La Nascita della tragedia La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica (Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik, 1872) è la prima opera matura di Friedrich Wilhelm Nietzsche, dedicata al musicista Richard Wagner. É un libro filosofico, filologico, e inoltre presenta una "metafisica da artisti": a tale proposito riportiamo alcune frasi scritte dallo stesso Nietzsche nel "Saggio di un'autocritica", prefazione che sostituì nell'edizione del 1886 la "Prefazione a Wagner" delle precedenti edizioni. "Un libro per iniziati, quasi una "musica" per quelli che, battezzati alla musica, sono legati fin dal principio a comuni e peregrine esperienze artistiche; quasi un segno di riconoscimento per i fratelli in artibus: un libro orgoglioso ed entusiastico che fin da principio si tiene lontano dalle "persone colte" anche più che dal profanum vulgus"; "ricorre sovente la tesi allusiva, che l'esistenza del mondo non si giustifica altrimenti che come fenomeno estetico"; "un dio artista affatto istintivo e amorale, che nel costruire come nel distruggere, nel bene come nel male, intende uniformarsi al suo capriccio e alla propria gloria di dominio, e che, creando mondi, si libera dalle pastoie della pienezza e dell'esuberanza e dalla pena delle contraddizioni che in lui si avviluppano"; "Tornerà forse come indecoroso il veder preso tanto sul serio un problema estetico, ove non siano in grado di riconoscere nell'arte nulla più che un piacevole superfluo, che un accompagnamento di sonagli alla "serietà dell'esistenza" cui si può ben rinunziare: quasi che poi nessuno sapesse cosa significhi, in questa contrapposizione, la "serietà dell'esistenza"." Il filosofo tedesco esamina in questa opera l'origine della tragedia greca, che egli individua nel solo coro ditirambico (il ditirambo era una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura; una danza collettiva eseguita in