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Capitolo VIII dei Promessi Sposi


L'ottavo capitolo del romanzo si sviluppa in quattro macrosequenze che avvengono in contemporanea.

La prima racconta il tentativo del matrimonio a sorpresa che viene fatto fallire dall'improvvisa reazione di Don Abbondio.

Don Abbondio si trovava in una stanza del piano superiore, seduto su un seggiola a leggere un libro. Il prete era solito leggere un poco ogni giorno ma in modo totalmente casuale e solo allo scopo di acculturarsi. In quel momento stava recitando con molta enfasi un discorso di elogio in onore di San Carlo, ossia un arcivescovo cattolico molto importante poichè nel 1500 guidò la controriforma (restaurazione e riaffermazione dei valori della spiritualità cattolica in concorrenza con il luteranesimo e gli altri movimenti riformatori, operate dalla Chiesa di Roma dopo il concilio di Trento (1545-1563).

All'interno di questo panegirico compariva il nome Archimede, personaggio che il curato conosceva bene perché non occorreva essere dotti per sapere chi fosse, al contrario, quando durante la lettura incontrò il nome Carneade, il prete iniziò a domandarsi chi fosse questo tale.

Ai nostri giorni Carneade è conosciuto e spesso nominato come sinonimo di persona poco nota, sconosciuta.

Ad un certo punto Perpetua entrò nella stanza per avvertire Don Abbondio dell'arrivo di Tonio e il prete si infastidì per l'interruzione e si domandò perché il ragazzo si fosse presentato ad un'ora simile ma, nonostante il sospetto, ordinò comunque alla serva di farlo entrare perché voleva cogliere la palla al balzo.

Così la donna aprì l'uscio e fece entrare Tonio e Gervaso, si fece avanti anche Agnese che stimolò la curiosità di Perpetua raccontandole dei pettegolezzi per distrarla e, così facendo, riuscì ad allontanarla dalla canonica.

Intanto anche Lucia e Renzo erano riusciti ad entrare di soppiatto e stavano aspettando il segnale dei due fratelli per penetrare nella stanza e celebrare il matrimonio.

La ragazza era terrorizzata e se non fosse stato per Renzo che l'aveva rassicurata stringendole il braccio lei non sarebbe neanche stata in grado di muoversi. Questo è sintomo che lei stava perdendo la sua sicurezza e la sua fermezza.

Nel frattempo, mentre Don Abbondio era impegnato a scrivere, i due fratelli fecero segno ai due sposi di venire dentro.

Quando i due entrarono, Renzo riuscì a dire tutta la formula mentre Lucia non riuscì pronunciare due parole che Don Abbondio, stavolta pronto a reagire, le scaraventò addosso un tappeto impedendo così a Lucia di proferire parola.

In quell'episodio Lucia parve del tutto smarrita, rimase pietrificata e incapace di reagire. Don Abbondio, in preda al panico si rinchiuse in una stanza vicina, aprì la finestra e gridò, così mentre il curato era intento a chiamare aiuto i due promessi sposi si diedero alla fuga insieme ai testimoni.

Nel bel mezzo della scena il narratore interviene direttamente per spiegare che all'epoca era veramente difficile distinguere l'oppresso dall'oppressore poiché regnava l'ingiustizia. Per esempio in questo caso sembrava quasi che la vittima fosse il prete e che i due sposi i sopraffattori della situazione, mentre in realtà non era affatto così.

Non appena il sagrestano Ambrogio udì le grida di Don Abbondio accorse a suonare le campane a martello per avvertire il popolo di un pericolo. Così tutti i cittadini si scompigliarono e si precipitarono in piazza.

Un altro intervento metanarrativo fa si che la scena si concentri sull'episodio del tentato rapimento di Lucia da parte dei bravi, accaduto prima dei gravi rintocchi. I delinquenti erano guidati dal Griso, il quale si era camuffato da mendicante per chiedere ospitalità a casa Mondella. Il piano però fallì dato che la preda non si trovava in casa.

Intanto Menico, un ragazzino mandato da padre Cristoforo perché dicesse a Renzo e le donne di recarsi al convento, trovò i bravi a casa di Agnese i quali iniziarono a minacciarlo. Il fanciullo cacciò un urlo e ad un certo punto le campane iniziarono a suonare a martello. (ripetizione)

Ciò indica una simultaneità dei vari eventi che avviene tramite la tecnica del montaggio alternato , che consiste appunto nel collegare le varie scene mediante un intervento diretto del narratore.

Menico riuscì a scappare quando i bravi avevano iniziato ad angosciarsi dal momento che pensavano li avessero scoperti. Segue una similitudine in cui il Griso viene paragonato ad un cane perchè nonostante la situazione difficile non si fece prendere dal panico e riuscì a tenere unito il gruppo, evitando che tutti si dileguassero, se la dessero a gambe.

Un altro intervento del narratore focalizza la scena su Agnese e Perpetua. Non appena la domestica percepì le urla del prete iniziò a correre verso casa mentre Agnese cercava di frenarla. Nel frattempo dalla canonica stavano arrivando i due sposi e i testimoni che correvano e Renzo ordinò di avviarsi verso casa al sicuro. Fatto sta che incontrarono Menico che veniva da casa Mondella, e ordinò ai due promessi sposi di dirigersi verso il convento di Padre Cristoforo il prima possibile. Lucia ancora una volta di dimostrò smarrita mentre Renzo sembrava essere la persona più risoluta malgrado la spiacevole situazione.

Decisero di incamminarsi immediatamente verso il frate.

Gli abitanti, al suono delle campane accorsero in piazza e chiesero a don Abbondio che si era affacciato alla finestra cosa era accaduto. Lui mentì dicendo che erano stati dei delinquenti poiché non poteva dire la verità.

In seguito giunse un uomo il quale avvertì la folla che a casa di Agnese Mondella aveva avvistato gente armata e allora tutti si diressero lì per scacciare gli invasori. Quando gli abitanti videro che non c'era nessuno iniziarono a pensare che i bravi le avessero rapite così alcuni di loro proposero di andare cercare i criminali. Qualcuno però, iniziò a spargere la voce che le due erano riuscite a mettersi in salvo in un'altra dimora e così ognuno tornò a casa sua.

Segue poi una microsequenza in cui vengono anticipati dei fatti che accadranno la mattina seguente. Il console, che stava in mezzo alla folla la notte precedente, stava vangando il terreno, quando vennero due uomini dall'aspetto vigoroso che gli intimarono di non denunciare i fatti avvenuti la nottata precedente al podestà se lui aveva ancora cara la speranza di morire di malattia.

Ancora una volta la scena cambia e il narratore riprende a raccontare i fatti che stavano accadendo la notte degli imbrogli. Nuovamente si ripetono i rintocchi delle campane, e i tre fuggiaschi congedano Menico e si dirigono verso il convento.

Durante il cammino Lucia si stringeva al braccio della madre per evitare qualsiasi tipo di contatto con Renzo, che più volte si era offerto di aiutarla nei tratti più difficoltosi del percorso. Lei si vergognava tanto perché le pareva di essere entrata troppo in familiarità col suo futuro coniuge quando ancora non si erano sposati.

Arrivati al convento, padre Cristoforo li fece entrare mentre fra' Fazio, il sagrestano, lo prese da una parte e gli disse che non era una buona idea far entrare nel convento delle donne e per giunta di notte poiché andava contro la consuetudine del tempo. Il frate lo fece tacere pronunciando una frase latina, ossia “Omnia munda mundis” che vuol dire “tutte le cose pure sono per i puri”. Padre Cristoforo si era dimenticato che l'altro non capiva il latino ma solo il fatto di aver proferito tali parole lo rese superiore e dissipò ogni contraddizione del sagrestano.

Dopo ciò, Padre Cristoforo disse a Lucia, Agnese e Renzo di allontanarsi dalla città di Lecco dal momento che non vivevano più al sicuro e di prendere strade diverse: le donne si sarebbero dovute dirigere verso un convento situato in una città non troppo lontana invece Renzo si sarebbe recato a Milano con una lettera per il padre Bonaventura da Lodi.

Ciò premesso, il frate indicò loro dove si trovava la barca che li avrebbe trasportati verso le varie destinazioni.

Prima di partire il frate propose di pregare tutti insieme il Signore, così si inginocchiarono in mezzo alla chiesa e il padre invocò la misericordia divina per don rodrigo affinché gli fossero concessi tutti i beni che loro stessi potevano desiderare.

Quindi mentre qualsiasi altra persona, giunta al punto di allontanarsi dalla sua terra per sfuggire dalle grinfie di un malfattore, avrebbe solo nutrito odio nei suoi confronti, il frate chiese che Don Rodrigo fosse perdonato forse perché lui stesso aveva commesso un grande peccato nella sua vita.

Dopo quest'ultima preghiera si avviarono verso la barca e salirono. Lucia si trovava seduta nel fondo della barca e, mentre piangeva coprendosi il volto, le sovvennero un sacco di pensieri. (Il narratore passa la parola ai pensieri di Lucia in modo implicito-la sequenza è caratterizzata da un tono elevato e quasi poetico anche se in realtà è in prosa)

Molti delle riflessioni si riferivano ai luoghi dove lei aveva trascorso la sua vita, come i monti e il rumore dei torrenti paragonato alle voci dei suoi familiari.

La ragazza si sentiva afflitta da questa costrizione in quanto non era pronta ad abbandonare la sua terra e tutti i suoi cari.

D'altro canto pareva quasi che Lucia fosse irritata dal fatto che esistono persone le quali lasciano quei luoghi volutamente per andare a cercare fortuna altrove, mentre lei, che non aveva mai desiderato niente di tutto ciò, era obbligata a lasciare le sue radici.

Inoltre, la ragazza malinconica salutò la sua casa nativa, quella di Renzo , dove un giorno voleva convivere con suo marito e da ultima la chiesa che sempre la rasserenava con i canti della domenica.

In mezzo a tutto questo avvilimento emerge un pensiero che porta un messaggio di speranza e dice che Dio non sconvolge mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più grande.

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