Fabrizio Del Dongo
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Indice

  1. Sequenze narrative del capitolo
  2. Introduzione
  3. L’Innominato decide di incontrare il Cardinale
  4. L’Innominato passa a far visita a Lucia
  5. L’Innominato attende di essere ricevuto dal Cardinale
  6. Presentazione di Federigo Borromeo
  7. Il ridimensionamento della vita di Federigo

Sequenze narrative del capitolo

• L’Innominato decide di recarsi dal Cardinale Borromeo
• La vita del Cardinale
• Il cardinale prende l’abito ecclesiastico (1595)
• Nomina del Cardinale a vescovo di Milano (11595)
• Fondazione della Biblioteca Ambrosiana
• Esemplificazione della carità del cardinale
• Il cardinale come uomo di cultura

Introduzione

Sull’incontro dell’Innominato con il cardinale Federigo Borromeo si concentrano le attese del lettore; ma prima che il nuovo personaggio entri in scena, si sviluppa, fino al termine del capitolo, una lunga disgressione con la tecnica del flashback, che fornisce le notizie storiche necessarie ed offre una pausa rasserenante, utile all’equilibrio del racconto. Si può anche aggiungere che il Cardinale ha un duplice ruolo: protagonista e documentazione storica.

L’Innominato decide di incontrare il Cardinale

All’inizio del capitolo, accennando alla nottata in cui la sua coscienza ha subito i tormenti più atroci, saputo da un bravo che il giorno prima il Cardinale Borromeo era venuto a far visita al paese, l’Innominato decide di incontrarsi con il prelato. La decisione viene presa rapidamente e in modo confuso. Lo scrittore dà un risalto particolare alle armi che l’uomo porta con sé: la pistola, una seconda pistola, il pugnale, la carabina. Esse, se da un lato ci possono evocare l’aspetto dei bravi del capitolo I, come minacciosi emblemi della violenza dei tempi, dall’altro, l’arsenale che l’Innominato porta con sé è il segno del persistere dell’uomo “vecchio”. Possiamo, a tal proposito, anticipare che, nel cap. XXIX, l’uomo, invece, rinuncerà ad uscire armato.

L’Innominato passa a far visita a Lucia

Prima di lasciare il castello, l’Innominato passa a fare visita a Lucia. La ragazza se ne sta tutta rannicchiata in un angolo della stanza e la vecchia custode riferisce che non ha voluto toccare cibo. L’uomo lascia un messaggio rassicurante, che la vecchia non comprende (crede che Lucia sia una principessa), ma che annuncia l’uomo nuovo che egli sta diventando ( “Quando si sveglierà dille che io….. che il padrone è partito per poco tempo, che tornerà, e che….. farà tutto quello che vorrà”). Detto questo, l’Innominato scende a valle di corsa. Anche questo dettaglio non è senza significato: l’Innominato non domina più dall’alto del suo castello, ma percorre velocemente la strada del suo “abbassarsi” con lo stesso vigore dei gesti precedenti.

L’Innominato attende di essere ricevuto dal Cardinale

La presenza del signorotto fra la folla, alla ricerca del Cardinale, crea curiosità, bisbigli e comportamenti dettati dalla paura, soprattutto fra il clero che costituisce il seguito del prelato. Il ritratto del sacerdote che si incarica di vedere se Federigo Borromeo può ricevere l’Innominato ha un aspetto comico, con tutti suoi balbettii e ci ricorda Don Abbondio: evidentemente questa era la norma per molti ecclesiastici quando si trovavo di fronte ad un uomo di potere politico e civile non indifferente

Presentazione di Federigo Borromeo

Il Manzoni ce lo presenta in antitesi rispetto all’atmosfera caratterizzante il Seicento., come colui che si rifiuta di conformarsi al proprio secolo. Si tratta di un personaggio che sembra uscire dalla cornice del XVII secolo e preannunciare la fioritura intellettuale del secolo successivo. In lui, si conferma il giudizio negativo del narratore sull’ “età sudicia e sfarzosa”, ma rappresenta anche qualcosa di più, cioè un tipo di umanità in grado di opporsi non solo alla violenza e all’ignoranza del secolo, ma anche alle contraddizioni che la storia ci ha tramandato. Pertanto, il cardinale, annunciato come figura positiva, è un personaggio storico, con il ruolo di sostenitore degli oppressi, ma anche l’emblema dell’imitazione di Gesù Cristo. Ecco perché, al tono della disgressione storica si mescola il registro dell’elogio sacro e della riflessione morale.

Il personaggio è descritto attraverso le osservazioni degli altri: introdotto sulla scena dalla voce della folla, è presentato al lettore dai giudizi del popolo e dalle testimonianze dei cronisti e dei biografi. Su di lui, si imbastisce anche, al termine della disgressione, un dibattito fra il narratore e un ipotetico obiettore. Federico è insomma argomento di voci e spunto di ipotesi che lasciano intatto il segreto di quella insolita ricchezza morale: osservato con stima, è portato al centro di un moderno “exemplum” di sacro, un modello di intelligente e moderna santità. Mentre la vita di Ludovico, nel capito IV, era soprattutto un racconto, nella sua duplice vicenda di degradazione e di riscatto, con scene dialogate, secondo lo schema di certe vite di santi o “fioretti” di intonazione popolare, qui, invece, prevale la riflessione, senza colpi di scena né dialoghi, in un regolare succedersi di testimonianze storiche e osservazioni morali, che richiamano piuttosto all’oratoria sacra più alta che prende come esempio le Orazioni funebri di Bossuet.
Tuttavia, la realtà storica riconduce al concreto la solennità dell’orazione: le citazioni bibliche, esplicite nelle pagine di Bossuet, sono state qui assorbite nelle azioni del personaggio che si fa umile servitore, soccorre i poveri e accoglie i bambini. La verità dei fatti non fa poi dimenticare le gravi ombre che accompagnarono le virtù di Federigo, e che emergono al termine del ritratto: al narratore, come lui stesso afferma, non interessa l’orazione funebre, ma la vita.

Il ridimensionamento della vita di Federigo

Il ritratto morale del cardinale visto come il buon pastore evangelico viene anche ridimensionato nei contorni reali dell’uomo: straordinario, ma non immune da gravi difetti, Infatti, egli condivise i tragici pregiudizi del suo tempo contro gli eretici e contro le “streghe” e, più avanti nel romanzo, si verrà a conoscere anche la sua posizione nei confronti degli untori, ritenuti responsabili della peste. Lo scrittore cerca di giustificarlo, in modo piuttosto debole, sostenendo che si era trattato di errori del suo tempo invece che suoi, ignorando così che la responsabilità di simili atti è sempre personale e comunque non può essere mai cancellata dai pregiudizi collettivi

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