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Capitolo XIII

Il vicario di provvisione sente la folla arrivare senza poter fare qualcosa per salvarsi, aiutato dai servi, si rifugia in uno stanzino. Alcuni tentano di entrare per ucciderlo e tutto sotto gli occhi dei soldati spagnoli che non osano muoversi. Renzo, che si trova nel tumulto distruttivo, si propone ad aiutare il povero vicario. La forza pubblica non riesce ad intervenire e l'assalto diviene più violento. Renzo rischia di essere aggredito dai cittadini infuriati che credono sia un servo del vicario. Arriva il consigliere Antonio Ferrer che tenta di placare la sommossa. I moderati, che si oppongono ad una giustizia sommaria a cui si unisce Renzo, aiutano Ferrer a spargono la voce che avrebbe imprigionato il vicario. Renzo decide di aiutare Ferrer poiché ricorda la sua firma sulla grida che gli fece leggere l'avvocato Azzecca Garbugli ignaro delle vere origini di Renzo. Nella folla si creano due fazioni: chi è contro o favorevole all’intervento di Ferrer. Renzo si convince di aver stretto amicizia con Ferrer per il suo lavoro. Pedro, il cocchiere di Ferrer, si fa spazio tra la folla con la carrozza riuscendo ad arrivare al palazzo del vicario. Ferrer fa salire a bardo il vicario tramortito. Promette di far arrestare il vicario e di diminuire il prezzo del pane, ma il narratore sa bene che sono promesse false nei cittadini entusiasti. Intanto Ferrer, con lo spagnolo, lingua che comprendono soltanto lui e il vicario, lo rassicura. La strada del ritorno è più agevole ma il cancelliere è turbato dalle ansie politiche. Il vicario, invece, molto spaventato, annuncia di volersi ritirare in una grotta.

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