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Personaggi Promessi sposi - Il conte zio
Il conte zio è un personaggio secondario, cui tuttavia la sottile vena ironica del Manzoni, unita alla sua infallibile capacità di mettere a fuoco le debolezze umane, ha saputo dare una caratterizzazione eccezionalmente viva e precisa, tenuto conto anche delle poche pagine dedicate a questo personaggio. Più che descritto, questi è quasi esclusivamente rappresentato in azione, protagonista di due dialoghi che hanno una notevole importanza quali nodi di intreccio del complesso sviluppo narrativo del romanzo. Il primo colloquio, quello del conte zio col nipote Attilio, ci rivela già appieno l'aspetto peculiare della personalità del conte: la vanità. Si tratta di una vanità smisurata per la propria posizione sociale, il proprio casato, il proprio nome; una vanità paradossale e grottesca sulla quale l'astuto Attilio fa leva per ottenere i suoi scopi: strappare all'influente zio la promessa di un appoggio ai danni del povero padre Cristoforo.
Attilio è forse il personaggio più compiutamente "cattivo" dei Promessi Sposi: lo è consapevolmente e fino in fondo. Non ha scrupoli, né ritegni di fronte ai fini da raggiungere, la sua intelligenza e furberia lo rendono capace di scoprire i lati deboli delle persone e di approfittarne. Di fronte alla sua sottile, quasi diabolica diplomazia, la puerile vanagloria del vecchio zio, che si presta supinamente ai disegni del nipote, pur con la convinzione di essere il padrone della situazione, appare veramente meschina e ridicola. Il dialogo successivo, che ha per altro protagonista il padre provinciale di cui il conte zio vuole servirsi per allontanare padre Cristoforo assecondando così il desiderio del nipote, è un altro capolavoro di ironia, un'ironia amara che sottintende una triste considerazione: i deboli e gli innocenti sono sempre esposti ad essere dei capricci e delle personali debolezze dei superiori.
E' chiaro, in questo secondo dialogo, che ottenere il suo scopo significa, per il conte zio, avere una prova di più della sua influenza nel mondo, dell'importanza della carica che riveste e del nome che porta. Tutto il suo discorso è una continua, esaltata apologia di se stesso: parole pompose e insignificanti, frasi lasciate a mezzo cariche di misteriosi sottintesi, riferimenti continui alla sua difficile e impegnativa posizione, allusioni dirette e indirette ai suoi fasti trascorsi e attuali. A un certo punto si ha la netta sensazione di un parlare a vuoto, di un soliloquio vano e ridicolmente compiaciuto.
Il povero padre provinciale resta come annichilito di fronte alla tronfia balordaggine del discorso, di cui, è chiaro, non gli sfugge la malafede e la nascosta ingiustizia, ma sa di non potersi sottrarre alla volontà del potente. Queste pagine dei Promessi Sposi sono importantissime, oltre che per il loro valore narrativo intrinseco, anche come testimonianza di costume di un'epoca, perché in esse si riflettono alcuni degli aspetti fondamentali del secolo in cui il romanzo è ambientato; il conte zio è un po' una simbolizzazione della civiltà barocca, almeno nei suoi aspetti deteriori: si riscontrano in lui certi atteggiamenti di esasperazione formale, di culto estremo per una magnificenza vuota ed esteriore. E' un mondo grandioso e abbagliante, ma ormai in decadenza, come si avverte da questa indicativa figura, grottesca nella sua smisurata ambizione, pateticamente ridicola nella sua beata infatuazione di sé. Un mondo che suggerisce, almeno in parte, l'immagine di "quelle scatole che si vendono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe e dentro non c'è nulla, ma servono a mantenere il credito alla bottega".
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