Introduzione
In letteratura, il tema della nottata insonne è frequente, secondo uno schema narrativo riutilizzabile.
Anche il Manzoni lo inserisce nel romanzo per ben cinque volte:
1) la notte agitata di don Abbondio dopo l’incontro con i bravi avvenuto lo stesso giorno sul fine pomeriggio 2) la notte dell’Innominato che da tempo nella sua coscienze combatte fra rifiuto della vita scellerata condotta fino a quel momento e il desiderio di redenzione
3) la notte di Lucia, prigioniera dell’Innominato, fra angoscia e paura dell’avvenire che l’aspetta
4) la notte di Renzo fuggiasco passata in una capanna di fortuna, in mezzo alla boscaglia non lontana dall’Adda
5) L’ultima notte di don Rodrigo vinto dalla peste
La notte insonne, di solito, porta con sé un cambiamento che rovescia o modifica sostanzialmente la situazione esistenziale del protagonista.

La notte di don Abbondio
Siamo nel capitolo II. Don Abbondio è reduce dell’incontro con i bravi che, in nome di don Rodrigo , gli hanno intimati di non celebrare l’indomani il matrimonio fra Renzo e Lucia, se vuole aver salva la vita. Sconvolto, esita a confidarsi con Perpetua, ma alla fine racconta l’accaduto. La donna consiglia il curato di informare l’arcivescovo, un uomo in grado di mettere a stare i potenti soverchiatori, ma egli non ne vuol sapere e sale in camera da letto senza aver cenato. Il sonno tarda a venire perché don Abbondio pensa alle possibili soluzione: potrebbe far vista di nulla e celebrare il matrimonio, ma sarebbe troppo rischioso; raccontate tutto a Renzo e concordare con lui il da farsi, mai bravi gli avevano intimato di non parlare con nessuno e fra l’altro si era già confidato con la sua serva; scappare e lasciare il paese, ma per andare dove? E tal caso, come avrebbe fatto in seguito alla fuga. Alla fine decide di temporeggiare: mancava una settimana all’Avvento e fino all’Epifania la Chiesa non consentiva che fossero celebrati i matrimoni. In pratica restavano soltanto pochi giorni da tenere a bada Renzo e dopo, iniziando il tempo proibiti, c’erano due mesi di respiro. Giustifica anche la decisione presa: è più importante che io pensi alla pelle che Renzo dia sfogo al suo ardore amoroso. Con questo pensiero, il curato dà prova di essere volgare, cosa che succede ogni volta che si lascia prendere dall’ira. Così, fra una riflessione e l’altra arriva ad addormentarsi ma ha un incubo: vede Rodrigo, Renzo, i bravi che lo rincorrono lungo i viottoli, sente il rumore di colpi di fucile e delle grida .
Il Manzoni interviene con la sua comicità quando paragona la nottata insonne di don Abbondio con il principe di Condé la notte prima della celebre battaglia di Rocroi. Quest’ultimo, avendo tutto organizzato in ogni minimo dettaglio, la sera prima dormì profondamente, ma non è così per il curato. La comicità è derivata dall’uso di termini militari e cancellereschi per operare il confronto sproporzionato o fra i due e descrivere l’insonnia del prete; si parla di neutralità disarmata, di giorno di battaglia (riferito a quello delle nozze), di consulte angosciose (come succede in ambito militare fra i generali), di guadagnar tempo. Per don Abbondio, il nemico non è don Rodrigo, ma il povero Renzo, che però riduce a proporzioni rassicuranti quando lo tratta da “ragazzone” e da “giovinetto” che sarà facile imbrogliare in qualche modo.
Appena svegliato, la sua mente torno ad essere assillata violentemente dal matrimonio, ma ricapitolando le riflessione fatte durante notte, conferma che temporeggiare è la migliore soluzione. Comincia a consolidarsi il temperamento di don Abbondio che pensa solo a se stesso e al “quieto vivere”, un obiettivo che fra l’altro si era posto nello scegliere di essere prete e non certo per vocazione.

La notte dell’Innominato
Siamo nel capito XXI. Da tempo l’uomo provava un certo rimorso per la vita scellerata da sempre condotta. Ogni volta però, riaffiorava l’istinto violento e il desiderio di far valere la sua virilità con la forza. Ora, però, è presente un elemento nuovo: Lucia, la ragazza che ha rapito per far un favore all’amico don Rodrigo e con la complicità di Egidio, l’amante della monaca di Monza, gli ha rivolto la supplica di liberarla precisando che “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”. Questa frase lo ha turbato profondamente, creando nell’uomo una lotta psicologica fra “l’uomo vecchio” e “l’uomo nuovo” che vorrebbe essere. Lasciata sola Lucia con la guardiana, l’Innominato si richiude in camera in fretta e furia, con le parole della ragazza che gli risuonano nella mente. Se da un lato si sente aprire il cuore al pentimento, dall’altro prova riluttanza a cedere a questo nuovo e sconosciuto sentimento. I primi pensieri sono ancora umani: orgoglio, amor proprio, ma, in seguito sorge un’inquietudine profonda che lo orienta verso il suicidio. Nel momento più nero di questa riflessione si rende conto che nemmeno la morte è una soluzione nel caso in cui l’aldilà non esistesse come gli hanno credere quando era giovane. Ma se invece esistesse un’altra vita, allora la frase di Lucia costituirebbe un barlume di speranza. Le coperte si fanno pesanti pesanti e il letto duro duro, a simboleggiare il tormento che prova la sua mente. Se inizialmente i suoi pensieri sono occupati in preoccupazioni terrene (orgoglio, amor proprio, cura del corpo, a poco a poco subentra il tormento del futuro e dell’eternità da cui nemmeno la morte lo potrà liberare. Ecco perché, una volta toccato il fondo, l’uomo desidera l’annientamento totale, pur sentendone l’impossibilità. Soltanto in questo momento, Dio gli può offrire un consolazione di cui Lucia gli ha fatto già intravedere un barlume. Lascia così cadere l’arma che aveva staccato dal muro per darsi la morte e la ragazza gli appare come una dispensatrice di grazia. L’alba lo sorprende seduto sul letto, meditando su come avrebbe impiegato in futuro il suo tempo: pensa di fuggire lontano dove nessuno lo conosce, ma è consapevole che da se stesso non potrà mai fuggire e ogni tanto gli riprende il gusto per la vita di un tempo. Lo scampanio festoso che annuncia l’arrivo del cardinale Federigo in visita pastorale al villaggio e la nebbia che avvolge la valle si sta diradando annunciano il cambiamento dell’uomo.

La notte di Lucia prigioniera
Esiste un certo parallelismo fra la notte della ragazza e quella dell’Innominato: quando l’uomo sembra aver trovato un minimo punto di appoggio e di consolazione, comincia ad albeggiare, proprio quando la ragazza si addormenta ed ha ritrovato la serenità
Lucia passa la nottata nell’angoscia, e a nulla servono i tentativi un po’ goffi della vecchia guardiana che la invita a mangiare qualcosa e a stendersi sul suo letto. Tuttavia non si perde d’animo; la sua solida fede le permette di sperare nell’aiuto divino, si rifugia nella preghiera e fa il voto di castità alla Vergine Maria, se uscirà viva da quel luogo. Ad un certo punto, sembrerebbe quasi che di fronte al suo carceriere si arrendesse: “Son qui, m’ammazzi!”, ma non è così. Essa ha come una vaga intuizione dello stato d’animo tormentato del suo tiranno poiché se l’avesse contrastato avrebbe rinvigorito il richiamo dell’ “uomo antico” verso il male. Invece, con coraggio e del tutto disarmata si offre al suo carnefice. La reazione è inaspettata: l’ Innominato ribadisce di non volerle fare del male e con le parole che seguono, Lucia, nella disperazione di colei che ingiustamente si trova alla mercé di un’altra persona, trova le parole per far capire all’uomo, per quanto più forte, che sarà sempre dalla parte del torto.

La notte di Renzo in fuga
Renzo salvato dalla folla, sfugge agli sbirri e si incammina verso il bergamasco per trovare rifugio dal cugino Bortolo. Siamo al capitolo XVII. Il viaggio è lungo e il territorio da attraversare sconosciuto. Giunta la notte, si inoltra in un fitto bosco a cui segue un terreno incolto ricoperto da sterpaglia. Preso dalla paura e quasi tentato di ritornare indietro poi fa appello al coraggio che ha sempre avuto e va avanti. Trova una capanna abbandonata che gli permette di passare la notte, in attesa di poter attraversare il fiume Adda che non è lontano. Ma non riesce a prendere sonno. Dopo aver rivisto tutti i personaggi che ha incontrato negli due giorni (l’oste, il finto spadaio, gli sbirri, il notaio criminale, la folla in rivolta), il suo pensiero va agi suoi affetti più cari: Agnese, che considera come una madre (Renzo era orfano di entrambi i genitori), ma soprattutto padre Cristoforo e la sua Lucia che individua con una metonimia (treccia nera). Il ricordo di tante speranze e di tante promesse lo rimanda alla fiducia in Dio e nella sua Provvidenza. Passa la notte fra questi pensieri, tutto infreddolito e finalmente sente il tocco di una campana che gli ricorda che è il momento stabilito per riprendere il cammino. Ormai, Renzo è arrivato sulla riva dell’Adda e la giornata si annuncia serena e luminosa.

L’ultima notte di don Rodrigo
Nel capito XXXIII, viene descritta l’ultima notte di don Rodrigo, prima di essere contagiato a morte dalla peste. Di ritorno da una serata passata gozzovigliando insieme ad alcuni suoi amici, si accorge di avere i primi sintomi dell’epidemia. Si addormenta e nel sotto viene sopraffatto da un incubo: si vede all’interno di una chiesa gremita di folla, da cui gli è impossibile fuggire. Ad un attratto gli appare l’Innominato che, però, prende le sembianze di padre Cristoforo che lo ammonisce ripetendo il gesto che aveva fatto nel suo palazzo accompagnato dalla frase “Verrà un giorno”….”. Cercò di afferrare il braccio del frate ma non ci riuscì, lanciò un alto grido e si svegliò, pieno di spavento per l’incubo. Subito dopo scoprirà il segno evidente della peste, sarà tradito dal Griso e morirà
L’incubo è pieno di simboli: nell’insieme esso rappresenta la crisi di coscienza di don Rodrigo e la condanna per tutte le malefatte commesse; la resa dei conti avanza, andando di pari passo con il progredire della malattia. La chiesa, piena di fedeli appestati rappresenta la salvezza che l’uomo ha sempre rifiutato. Egli è schiacciato e contagiato da tutti per cui non è più il nobile “intoccabile” come era sempre stato nella vita: la morte che si avvicina lo rende uguale agli altri e gli è impossibile mostrate la sua potenza e la sua superiorità su di una società sulla quale ha esercitato in continuazione i suoi soprusi. Padre Cristoforo è il simbolo del giudizio di Dio e l’impossibilità di trovare la pace. Siamo in un’atmosfera molto diversa rispetto a quella dell’Innominato

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