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Il brano è tratto dal libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, il quale ha vissuto in prima persona le sofferenze che hanno dovuto subire gli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale. Con questo brano, Levi, racconta il viaggio e le sofferenze che si dovevano subire nel campo di concentramento di Auschwitz. L’autore scrive come il viaggio durò circa una ventina di minuti prima di arrivare davanti alla grande porta di Auschwitz, dove una dolorosa scritta penetra nel cuore: “Il lavoro rende liberi”.
Poi gli uomini vengono lasciati soli, stanchi e assetati in una stanza buia e fredda, dove non era permesso loro bere. Soffrivano, venivano maltrattati e umiliati. Primo Levi descrive tutto questo come un inferno pieno di angoscia e solitudine dove l’essere umano prima di essere ucciso viene privato anche di tutto quello che possiede. Infatti, agli ebrei vengono tagliati i capelli e nudi sono costretti a lavorare Nessuno aveva più un nome, ma solo un numero nel braccio, un numero che significava il dimenticare tutto, abbandonare i propri ricordi per immergersi in un mondo di malinconia e morte. Solo grazie a quel numero però si riusciva a mangiare un pezzo di pane ed un po’ di zuppa.
Entrare dentro un campo di concentramento significava avviarsi verso una vita di sofferenza e dolore, ma soprattutto significava spogliarsi della propria vita e dei propri sogni. Per tutte le sofferenze subite, Primo Levi, incita a non dimenticare ciò che la follia umana e la voglia di potere possono fare, ma soprattutto a non dimenticare come una vita umana possa essere spenta da un momento all'altro senza alcun significato.
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