Io non ho paura


Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. ha esordito nel 1994 con il romanzo “Branchie”; nel 1995 ha pubblicato il saggio “Nel nome del figlio”, scritto con il padre Massimo, e nel 1996 la raccolta di racconti “Fango”. Nel 1999 esce “Ti prendo e ti porto via” e due anni dopo pubblica “Io non ho paura”, un romanzo di formazione che analizza e rappresenta la mentalità e le paure dei bambini ed è impiantato su una storia thriller di un sequestro.
La storia si svolge nel 1978 in un ipotetico paesino del Meridione chiamato Acqua Traverse formato da poche case disperse nei campi di grano. Il protagonista è Michele che, durante una delle sue scorribande, scopre un bambino chiuso in un pozzo in una casa abbandonata. Egli comincia a prendersi cura del ragazzino, Filippo, fino a diventare amici, tanto che, quando scoprirà che suo padre e altre persone del paese, responsabili del rapimento, vogliono ucciderlo, lo aiuta a fuggire, ma Michele rimarrà ferito alla gamba dallo stesso padre.
Il romanzo è composto da 219 pagine divise in dieci capitoli, e secondo i nuclei narrativi può essere suddiviso in tre macro-sequenze.
Nella prima (cap.1-3) ci viene descritto prima di tutto il paesaggio che circonda il paese siciliano, dominato dall’afa e dall’aridità, nonostante vi siano enormi distese di grano. Questo cereale, che dovrebbe rappresentare la ricchezza, denota invece arretratezza e desolazione, anche attraverso espressioni come: “il caldo sbriciolava la terra, entrava nelle pietre, bruciava le piante, uccideva le bestie, infuocava le case; si schiattava; campagna rovente e abbandonata; case diroccate. Subito dopo ci viene presentata la banda di Michele:il capo, Antonio Natale, detto “il Teschio”, è il più grande, ha dodici anni, fisicamente si presenta come un ragazzo forte e grosso, mentre caratterialmente è prepotente, autoritario, egoista e insensibile, qualità che gli permettono di essere subito riconosciuto come capo anche se nessuno lo ama. Inoltre, per punire ogni sgarro da parte degli altri amici, usa come arma la violenza e sfrutta la paura di essere picchiati non solo da lui, ma anche da suo fratello, che ha vent’anni ed è molto duro. Poi c’è Salvatore Scardaccione, nove anni, il miglior amico del protagonista: è un bambino solitario ma forte e intelligente. Infine c’è Barbara, l’unica bambina del gruppo, che ha undici anni, è un po’ cicciotella e si innamora di Michele, colpita dalla sua bontà e buon senso nel voler fare la penitenza al posto suo, e Remo Marzano, che non prende mai posizione e parla molto poco.
Questa banda ha un’enorme validità, perché rappresenta la condizione economica, sociale e culturale degli abitanti del paese: Salvatore, ad esempio, proviene da una famiglia benestante grazie al lavoro di avvocato del padre, infatti ha modi di fare e atteggiamenti molto più raffinati di tutti gli altri, figli di operai, barbieri o camionisti, che invece sono più rustici e grossolani.
Per quanto riguarda i nuclei narrativi, questa prima parte ci illustra la scoperta del bambino nel pozzo e la conoscenza tra i due che si trasforma poi in amicizia. Michele Amitrano è un bambino di nove anni, proveniente da una famiglia povera; gli piace il gioco del calcio e fare escursioni sulla “Scassona”, la vecchia bicicletta del padre, con la sua banda di amici. È proprio durante una di queste che viene a conoscenza di un terribile segreto: nel pozzo di una casa abbandonata è nascosto un bambino, Filippo Carducci, originario di una ricca famiglia di Pavia, rapito e poi rinchiuso in piccolo “buco” al buio, nella sporcizia e nella solitudine. Michele, dall’animo sensibile e altruista, decide di aiutarlo sia con mezzi materiali (offrendogli cibo e lavandolo) che con la compagnia e l’amicizia, così da diventare il suo angelo custode. In questa parte viene messo in risalto il comportamento dei bambini e le loro reazioni in particolari situazioni; ad esempio, Filippo, quando riesce a vedere la luce del sole e la natura, reagisce positivamente acquistando sicurezza e coraggio, mentre si sente terribilmente a disagio nell’oscurità, in cui non riesce a focalizzare non solo le figure ma anche le idee, tanto che Michele all’inizio pensa sia pazzo, sentendolo vaneggiare e affermare di essere morto. Ma grazie alla sensibilità, il coraggio, la fedeltà di Michele, Filippo ricomincia a vivere; questo è da ammirare, perché, pur essendo solo un bambino, dimostra responsabilità e solidarietà, comportandosi in modo paterno e protettivo, come un “angelo custode”, come lo definisce Filippo.
Un tema molto importante è dunque il coraggio, da entrambe le parti: da parte di Filippo perché, pur essendo stato travolto e traumatizzato dall’allontanamento dai genitori,dalla solitudine e dal buio totale, che nei bambini in quote spesso terrore, riesce comunque a darsi la forza per continuare a vivere. Michele però è la figura forte e senza paura, infatti riesce a sconfiggere la paura iniziale nel vedere il bambino ridotto a cadavere e quelle che nascono dal paesaggio solitario e arso, attraverso l’uso della fantasia e dell’intelligenza. Si dimostra anche molto sensibile perché non abbandona Filippo, anzi lo aiuta, sostiene, protegge e gli insegna a non avere paura.
Da questa prima parte emerge infine il tema dell’amicizia che nasce tra i due protagonisti, un sentimento puro, limpido, che nasce dal cuore tenero e innocente dei bambini. È testimoniato dal fatto che Michele riesce a trasmettere fiducia all’amico promettendogli di ritornare per fargli compagnia, ma quando è necessario lo tratta anche male, per scuoterlo e dagli un motivo per andare avanti. Filippo, da parte sua, non dimostra la sua amicizia in modo evidente, ma gli fa capire che per lui rappresenta l’ “angelo custode”, colui che lo protegge da ogni pericolo. Risulta quindi un rapporto sincero e assoluto, infatti, anche se Filippo non ricambia l’amico attraverso gesti o parole, Michele non lo abbandona, proprio perché a lui non importa ricevere, ma dare. Questa è una caratteristica che si evidenzia anche nel rapporto con i compagni di gioco, ad esempio quando si offre di fare la penitenza al posto della sua amica, sempre vittima delle prepotenze del capobanda.
Nella seconda parte (cap.4-9), il nucleo narrativo centrale è la conoscenza della verità. Michele scopre, attraverso la Tv e i comportamenti di Felice, uno dei rapitori, che dietro il sequestro ci sono gli adulti del paese, compreso suo padre: questo rappresenta per lui un duro colpo perché rimane molto deluso dal genitore, il cui comportamento gli la conferma che il mondo degli adulti è un mondo cattivo, losco e immorale, dove molti preferiscono fare del male ad una famiglia innocente solo per ricavarne denaro, e allo stesso tempo rovinano anche la propria famiglia perché in seguito verranno tutti arrestati e lasceranno moglie e figli vivere per sempre nel dolore e nella vergogna. Il tema principale è la criminalità organizzata, rappresentata pienamente dalla figura di Sergio Materia. Costui è l’organizzatore del rapimento che, incutendo in tutti terrore, riesce a farsi rispettare e a far eseguire tutti i suoi ordini. Impersonifica quindi il “boss” di un clan mafioso e tutte se sue caratteristiche: autorità, determinazione, violenza, forza, non rispetto verso gli altri, insensibilità ed egoismo, che si riscontrano anche nel “Teschio”. I personaggi principali a sono prima di tutto i genitori di Michele. Pino fa il camionista ed è un uomo piccolo, magro e nervoso, che ha il sogno di arricchirsi per portare la propria famiglia al Nord, e per questo partecipa al rapimento. Nonostante questo, però, è una persona buona e generosa che vuole molto bene ai propri figli e spera il meglio per loro.
Teresa, moglie di Pino, ha trentatré anni, ed ha una bellezza mediterranea. Come il marito, vorrebbe uscire fuori da questa situazione losca, perché non vuole mettere a repentaglio la sua vita e quella dei suoi cari, oltre ad essere in pena per il futuro del piccolo Filippo e della sua famiglia. Purtroppo però può fare poco di fronte alla criminalità, così, anziché denunciare tutto alla polizia, preferisce darsi all’omertà.
Un altro protagonista di questa macrosequenza è Salvatore, il miglior amico di Michele. Tra di loro vi è il profondo sentimento dell’amicizia, che però si inclina quando il primo, spinto dall’invidia verso Filippo, che secondo lui potrebbe prendere il suo posto di amico, tradisce l’altro rivelando a Felice il segreto del bambino nel pozzo in cambio di un’insignificante lezione di guida, che lo fa sentire “grande”, adulto. Michele ne rimane molto deluso, ma fortunatamente Salvatore capisce di aver sbagliato e chiede scusa all’amico che lo perdona subito lasciandosi alle spalle questo brutto episodio.
Nell’ultima parte è sviluppato il salvataggio di Filippo e lo sparo di Pino al figlio (cap.10). questa è la sequenza più dinamica e sconvolgente, piena di colpi di scena, a partire dall’accesa discussione degli adulti in cui si decide di uccidere l’ostaggio, alla fuga di Michele dalla sua stanza e la sua lotta contro il tempo e la paura per salvare Filippo e infine il suo sacrificio per una giusta causa. Qui si vede la grande forza di volontà dei bambini di cambiare il mondo negativo che li circonda e di non darla vinta alla crudeltà degli adulti, addirittura a costo di sacrificare la propria vita. Michele, oltre a dimostrare coraggio e altruismo, ci fa capire che il bene trionfa ancora sul male, e la cosa più bella è che lo fa consapevolmente: non è stato un caso che sia stato sparato, nel senso che lui sapeva già a cosa sarebbe andato incontro, ma non ha avuto paura, la sua determinazione e la sua bontà hanno scacciato via tutti i lupi, le civette, i signori delle colline, i terribili maiali e tutti gli altri mostri che le tenebre potevano nascondere.

Il narratore è interno protagonista perché coincide con il personaggio principale, Michele, infatti i verbi usati sono tutti in prima persona. La focalizzazione è perciò interna e il lettore sa esattamente quanto sa il protagonista. Da notare il fatto che a narrare non è Michele bambino, a adulto, che ripercorre un periodo molto particolare della sua vita, l’infanzia spezzata dalla brutalità del mondo adulto.
La fabula non coincide con l’intreccio, infatti già dal primo capitolo si ha un flashback: la storia inizia con la caduta della sorella di Michele, poi c’è una prima retrospezione per farci capire come mai lei fosse con il fratello; qui si ritorna al tempo iniziale per poi avere un altro flashback di tutta la mattina precedente alla corsa sulla collina con Maria.
Il Libro è formato prevalentemente da sequenze descrittive, soprattutto per quanto riguarda il paesaggio infuocato dal sole e dorato dalle spighe di grano che lo dominano, oltre che quelle narrative e dialogiche. La tecnica utilizzata per riportare le parole dei personaggi, presentati attraverso una descrizione fisica e psicologica durante tutto il racconto, è il discorso diretto, mentre quello indiretto è quasi inesistente. Poiché si tratta di un racconto in prima persona, i pensieri di Michele sono riportate sottoforma di monologo interiore.
Il linguaggio, molto influenzato dal parlato del paese, è molto semplice e chiaro perché proprio di un bambino, anche se in alcune descrizioni del paesaggio interviene il “narratore adulto”. Vi sono numerose similitudini, ad esempio “Le colline, basse, si susseguivano come onde di un oceano dorato; mia sorella mi seguiva con l’ostinazione di un bastardino tirato fuori da un canile; il Teschio si arrampicava su per quella collina come una dannata ruspa; volavo, il cuore mi è finito il bocca e le budella mi si sono chiuse in un pugno di dolore”.
Infine, dal punto di vista sintattico, sono presenti perlopiù periodi semplici o proposizioni legate da rapporti paratattici.

Questo romanzo mi ha molto colpito per il suo impatto e la sua immediatezza sul lettore; è allegro, movimentato, appassionante, impiantato su una storia avvincente e ricca di colpi di scena, capace di rapire chi legge fin dalle prime pagine, trasmettere le stesse emozioni che prova il protagonista e quindi sconvolgerlo nel finale.
Ammaniti ha saputo raccontare di bambini, del loro universo, le loro paure e i loro sogni, anche se lascia un po’ l’amaro in bocca perché Michele, a soli nove anni, perde l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia a causa dell’egoismo e la brutalità degli uomini del suo paese, e in particolare suo padre, che lo delude profondamente. Inoltre lascia molti interrogativi, come “I genitori sono sempre sinceri o nascondono qualcosa, magari per proteggere i figli da problemi e pericoli più grandi di loro?” e ancora “L’amicizia che a noi sembra vera è così o rappresenta un rapporto di interesse e convenienza?”. L’autore lascia queste domande senza risposta affinché noi giovani siamo stimolati a riflettere sulla realtà del mondo e sulla possibilità di cambiarlo e colmarlo di sentimenti puri come quelli dei bambini.

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