Gente in Aspromonte


Gente in Aspromonte è una raccolta di novelle scritte intorno al 1930 che ritraggono la realtà della Calabria più arretrata, in cui la vita è segnata da ignoranza, arretratezza, superstizione e povertà, una realtà che oggi si sta trasformando ma che Alvaro ci invita a non dimenticare, custodendo dentro di noi il ricordo delle nostre origini.

Nella prima novella, il maggiore problema che emerge dalla narrazione è quello della miseria, che mette gli uomini in una situazione disastrosa non solo economicamente ma anche dal punto di vista sociale, perché non permette loro di vivere dignitosamente.

Per questo motivo il protagonista, l'Argirò, sperando di rifarsi una nuova vita investendo in una nuova attività, si rivolge agli strozzini, ma poiché la fortuna non sta quasi mai dalla parte dei poveri, i guadagni non bastano a saldare i debiti e l'unico modo per liberarsi dall'oppressione degli usurai è quella di vendicarsi causando il loro fallimento. Ma si sa che queste persone non si sconfiggono facilmente, ed infatti il poveretto viene arrestato dai carabinieri per aver incendiato il bosco della potente famiglia.

In questa storia è racchiusa tutta la drammaticità della vita in Calabria agli inizi del Novecento. La piaga più grande è sicuramente quella dell'ingiustizia sociale: in un paese povero come quello descritto nel romanzo, in cui ci sarebbe stato bisogno della collaborazione di tutti, soprattutto dei potenti, per risollevarlo economicamente, regnano invece gravi spaccature sociali che tengono ben distanti i poveri pastori e i contadini dai "padroni", i proprietari terrieri.

L'egoismo e l'avarizia di queste persone infatti gettavano nella miseria il resto della popolazione, costretta a lavorare per un misero salario, anche nelle condizioni più umilianti, pericolose o insalubri, consapevole che i suoi padroni vivevano bene senza aver mai guadagnato ciò che possedevano con la fatica e con il sudore. Inoltre, molti di questi signori che vivevano alle spalle del popolo accentuavano il divario tra i due ceti sociali esercitando violenza verbale e fisica sui soggetti più deboli, facendo pesare ancora di più la loro disastrosa condizione.

Accanto a questo problema, c'è anche quello dell'usura, dovuto alla povertà e all'egoismo dei più ricchi che, anziché aiutare i loro compaesani, sfruttano la loro condizione per estorcere loro denaro, più di quanto non ne abbiano già. Ma queste spregevoli persone, oltre a chiedere un alto tasso d'interesse, si prendono gioco dei poveri contadini ignoranti, facendo loro scherzi e dispetti e sfruttandoli fino al limite estremo.

Ecco quindi la necessità di evadere da questa gabbia di ingiustizie e povertà verso paesi più ricchi, in cui sarebbe stato possibile risollevarsi economicamente e riconquistare la dignità perduta e il rispetto mai avuto. È il caso di Antonello, che parte alla ricerca di un lavoro, ma diviene testimone di un altro grave problema, lo sfruttamento minorile, e così è costretto a tornare a casa.

Per acquistare un pò di rispetto e stima da parte della gente, il protagonista decide allora di mandare il figlio Benedetto a studiare in seminario, in modo da avere così una rivincita sociale sulla famiglia degli usurai. È evidente che il valore della religiosità non fosse concepito come lo è adesso: un tempo farsi prete pur senza vocazione non era considerata una disonestà, perché giustificata dalle necessità economiche e sociali.

L'autore descrive un mondo arcaico, chiuso, arretrato culturalmente e socialmente, che però viene colorato, grazie alle particolari descrizioni e ai termini lirici, di dolcezza, tristezza e quasi compassione per la terra natia, attutendo così quelli che sono i grazi problemi economici e sociali che lo sovrastano.

L'Aspromonte dei pastori acquista così una dimensione mitica, magica e nostalgica, anche se crudele, rievocando la dignità di una cultura che comunque bisogna salvare per costruire una nuova realtà che sia priva di ignoranza e ingiustizia.

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