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Joseph Conrad – La linea d’ombra: Recensione
<<Alcune narrazioni sembrano dei manuali per l’anima. Ti spiegano come affrontare delle situazioni esistenziali, come smontare e rimontare le idee che ti sei fatto a proposito. La linea d’ombra è uno di questi: un capolavoro della letteratura che può divenire strumento pratico di consapevolezza del proprio essere e agire nel mondo>>. Così Roberto Saviano scrive del romanzo del celebre autore inglese Joseph Conrad, nato il 3.12.1857 a Berdicev, in Polonia, e morto a Bishopsbourne il 3.8.1924, a causa di un arresto cardiaco. Per comprendere appieno il romanzo bisogna conoscere alcune importanti notizie sull'autore. Egli, dopo essere stato educato in Francia, per il suo interesse alla vita di mare, nel 1878 entrò nella marina mercantile britannica, in cui nel 1884 raggiunse il grado di capitano. Le sue esperienze di mare influirono molto sui suoi romanzi, composti con un lessico ricercato – raro per un ignorante marinaio – e dotati di una significativa valenza espressiva. Nei suoi scritti oltre all'avventura c’è una forte introspezione dei personaggi, un’analisi della loro solitudine, delle loro sventure e dei loro rimorsi di coscienza. Dunque La linea d’ombra non può fare eccezione di queste caratteristiche.

Il romanzo, scritto nel 1917, è, come è solito di Conrad, ambientato in un ambiente marinaro. Esso è scritto in I persona: l’autore è allo stesso tempo voce narrante e protagonista. E’ il tema principale quello che segna l’inizio, quello attorno a cui ruoterà l’intera vicenda: la “linea d’ombra”, il confine tra la giovinezza e l’età adulta. Conrad è il secondo ufficiale sull'imbarcazione guidata dal capitano Kent. Sono passati ormai diciotto mesi dall'assegnazione dell’incarico, e il nostro protagonista è intenzionato più che mai ad abbandonare la nave, per tornare a casa in Inghilterra. In attesa di trovare una via di trasporto, egli va ad alloggiare alla Casa dell’Ufficiale e del Marinaio, un albergo per bianchi vicino alla Capitaneria di Porto. Lì incontra un suo vecchio conoscente, il carismatico ed esperto capitano Giles, che, vedendo il suo logoramento interiore, gli confida che “c’è qualcosa per aria”: si è liberato un incarico di capitano su una nave. E così Giles, facendo leva sul desiderio covato per anni da Conrad, lo riesce a convincere a cogliere l’occasione, che il cambusiere della nave aveva cercato di nascondergli a vantaggio di un certo Hamilton, rivale di Conrad. E così il giovane marinaio si reca alla Capitaneria, per fare luce sulla faccenda che Giles, pur essendo stato egli stesso comunicare la novità a Conrad, non aveva potuto chiarire nei dettagli. Alla Capitaneria arriva l’inaspettata conferma, e la preferenza di assegnare l’incarico al protagonista, che così si reca subito alla sua nuova nave. Ma questo compito, accolto con così tanta gioia, presenta qualche ombra. In primis Conrad diventa capitano grazie alla morte del capitano precedente, deceduto per pazzia. Ma questo non è tutto. Dopo quattro lunghi giorni di navigazione a bordo del Melita, Conrad arriva alla sua amata nave. Quando la vede, tra le altre navi, egli dice di lei: <<sembrava un animale di gran razza – un destriero arabo in una fila di cavalli da tiro>>. Entrato nella nave, Conrad ha un incontro con il primo ufficiale, il signor Burns, il quale, assieme ad una non troppo calorosa accoglienza, gli racconta la misteriosa storia del defunto capitano morto di pazzia, artefice di numerose malefatte, che prima di morire maledisse la nave. Egli fu sepolto in fondo al mare, precisamente a 8° e 20I di latitudine. Accanto a questa triste storia, c’è l’esito della visita del dottore: l’equipaggio è malaticcio, di una strana febbre tropicale, che uccide un cambusiere e attacca in modo serio il signor Burns. Dopo qualche giorno il protagonista, ovvero il capitano, decide di salpare, con l’equipaggio in condizioni accettabili e il primo ufficiale infermo a letto. La speranza è che, una volta allontanatisi dalla costa, non avrebbero potuto più contrarre altre malattie in mezzo al mare e quindi avrebbero lasciato via i loro problemi. Ma non è così. Dopo poche miglia percorse, cala una deprimente bonaccia, che immobilizza la nave e indebolisce l’equipaggio. Per di più, ritorna la febbre tropicale, che a uno a uno abbraccia tutti i membri dell’equipaggio, tutti tranne il capitano ed il giovane Ransome, il secondo ufficiale, nonché cuoco di bordo. La sua figura è importantissima: in lui si vede la buona volontà, il desiderio di rendersi d’aiuto, nonostante il grave limite che lo frena. Egli infatti soffre di cuore, perciò non può sorreggere degli sforzi. E Conrad, afflitto da tutti questi problemi (che il capitano Giles gli aveva predetto), deve anche fare i conti con l’assenza di chinino, medicinale per curare la febbre, che l’ex capitano aveva venduto prima di morire. Mentre il protagonista cerca di darsi una spiegazione logica, Burns sostiene le sue teorie riguardo alla maledizione dell’ex capitano, sepolto a 8° e 20I di latitudine, sulla loro rotta. Questi ragionamenti fanno andare su tutte le furie il capitano, che non vuole credere a queste dicerie. Sta di fatto che quel confine in cui è sepolto il vecchio capitano sembra averli incatenati. Ma grazie agli immani sforzi dell’equipaggio, riusciranno a superare quel fatidico posto e ad arrivare a Singapore. Qui la vicenda si concluderà con una serie di mutamenti: Ransome abbandonerà la carriera di marinaio, l’equipaggio malconcio viene portato in ospedale e ne viene assegnato un altro a Conrad, il quale, dopo aver incontrato il capitano Giles gli rivela la sua volontà di partire il giorno dopo.
Il romanzo è davvero pregno di temi e spunti di riflessione. La “linea d’ombra” è quel confine tra le spensieratezze della giovinezza e le responsabilità dell’età adulta, in cui bisogna guardare la realtà in faccia, senza esitazioni. La bonaccia che improvvisamente cala alla tomba del capitano non è altro che una strabiliante metafora: la nave immobile rappresenta Conrad, mentre la tomba del capitano rappresenta la linea d’ombra. Il periodo di stagnazione della nave non è altro che la preparazione al passaggio dalla giovinezza all'età adulta, che avviene con la dimostrazione da parte del protagonista di poter reggere alle responsabilità e di poter sopportare le fatiche. Sempre restando in tema di metafore, è importante la figura della febbre, che avvolge tutti, a intermittenza ma non se ne va, neanche quando l’equipaggio si trova ormai in mezzo al mare. Questo ha un insegnamento ben preciso, enunciato precedentemente dal capitano Giles, ovvero che non smetteremo mai di incontrare le difficoltà sul nostro cammino. L’importante è non rassegnarsi.
Il primo ufficiale Burns ci fa riflettere sulla personalità dei marinai, e su un aspetto in particolare, quello della superstizione. Il fatto che Burns abbia sostenuto la sua tesi anche da lucido e non solo in preda al delirio febbrile, sottolinea l’accanimento dei marinai nei confronti di alcune credenze. Ransome rappresenta invece il tema della laboriosità, della voglia di aiutare gli altri anche rischiando per il suo debole cuore. Il suo abbandono della carriera nautica all'arrivo a Singapore quasi commuove.
Ho trovato il racconto molto gradevole, un perfetto connubio tra avventura e analisi introspettiva. Esso trasmette nuove emozioni, oltre a far riflettere sulla fugacità del tempo, e della giovinezza, “che si fugge tuttavia”, come dice molto saggiamente Lorenzo De’ Medici nel “Trionfo di Bacco e Arianna”. Conrad riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore, anche nelle parti in cui l’introspezione domina sull'avventura, perché ha utilizzato brillantemente la tecnica narrativa della suspance.

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