Analisi de Le città invisibili di Italo Calvino


Le città e la memoria


I. Diomira: In questa città della memoria, dove tutto è già conosciuto per averlo visto altrove, è stimolata l’invidia verso chi ritiene di aver già goduto dei beni che ivi si trovano e di esserne stato felice.
II. Isidora: Questa città ha in sé tutto ciò che è desiderabile, ma non bisogna restare ingannati: il desiderio qui è ormai l’insieme delle memorie, che, già vecchi, si possono scorrere nella mente seduti su un muretto a guardare la città.
III. Zaira non è che ciò che è stata. Nel passato che è in lei sta la città stessa, e questo passato si inviene nei suoi dettagli più piccoli, in ogni suo angolo, graffio, ferita.
IV. Zora è le categorie della memoria. Ogni cose è disposta immutabilmente bene e le si può associare una nozione, uno spicchio di memoria, affinché sia indimenticabile anche la conoscenza. L’uomo più conosce Zora e più è colto. Pena di Zora è l’immutabilità cui fu costretta, e che ne causò la scomparsa. Zora fu dimenticata.
V. A Maurilia, se pure gli abitanti sono legati indissolubilmente alla memoria della città che fu e spesse volte ne lodano le caratteristiche, essi ignorano che nessun legame sussiste tra la città di prima e quella d’oggi. “Sullo stesso suolo e sotto lo stesso nome si susseguono città diverse” – dice Calvino - estranee tra loro, senza legami.

Le città e il desiderio


I. Dorotea è una città organizzata: sono in lei nove quartieri, tutti sono liberi e le donne hanno una buona condizione. Non una città migliore si può desiderare. Eppure, a chi venendo dal deserto trascorre qui la vita, torna la fame di quel deserto, muta il desiderio: uscire da Dorotea.
II. Anastasia è del desiderio la città per eccellenza. Ma a caro prezzo per chi la abita: produrre il desiderio è per chi lavora strenuamente al suo mantenimento una vera schiavitù. Ed è così che chi ne è dentro è in verità schiavo dei suoi stessi desiderî.
III. Despina non è una, ma risponde ai bisogni di ognuno. Così cambia forma per il cammelliere che desideri il mare o per il marinaio che desideri il deserto.
IV. A Fedora non viene esaudito, bensì concepito il desiderio. Tuttavia il desiderio è per natura fragile: basta un minuto perché da necessario quale era, esso diventi irrealizzabile. Non resta altro che la contemplazione degli stessi desideri concepiti, che si accumulano in bolle l’uno dentro l’altro in un immenso polveroso museo.
V. In Zobeide vennero quelli che inseguivano il loro sogno, e ognuno per sé costruì un pezzo per come lo aveva sognato. Ma il sogno una volta reale divenne brutto e, nonostante ancora accorrano i sognatori di oggi, e ognuno cambi la città per come è l’immagine del proprio sogno, chi vive lì da prima vede che i sogni espressi, in verità, appassirono.

Le città e i segni


I. Tamara appare come allegoria di se stessa. In sé ha contenuti i simboli che esprimono ogni cose che ivi accade. Non consente di partirsi dalle definizioni che i segni danno di ogni cosa per elaborare pensieri altri, né lascia che il viaggiatore passatoci ne conosca i significati e le realtà profondi, ma la veda solo attraverso l’involucro opprimente dei segni sotto cui questi si celano.
II. Zirma in sostanza si basa sulla ripetizione di sé. Non importa quante volte si riconosca una figura, quante volte si veda una caratteristica. Fatta stereotipo, essa si ripete fino a formare tutta la città: una città costruita dall’accumulo di stereotipi.
III. Se a Zoe l’essere è uno e indivisibile – infatti qui in ogni luogo ogni attività si può svolgere sempre – allora perché la città si distingue dalla non-città? Quali sono i confini dell’essere?
IV. Attenzione ad Ipazia città il cui linguaggio inganna il viaggiatore; qui il palazzo reale è una prigione (la ricchezza rende felici?) e il parco dei piccoli è il luogo per i filosofi. Non puoi andare via per mare, sei in trappola: infatti il porto è in cielo, lì dove non passano navi.
V. Dietro alla Olivia che Marco descrive come città sopraffina, ricca, dorata, è nascosta tuttavia la città povera, polverosa, sporta che Olivia invero è. Le parole dette su Olivia sono il simbolo del proprio contrario.

Le città sottili


I. Isaura sorge su un lago sotterraneo, e non si estende oltre i limiti di quello. Infatti attraverso i sistemi complessi di tubature e argani e secchi gli abitanti traggono dal lago l’acqua di cui hanno bisogno. Alcuni pensano che gli dèi risiedano nel lago stesso, altri che risieda nelle strumentazioni e negli acquedotti usati per portare su e sfruttare l’acqua.
II. Zenobia ha una forma che apparentemente non risponde ad alcun bisogno reale. Infatti essa sorge su palafitte pur poggiando su un terreno perfettamente asciutto. Non potremmo dire se questa città come anche altre sia felice o meno; ragioniamo tuttavia con altre categorie: distinguendo fra quelle città che mutando nel tempo prendono forma secondo i desideri (bisogni), e quelle che avendo una forma stabile, o perdono i desideri, o muoiono proprio perché non rispondono più ad alcun desiderio. Probabilmente Zenobia è nella seconda categoria, ed essendo una città in cui gli abitanti non desiderano altro che la stessa città, possiamo dire che essa abbia schiacciato ogni altro desiderio, rientrando quindi nell’ultima tra le suddette categorie.
III. Armilla è una città sottile e non solo per definizione. Eterea, leggera, volante, è fatta solo di tubi e rubinetti e rivoli d’acqua. Se sia mai stata degli uomini nessuno lo sa, ora è delle Ninfe e delle Naiadi. E l’immagine della sua leggerezza è un’impressione di gioia e felicità
IV. Sofronia non ha stabili gli edifici della politica o della cultura, ma le carovane e i parchi giochi e i tirassegni. Infatti qui – come nella vita di un uomo – seppure le istituzioni, il lavoro, la scuola sono l’ossatura della vita, mutano e si evolvono nel tempo, mentre deve rimanere in noi sempre quella metà bambina, pronta a divertirsi e a giocare.
V. Ottavia, ultima delle città sottili, ci riporta con i piedi… per aria. Quest’urbe pende letteralmente da cavi funi e corde, non garantisce alcuna stabilità. La vita è su un filo di lana. Questo imparano i cittadini: che non c’è cosa che duri per sempre e non c’è strada che sia preparata… la vita si svolge tra un filo e l’altro facendo attenzione a non cadere. Concludiamo questa categoria con la più sottile delle città calviniane.
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