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Il cavaliere inesistente di Italo Calvino


Passando in rassegna i suoi paladini, Carlomagno scopre un cavaliere tutto bianco, di nome Agilulfo, che esiste solo in virtù della sua forza di volontà. Dentro l’armatura, infatti, non c’è nessuno. Ha invece un’esistenza materialistica Gurdulù, assegnato ad Agilulfo come scudiero. Gurdulù tende a confondersi con tutti gli aspetti immediati delle cose che incontra: si crede di volta in volta anatra, rana, pesce, minestra, pentola, albero di pere ecc. mentre Agilulfo sa di esserci ma invece non c’è, Gurdulù esiste ma non sa di esserci.
Impossibile raccontare ordinatamente il seguito del romanzo, in cui entra scena un narratore, anzi una narratrice (Suor Teodora, religiosa dell’ordine di San Colombano). Solo chi conosce i riferimenti letterari di Calvino è in grado di cogliere tutte le suggestioni e le citazioni, a cominciare dai nomi dei personaggi. Cavalieri e fanciulle si amano, si travestono, duellano, si ritrovano diversi da quel che credevano di essere in uno spazio e in un tempo che sono essi pure un gioco. Insomma, un romanzo come questo esige che i lettori siano complici dell’autore e possibilmente in grado di riconoscere tutti i rinvii alle opere del passato. Ai personaggi in carne ed ossa del romanzo tradizionale, Calvino contrappone personaggi di carta, o, per meglio dire, di carta stampata.
Come finisce questo gioco? Finisce in modo allo stesso tempo lieto e malinconico. Il cavaliere inesistente, che in seguito a un equivoco si crede disonorato, cessa davvero di esistere, e l’immaginaria monaca redattrice del racconto, con un bel colpo di scena si scopre essere la bella Bradamante. Abbandona tonaca, carta e penna per seguire la realtà di un amore, e va a conquistare il suo futuro insieme al giovane Rambaldo.
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